Quella Pedemontana che porterà soldi. E diossina.

Sembra che la molecola sia più degradabile alla luce del sole, e le stime dicono che i suoi effetti impieghino più di cento anni ad annullarsi. Finora ne sono passati solo quaranta e il veleno è ancora lì.
Sto parlando della diossina TCDD, ormai nota come Diossina di Seveso, quella che fuoriuscì il 10 luglio 1976 dallo stabilimento Icmesa.CC 2016.07.17 Pedemontana 001Uno studio effettuato a un quarto di secolo dal disastro svelò come gli effetti misurati su un campione statisticamente ampio di popolazione fossero ancora elevati, evidenziando la probabilità di avere alterazioni neonatali ormonali e deficit fisici e intellettuali durante lo sviluppo (AA.VV.: Neonatal Thyroid Function in Seveso 25 Years after Maternal Exposure to Dioxin). Un’indagine svolta dall’ARPA Lombardia nell’ottobre 2008 confermò i dati estendendo dettagliatamente il ventaglio delle possibili patologie.
La storia infinita della Pedemontana, la faraonica A36 a detta di molti palesemente inutile, in provvidenziale ritardo di anni nella tratta da Lentate sul Seveso a Orio al Serio a causa della mancanza di risorse finanziarie e di investitori privati, scettici circa la possibilità di un ritorno economico, proprio in occasione del quarantesimo anniversario della tragedia di Seveso si trova al passaggio più critico e delicato: la tratta interposta tra Seveso e Meda che, se si farà, dovrà essere realizzata sbancando a ridosso dell’area ex-Icmesa.CC 2016.07.17 Pedemontana 002Dal 3 maggio al 30 giugno scorsi sono stati effettuati mediante carotaggi i campionamenti previsti dal Piano di Caratterizzazione approvato in via definitiva nel 2015, ma partito solo quest’anno dopo le correzioni richieste dai comuni consorziati: Barlassina, Cesano Maderno, Seveso, Desio e Bovisio Masciago.
Un comune ha sempre rifiutato di far parte del consorzio: Meda, che continua tuttora a sostenere l’opera perché “porta a casa soldi” senza avere idea, o meglio fregandosene della devastazione del territorio, ma pensando solo a spostare un torrente (il Tarò, affluente del Seveso) per costruire un sottopasso della ferrovia e consentire in quell’ambito la realizzazione di un nuovo centro commerciale. Se non si realizza la tratta B2, come ormai sembra possibile, non ci saranno i finanziamenti per il sottopasso e di conseguenza non sarà possibile realizzare il centro commerciale.CC 2016.07.17 Pedemontana 003Una breve digressione che fa comprendere quale sia la consapevolezza ecologica in quella che è una delle aree più popolate della Brianza: c’era una volta una linea tramviaria, inaugurata nel 1878, che univa Milano a Giussano, con una breve diramazione tra Cusano e Cusano Milanino. La linea venne progressivamente ridotta a Carate, a Seregno e infine a Desio per essere soppressa, secondo il gesuitico lessico dell’ATM di Milano, in via provvisoriamente definitiva nel settembre 2011 per effettuarvi opere di ammodernamento, ovviamente mai partite.
I veri nemici della tramvia, specialmente a partire dagli anni ’60 del secolo scorso, furono proprio abitanti e commercianti delle località servite, che lamentavano di non poter parcheggiare le auto a causa della presenza dei binari.
Un dettagliato articolo sul progetto di riqualificazione e sul costo spropositato del rendering, pubblicato il 16 gennaio 2014 sul vecchio blog, è leggibile qui: Mobilità insostenibile.
Tornando al disastro di Seveso, il 10 luglio commemorandone la ricorrenza scrissi: “Nell’estate del 2002 l’allora presidente degli industriali del mobile di Monza e Brianza mi raccontò che all’epoca la maggior preoccupazione dei mobilieri locali era quella di perdere clienti a causa del clima di terrore e di “caccia alle streghe”, proprio d’estate quando la gente pensa a ristrutturare la casa.” Il testo integrale è leggibile qui.CC 2016.07.17 Pedemontana 004Per l’effettuazione dei carotaggi è stata utilizzata una sonda campionatrice che effettua prelievi nel terreno mediante una tubazione infissa nel terreno a rotopercussione, spinta e ruotata in modo da prelevare una sezione cilindrica del diametro di circa 12 cm. Sono stati effettuati 642 campionamenti su 214 punti di prelievo: un primo campione tra 0 e 20 cm di profondità, il secondo tra 20 e 100 cm e infine il terzo tra 100 e 200 cm. Per ogni carota lunga 2 metri si sono quindi prelevati tre campioni.
