Panino e listino: dalla finanza creativa alle criptovalute

CC 2016.07.07 Chi siamoLo spettacolo di ripeteva puntualmente ogni giorno all’ora di pranzo: dalla Lodi in Mercanti al Credito Italiano in Cordusio e sino all’Agricola Mantovana in Cairoli o, per i più raffinati, dal Banco di Napoli in via Grossi a salire lungo la direttrice Popolare di Novara e Monte Paschi in Santa Margherita fino all’Ambrosiano, riservato come un privè in piazza Ferrari, custodito dall’ombra della Scala e dall’incombente presenza, in Filodrammatici, di Mediobanca, “il salotto buono della finanza italiana”, torme di tassisti e casalinghe si assiepavano davanti alle vetrine delle banche, dov’erano allestiti monitor di notevoli dimensioni che trasmettevano incessantemente gli esiti delle negoziazioni borsistiche.
Onor di cronaca impone di menzionare come dette vetrine fossero meta anche di numerosi canuti pensionati dall’aria distinta e sussiegosa, effluvi di Monsieur di Givenchy, Loden verde bosco in inverno, Il Geniale sotto braccio ed i primi cordini a reggere gli occhiali, che avevano ben altro cui dedicare attenzioni, tra la casetta a Laveno piuttosto che l’appartamentino a Moneglia, rispetto ai cantieri, l’unica cosa rimasta oggi, a distanza di trent’anni, ai loro miserandi omologhi.
La gente, come nella Samarcanda di Vecchioni, era in festa e danzava attorno ai fuochi, resa ebbra dalla possibilità di poter investire in borsa come i ricchi, guadagnando in un giorno il 20, il 50 , il 200 per cento di cento, o cinquanta, o trenta, o anche solo diecimila lire investite mensilmente nei piani di accumulo