Purtroppo ci sono voluti sette anni perché i carotaggi venissero disposti: da Pedemontana e da Regione Lombardia la presenza di diossina non era stata considerata un problema, che si sosteneva anzi di poter eventualmente trattare come hotspot, punti singoli.
L’indagine limita purtroppo la propria area di intervento alla sola opera autostradale, poiché Pedemontana ha accettato di prendere l’incarico di ricercare la diossina solo sul sedime delle opere in progetto, rifiutandosi di eseguire una ricerca più estesa nei comuni dove la nube della diossina ricadde nel 1976.
E la stessa legge impone bonifiche quando si riscontra un terreno contaminato oltre il limite dei 10 nanogrammi. Ma tace sulle percentuali inferiori al limite ma pericolose per la salute, e la diossina è già pericolosa ai livelli infinitesimali di picogrammi, un ordine mille volte inferiore. Movimentando certi terreni potrà accadere di rimettere in circolazione milioni di pico grammi, e la dose letale per una persona è di 2 picogrammi al giorno per 1 kg di peso corporeo.
Nelle analisi effettuate tali valori sono contenuti migliaia di volte. Per chiarire il concetto: se ci si trova su un terreno con 9 nanogrammi, quindi sotto il limite di 10 di legge, quei 9 nanogrammi per chilo di terreno corrispondono a 9000 picogrammi, una quantità in grado di aggredire una quarantina di persone.
Il progetto ipotizza di movimentare 4 milioni di metri cubi di terra, di cui almeno 600mila contaminati, per un totale di oltre un milione di tonnellate. Il conto è presto fatto.
A causa del rischio insostenibile che deriverebbe dagli scavi, in ragione del lievitare spropositato dei la costi che società dovrebbe affrontare in caso di bonifiche obbligatorie, e per il fatto che i cinque miliardi necessari non ci sono, oggi è difficile dire se la Pedemontana verrà realizzata. Negli ultimi anni sembra che abbia preso il sopravvento l’idea di abbandonare la tratta B2 potenziando invece l’attuale Milano-Meda, anche perché alcuni studi sui flussi di traffico effettuati per conto dei comuni avrebbero confermato che, per evitare il pedaggio autostradale, con la Pedemontana ci sarebbe un incremento di flusso ma nella viabilità intercomunale a causa del collettamento per incanalare il maggior traffico nei comuni più a valle.

Alberto C. Steiner

Le favole della buona notte: ecosostenibilità di un autodromo

Girava per casa una preziosa edizione ottocentesca della Divina Commedia illustrata dal Dorè ed io bambino, ammirando la venustà di Cleopatra, credetti che la frase “Dio me l’ha data, guai a chi me la tocca” l’avesse pronunciata lei.
Solo anni più tardi scoprii come fosse attribuiita a Napoleone per la nota vicenda dell’autoincoronazione avvenuta il 26 maggio 1805 nel Duomo di Milano, e riguardasse la corona ferrea della monzese Teodolinda.
E nell’autunno del 2000, quando divenni cittadino monzese, compresi come il generale corso avesse azzeccato in pieno un certo spirito dell’antica Modœtia: ciò che abbiamo è nostro per diritto divino, e guai a chi vuole portarcelo via. Costi quello che costi, meglio se con i soldi degli altri.
E dopo cotanta premessa vengo al dunque: come ogni anno si sprecano polpettoni, ritorsioni, discussioni, diatribe, interrogazioni parlamentari sul futuro della Formula Uno. Monza, no Imola. No, Ecclestone non la vuole più in Italia. Allora bisogna pagare, ma deve farlo lo Stato poiché la F1 rappresenta un interesse nazionale (se questa vi sembra degna dello Zelig proseguite nella lettura: scoprirete che non è così).
Ed ecco che, contestualmente al bailamme di qualche notte di mezza estate, viene spolverata dai media locali l’analisi strategica intitolata Programma di adeguamento e riqualificazione dell’Autodromo di Monza pubblicata da Sias, gestore dell’Autodromo, e Automobile Club Milano nell’aprile scorso.CC 2016.07.17 Autodromo Monza 001Chi si aspettasse il solito peana all’importanza della Villa e del Parco come un più grande polmone verde cintato d’Europa e blablabla, seguito da proposte esclusivamente incentrate sulle esigenze dell’autodromo è in errore: la relazione, affidata ad esperti forestali, ambientali e paesaggisti, tiene nella giusta considerazione il valore del Parco nei suoi aspetti naturalistici, storici e scenografici.
Tentando di portare subito dopo acqua al mulino dell’autodromo, è ovvio. Per esempio come si legge in questo passaggio a pagina 8: “Il programma è basato su un’azione integrata di riqualificazione della pista e del sistema paesaggistico ambientale circostante. L’obiettivo è innalzare il valore complessivo del Parco di Monza quale patrimonio di un’ampia collettività e di assoluto interesse nazionale.”
E, come scrivono sulla confezione di certi prodotti alimentari “del contadino” piuttosto che “di nonna Pina” ecco l’equivalente del “come una volta”, a pagina 22: “Nella cartografia storica del Brenna del 1845 è importante notare alcune delle architetture vegetali che hanno fatto la storia del Parco: l’asse del Mirabello nella sua sezione centrale e nord, il Rondò della Stella con i suoi dieci raggi, il Serraglio dei Cervi.”
Però, visto che ormai il danno è fatto, andiamo a pagina 77: “Il Viale Mirabello con i suoi filari di querce, in alcuni casi ultracentenarie, e per la sua lunghezza e linearità rappresenta uno dei grandi elementi qualificanti del disegno del Parco di Monza; purtroppo il viale risulta ad oggi gravemente menomato nella sua estensione a nord dove è stato interrotto diverse volte dalle curve sopraelevate e dalla Variante Ascari. Nella parte nord, in corrispondenza del Rondò della Stella, il Viale Mirabello si infrange inesorabilmente sulla pista (la sopraelevata nord) dopo pochi metri, togliendo la connessione fisica e visiva dell’asse prospettico. Al di là della sopraelevata, nella sua estensione nord, il viale perde la sua grandezza.”
Seguono a questo punto proposte tecniche e scenografiche che porterebbero la pista ad essere “ancora più integrata nel Parco come elemento naturale, in un continuum ecologico con l’ecosostenibilità del luogo.” Come no.CC 2016.07.17 Autodromo Monza 002Tralascio modifiche al tracciato e interventi di compensazione e mitigazione proposti, e vado subito al dunque: “Si propongono interventi come il ridisegno di assi prospettici storici, nel caso in cui vi siano tracce di questi. Inoltre, si considera fondamentale tenere conto dello stato attuale della struttura del Parco includendo il tracciato per l’alta velocità sopraelevato, in modo da proporre interventi contestuali alle problematiche ricoperte da esso.” Tradotto in italiano significa: la sopraelevata non si tocca, e si restaurano gli spezzoni dei raggi che si diramavano dal Rondò della Stella, ormai completamente privati del loro senso e delle loro prospettive, con buona pace dei dotti imbonimenti sugli aspetti paesaggistici.
Ma il bello arriva adesso: “Gli scenari hanno come protagonista la pista per l’alta velocità: l’integrazione della sopraelevata in una nuova struttura di parco che vada a sfruttare le potenzialità della stessa trasformando gli svantaggi in vantaggi, o la demolizione della sopraelevata e il ripristino, ove possibile, dell’antico tracciato storico del Parco.
Con la demolizione si avrebbe una quasi completa restituzione al Parco di gran parte della sua continuità ma senza che questo risultato di grande valore comporti l’eliminazione dell’impianto e della sua funzione di circuito automobilistico internazionale.
Il recupero dell’unitarietà del Parco potrebbe inoltre prevedere il risanamento delle parti del Parco intercluse all’autodromo in un’ottica di unico insieme a cui viene ridata vita.”
Anche qui, traduzione: siccome non conosciamo quali saranno le sorti della F1 iniziamo a diversificare, sviluppando nuove attività anche se prive di coerenza con la missione originaria (quella della gare automobilistiche) purché siano redditizie.
Concludo con un numero: 47, che non è il proverbiale morto che parla ma i milioni di euro ipotizzati come costo della riqualificazione. Con quella cifra ci fai un’altra Gardaland e un centro commerciale. No, era solo per dire.

Alberto C. Steiner

Ritrovare la dimensione spaziale

Il castello nasce come evoluzione del castrum romano, l’accampamento militare, sviluppandosi, nelle forme che ci sono pervenute, come casa-azienda fortificata a partire dal IX Secolo: i suoi interni sono rustici ed essenziali, solo in epoca successiva ingentiliti da decorazioni e affreschi contestualmente ai criteri estetici che si andavano imponendo ed al prestigio delle famiglie occupanti.CC 2016.07.10 Recupero spazi 004Nella distribuzione degli spazi non vi era tutto sommato differenza tra castelli di campagna e rocche montane poste a presidio di passi o a difesa di valli: un salone utilizzato per la funzione pubblica, amministrazione del territorio e della giustizia, incontri con i feudatari sottoposti, feste; l’area riservata ai signori consistente spesso in un unico locale; altri locali ed edifici annessi adibiti a stalle, magazzini, dispense, alloggi del personale di servizio e della guarnigione militare.
Spesso all’esterno dell’edificio – e successivamente protetto da mura – si sviluppa un borgo di case arroccate occupate da agricoltori, artigiani, domestici e pastori al servizio dei signori, e successivamente anche da attività commerciali: lo speziale, il vinaio, la locanda. Gli abitanti del borgo possono all’occorrenza accedere al castello per trovarvi protezione nel caso di attacchi nemici.
È in quel periodo che si sviluppano gli agglomerati urbani minori: vere e proprie topaie con muri umidi e fatiscenti e pavimenti spesso in terra battuta, vicoli appositamente stretti per esigenze difensive e nei quali la luce del sole non penetra, liquami e prodotti della deiezione umana e animale che scorrono al centro delle strade. Le stesse abitazioni sono dei tuguri illuminati ed arieggiati solo dal vano d’ingresso: un unico locale nel quale vivono, dormono, mangiano, lavorano, si riproducono i membri della famiglia. Le malattie dovute alle carenze igieniche sono endemiche, e la situazione permane, anzi si reitera, negli anni della rivoluzione industriale con, in più, l’aggravante dell’ammorbamento da fumi tossici..
Nelle campagne la gente vive indubbiamente meglio, ma anche lì la conformazione edilizia prevede un unico locale da adibire alle esigenze abitative, e poi dispense, stalle, magazzini, ambienti lavorativi.CC 2016.07.10 Recupero spazi 003In buona sostanza gli spazi edificati concedono una quota decisamente minoritaria all’aspetto residenziale privato, rispetto a quella decisamente maggiore destinata alle attività produttive e di servizio.
In compenso le faccende domestiche non davano molto da fare, nello spazio abitativo ridotto a quell’unico locale in cui, nella brutta stagione, si dormiva e si mangiava. Inutilmente i parroci scagliavano i loro anatemi contro l’abitudine di dormire tutti insieme. Contadini e artigiani, fossero essi di pianura o di montagna, ben raramente disponevano di un letto. E così famiglie, parenti e ospiti di passaggio si coricavano tutti insieme su pagliericci, sacchi riempiti di foglie delle pannocchie (questo dopo il 1492, ovviamente), fieno, erbe oppure su panche, cercando di restare il più vicini possibile gli uni agli altri al fine di sfruttare il calore corporeo. In inverno si cenava e dormiva nella stalla, sfruttando il calore delle bestie. In montagna l’abitudine permase ben oltre il secondo dopoguerra, e ricordo di avere letto relazioni scandalizzate di alcuni etnologi alpini (ogni epoca ha i suoi studiosi, censori e consiglieri dei fatti degli altri: oggi abbiamo counselor e life coach) che, ripresi sul frontespizio o all’interno del libro vestiti come Tartarin di Tarascona, bollavano come selvagge, immorali, sporche ed affette da cretinismo le popolazioni montane.CC 2016.07.10 Recupero spazi 001Anche nei castelli la situazione non era però diversa: il letto privato era un privilegio riservato ai castellani, mentre gli altri si coricavano dove capitava, su giacigli disposti al momento. Persino la governante della signora dormiva a terra, ai piedi del letto padronale.
Ma a differenza degli agglomerati urbani, nelle realtà contadine preindustriali di matrice celtica – e quindi non contaminate da influssi turchi o arabi – le donne ricoprivano ruoli equivalenti a quelli maschili, compresi i lavori più pesanti ed all’occorrenza i combattimenti: niente affatto segregate si muovevano quanto i loro compagni, ed anzi a loro era affidata la fondamentale funzione pubblica di portare al mercato cittadino il surplus della produzione agricola, i prodotti del bosco, i manufatti tessili e artigianali. Frequentando le città interagivano con le loro omologhe degli altri villaggi, pagavano le tasse e tentavano di contrastare i soprusi di ogni genere – anche di matrice sessuale – perpetrati da signori, signorotti, armigeri e chiunque si sentisse investito di una qualche autorità, preti compresi.
La storia medioevale, rinascimentale e persino ottocentesca ci consegna l’immagine di popolane a capo di sommosse e rivolte: è evidente come l’abitudine al contatto con altre realtà ed opinioni favorisse in loro una crescita in termini di consapevolezza, cosa che non raramente ai loro compagni era preclusa.
Anche nelle classi agiate erano prevalentemente le donne ad amministrare l’autorità, essendo i mariti spesso assenti per conferire con il sovrano o con altri nobili, a caccia o in guerra, magari per anni in occasione delle crociate. Ed era quindi la castellana, nelle campagne ed in montagna, ad esercitare un potere paritario a quello maschile. E nessuno nel mondo rurale pensò mai di contestare tale autorità per il fatto che fosse una donna ad esercitarla, a parte i soliti preti che sgomitavano per proporsi come consiglieri, assistenti e censori della morale. Ma all’esterno dell’ambito urbano si può dire che i preti non battessero chiodo, sopravanzati dal carisma dei frati, che non erano poi di pasta tanto diversa, ed anche loro imponevano il pizzo.CC 2016.07.10 Recupero spazi 002Va detto che le feudatarie non esercitavano il potere solo in assenza del marito, o fratello, ma anche come castellane a pieno titolo, tanto è vero che nelle famiglie di elevata nobiltà alle donne spettavano i medesimi diritti sulla proprietà riservati ai maschi e, nell’aristocrazia, il titolo di proprietà era indissolubilmente unito al dovere di amministrarla: giustizia, esazione dei tributi, controllo dei fondi vedevano le nobildonne spesso in sella per sorvegliare il buon andamento del feudo.
Breve salto temporale, per dire che l’odierna cultura occidentale contemporanea divide nettamente spazi fisici ed emozionali in pubblici e privati: esistono persino ridicole norme legislative che sulla carta dovrebbero difendere la privacy, alla quale è strettamente interconnesso il senso di quel pudore, ovviamente femminile, che secoli di malleus cattolico ci hanno surrettiziamente indotti a ritenere innato e naturale.
Ma il distinguo tra pubblico e privato è opera di condizionamenti culturali, che per quanto riguarda le classi lavoratrici urbane e contadine datano solo da alcuni secoli e, nelle nostre campagne, non abbero diritto di cittadinanza addirittura sino a qualche decennio fa. In questo senso è illuminante leggere quanto scrive Giampaolo Pansa in Poco o niente, eravamo poveri torneremo poveri (Rizzoli, 2011):
«Era un mondo feroce, dove pochi ricchi comandavano, decidevano tutto e si godevano le figlie dei miserabili. I poveri erano tantissimi, venivano messi al lavoro da piccoli, poi l’ignoranza li spingeva a comportarsi da violenti. Anche con le loro donne, costrette a partorire un figlio dopo l’altro oppure ad abbandonare la famiglia diventando prostitute.
Le campagne succhiavano il sangue dei braccianti, condannati a patire la fame, le città erano un inferno in preda al colera, alla malaria, al vaiolo, alla pellagra. Torme di bambini cenciosi vivevano per strada mendicando. I bordelli prosperavano ed il sesso nascosto trionfava. Dietro un ordine apparente covava il grande disordine che sarebbe sfociato nella prima guerra mondiale.
Fu allora che si consumò il massacro dei poveri in divisa, destinato a concludersi con la contesa rabbiosa tra rossi e neri, chiusa dall’avvento del fascismo.»
Fu allora che il fascismo inventò la “professione” di casalinga, ruolo destinato alle popolane per escluderle dal lavoro in quel periodo di grave crisi occupazionale, e fu sempre allora che vennero istituiti i premi per le famiglie che mettevano al mondo più figli.
All’ideologia cattolica non sembrò vero di poter disporre di un così potente strumento di controllo, e cercò di tenerlo in vita sino alla fine degli anni Settanta, aiutata in questo, almeno sino alla prima metà del decennio precedente, dal nemico di sempre: il comunismo, al quale andava benissimo una rigida separazione degli spazi e l’estromissione delle donne dai processi produttivi e riproduttivi di beni e servizi.
Ed ora torno indietro nel tempo, ma non di molto, solo di circa tre secoli, quando l’ideologia borghese urbana stabilì che “La casa è il regno della donna”, affidando alla componente femminile rappresentanze da salotto ed onerosi compiti lavorativi: ordine, pulizia, figli, cibo, bucato, rammendo… Compiti che si fecero più gravosi con il trascorrere del tempo e l’ingrandirsi delle abitazioni. Aumentarono anche le esigenze che imponevano morale, igiene e – mentre i mariti potevano fare quel che volevano dove pareva loro – per le donne perbene vennero statuiti dei comportamenti sessuali, vale a dire dei doveri coniugali sanciti dal famoso aforisma: “Non lo fò per piacer mio ma lo fò per voler di Dio.” Come no, del resto le corna (e mi riferisco ai mariti, soprattutto a quelli tutti d’un pezzo) uno se le cerca.
Tutto questo non era nemmeno ipotizzabile al di fuori del tessuto urbano: fra contadini e contadine il lavoro esterno era equamente ripartito e l’esercizio della sessualità era naturale e selvatico in armonia con i ritmi della natura. Certo, c’era il rovescio della medaglia: aborti, ruota, infanticidio. Ma questo accadeva anche in città, e non necessariamente nelle sole classi miserabili.
I borghesi urbani, in una sorta di Sindrome di Stoccolma ante-litteram aiutati dalle mogli, accusavano le campagnole di non avere amore per la casa, di essere disordinate e sporche, di mostrarsi nude quando si lavavano al fiume o nella tinozza e… di non portare le mutande.
Salvo trombarsele senza ritegno, magari dodicenni, quando se le ritrovavano a servizio nelle case di città. E le intemerate signore non erano da meno con i ragazzini che accudivano la stalla ed il bestiame.
In realtà le donne di campagna avevano ben altro da fare, e gli spazi abitativi – come visto in precedenza – non solo erano ridottissimi, ma la gran parte della giornata veniva trascorsa all’esterno, e spesso persino la notte nella bella stagione.
Inoltre le contadine, a differenza delle cittadine ormai rinchiuse e sole, svolgevano molte attività in modo corale: dal bucato al lavatoio alla preparazione del pane nel forno del villaggio.CC 2016.07.10 Recupero spazi 005Alla fine di tutto questo ragionamento e, intendiamoci, non sto vagheggiando improbabili bei tempi andati ma solo osservando un modo di essere e di sentire, mi è sorta una considerazione basata sulla differenza tra la cultura agricola ancestrale e quella fabbrichettiana odierna.
Da una parte pochissimo spazio riservato all’abitazione, vita prevalentemente all’esterno e condivisa, ruolo e poteri femminili assolutamente paritari rispetto a quelli maschili.
Dall’altra 300 metri quadrati di capannone e 900 di villa, recintata con impianto di videosorveglianza e allarme “permanentemente collegato alle forze dell’ordine”, ruolo femminile, quando non imprenditoriale ma improntato ad un modello maschile, di contorno e scenografico.
Che la differenza in termini emozionali e di consapevolezza fosse data proprio da quella dimensione spaziale che, nella cascina come nel castello, non prevedeva inutili sovrastrutture?

Alberto C. Steiner

Le vergini dai candidi manti

Imprenditori attenti! esorta il quotidiano Metronews, non si capisce bene se riportando le parole del Procuratore Ilda Boccassini.
Siamo di fronte all’ennesima scoperta che la mafia era infiltrata nell’Expo, con corollario di squallide vicende familiari quali le consorti di certi professionisti intestatarie (a loro insaputa?) di conti correnti e partecipazioni societarie pericolose.CC 2016.07.08 Imprenditori attenti.jpgRiporto l’immagine dell’articolo e il link così chi ne ha voglia se lo legge, perché non ho nessuna intenzione di perder tempo e sprecare energie ad elaborare vicende note persino ai bambini dell’asilo, anche se si finge di scoprirle solo ora.
Dico solo questo: quell’imprenditori attenti! mi suona di falso, di campana rotta, di fuori luogo. Operando professionalmente nel mondo del contenzioso, dei fallimenti e, inevitabilmente, del sottobosco dei traffichini ho quotidianamente notizia di imprenditori lombardi che non aspettano altro che di potersi mettere in affari con la mafia. Lo stesso Expo, senza la mafia, non si sarebbe potuto tenere.
Inutile che ora ci si stracci le vesti gridando come capretti scannati: per quel che ne so io è dall’immediato dopoguerra che sono gli imprenditori lombardi ad andare in cerca di mafiosi per garantirsi buoni affari. E questo è quanto.

ACS

Bio è morto?

Retrospettiva: nel Veronese, il 26 novembre 2014, la trasmissione televisiva Le Iene smascherò un venditore di ortofrutticoli fintobio ancorché certificati, che non coltivava direttamente come dichiarato ma acquistava al mercato ortofrutticolo, e che non solo non erano bio ma contenevano anzi alcuni tipi di pesticidi comunemente utilizzati in agricoltura convenzionale.
Il fatto non mancò di suscitare scalpore: denunce, richieste di pareri all’AVeProBi, l’associazione veneta produttori biologici, articoli sul quotidiano L’Arena e sui portali green, post e accese discussioni sui social a tema, tavoli quadrati, rotondi e di ogni altra forma aperti e chiusi fino a quando, nello spazio di un amen, su tutto scese il velo dell’oblio.campagna lombardaA distanza di oltre due anni abbiamo deciso di fare una verifica, sia della memoria collettiva sia della qualità di quanto proposto in vendita nei vari mercati locali. Circa alla memoria collettiva il conto è presto fatto: zero. Nessuno ricorda più l’episodio, nemmeno mostrando il video tuttora presente sul sito www.iene.mediaset.it.
Quanto ai mercatini a km zero, sia in quelli promossi da Coldiretti sia negli altri a livello più ristretto, tutti gli operatori hanno tenuto a precisare, ancorché non richiesti, che bio non significa esenzione da pesticidi, perché sia la legge sia le associazioni agricole ne ammettono l’uso. Come si dice: excusatio non petita
È bene chiarire che nonostante le certificazioni Icea, Mipaf e altre che stabiliscono controlli rigidissimi sulle aziende, può sempre esserci il furbo di turno che ci prova, rovinando la reputazione di tutto il settore.
Porto come sempre il paragone dei tassisti milanesi: sono 5mila, e in un ventennio di assidua frequentazione avrò incontrato forse trenta imbecilli o farabutti. Ma questo nulla toglie agli altri che si sono dimostrati sempre all’altezza del compito, e in molti casi simpatici, professionali e gentili.
Tornando quindi al bio, se le aziende agricole tradizionali vengono verificate ogni decennio – ma è una stima ottimistica – quelle biologiche lo sono ogni semestre.
I consumatori hanno quindi, almeno sulla carta, tutte le ragioni per sentirsi al sicuro, tanto più che nel caso di certe cooperative veronesi che raggruppano svariate decine di produttori i controlli vengono effettuati, oltre che sulle imprese, anche sulle cooperative stesse e persino sui distributori commerciali.
Certo, sta ai consumatori dedicare un minimo di attenzione alla presenza della certificazione: sull’etichetta o sul contenitore sono sempre presenti il riferimento all’ente certificatore e l’identificativo dell’azienda controllata. Basta leggere.
Visitare le aziende, conoscere i coltivatori e parlare con loro è inoltre estremamente utile, istruttivo e piacevole: chi non ha nulla da nascondere mostra volentieri i propri campi e parla con orgoglio e passione del proprio lavoro.
Non dimentichiamo inoltre che nel biologico, quello vero, esiste una sorta di rete di autocontrollo da parte degli stessi operatori, che tengono moltissimo a tutelare la propria credibilità: è facile infatti che sia un agricoltore il primo a rendersi conto che qualcosa dal vicino non funziona ed a segnalarlo, dapprima al vicino stesso e se necessario agli organismi di controllo.
Il nostro consiglio per i consumatori è quindi di essere consapevoli e di non andare in giro fideisticamente con la testa nel sacco, nella pretesa che tutto funzioni e che debba sempre pensarci qualcun altro.
È innegabile che esistano coloro che, avendo venduto frutta e verdura per un trentennio, affermino che il bio vero è impresentabile e che sia sufficiente acquistare generi normali e lavarli con i prodotti giusti (diluente nitro?) per mettere in tavola prodotti di prima qualità. Sono i produttori bio ad essere disonesti… Peccato che costoro dimentichino che in Alto Adige, terra delle mele di Biancaneve, fino a non molto tempo fa venivano emesse ordinanze comunali per dissuadere la popolazione ad uscire in certe ore del giorno, esortare a tenere le finestre chiuse e sopratuttto tenere i bambini lontani dai campi.
Il problema del bio, casomai, è il non bio: certe sostanze, complici il vento e gli insetti che non possono essere ovviamente governati, si spargono ovunque contaminando tutto.
Per garantire che non vi siano tracce di fitosanitari sintetici sul prodotto il biologico ha regole precise, ma va detto che non tutti produttori bio rispettano un ideale etico di produzione, specialmente quando, per comprimere i costi e campare, le quantità prodotte assommano a valori industriali. Se il consumatore vuole una produzione artigianale di alto livello la strada è una sola: affidarsi a produttori locali noti, con metodiche documentate.
E, tanto per essere chiari, non credere all’equivalenza biologico uguale salutistico o naturale, non è obbligatoriamente così. Per esempio, i protocolli bio ammettono l’uso del verderame (sostanza altamente irritante per occhi, cute e vie respiratorie) e di alcuni ossicloruri, nocivi per inalazione e ingestione e che, oltre a causare dolori in bocca e nella faringe, nausea, vomito, diarrea con presenza di sangue e calo della pressione sanguigna, sono altamente tossici per gli organismi acquatici.
Il consumatore deve essere consapevole che non può chiedere un prodotto ecologico che costi solo il 10 per cento in piú rispetto a quello convenzionale. Intendiamoci: ciò non significa che il bio debba costare il doppio, anzi.CC 2016.07.08 Bio è morto 003Conosciamo un’azienda ligure di olio bio, la cui esigua produzione è venduta, a 16 Euro al litro, ancora prima di finire imbottigliata. Questi sono i prezzi del bio, piaccia o meno: chi pensa di comprare extravergine a 3 Euro non solo non compra bio, non compra nemmeno olio… Ma anche chi lamenta prezzi a suo dire esosi non compra il bio, si bea di frequentare le boutique biobau ma cerca il tofu, l’amaranto, il kamut (!) e improbabili miscelanee di segatura, non i prodotti seri, che hanno un prezzo di poco superiore al normale.
Indubbiamente il bio costa: energia, impegno e passione a chi lo produce ma le furbate, per chi opera seriamente in un contesto di nicchia, equivalgono al suicidio.
Bisogna prestare attenzione, inoltre, anche ai marchi della grande distribuzione che offrono lo spazio bio, specie nell’ortofrutta: Esselunga, Carrefour, Auchan, Coop per intenderci.
Per citare solo un marchio, sul quale abbiasmo notizie certe: Coop, nonostante i proclami eticosocialbiobau, ritira solo episodicamente dai piccoli produttori locali perchè afferma che non sarebbe in grado di riempire i banchi e garantire le scorte.
È innegabile infine come l’agricoltura intensiva tradizionale sia una delle prime fonti d’inquinamento ambientale a livello mondiale e, come scrivemmo sul blog il 28 maggio scorso a proposito dei numeri dell’agricoltura lombarda, oggi la campagna è letteralmente devastata: sembrano aziende agricole ma sono fabbriche, veri e propri cibifici, con sempre meno produttori ed appezzamenti sempre più grandi a segnare un paesaggio sempre meno umano.CC 2016.07.08 Bio è morto 002Solo ora la maggiore consapevolezza culturale ci consente di uscire, non senza fatica a causa degli errati convincimenti indotti da certo marketing, da un periodo storico durato oltre un secolo e segnato, non solo nell’agroalimentare, dall’abuso della chimica.
Un tempo, grazie alle reminiscenze contadine della maggior parte delle famiglie, gli acquirenti stessi erano molto più informati, ma oggi è quasi utopico pensare – in ragione dello stile di vita forsennato e competitivo nel quale ci siamo ingabbiati – di avere tempo da spendere per ricercare il prodotto giusto e sano: i supermercati, aperti fino a tardi e persino di notte, permettono di andare a fare la spesa ad ogni ora. Il bio, va detto, pur costituendo un buon investimento per chi lo produce e lo commercializza, è ancora di nicchia, e la consapevolezza alimentare è ben lungi dall’essere a livelli generalmente condivisi. Il consumatore del biologico, pertanto, è chi sceglie di investire parte del proprio (poco) tempo in ricercche e acquisti molto più faticosi e laboriosi rispetto all’acquisto compulsivo, superficiale, veloce e ignorante al quale la massa è stata dis-educata, è informato e consapevole, gli sono mediamente note le tecniche produttive, di conservazione e trasformazione. Insomma, è difficile fregarlo.

Alberto C. Steiner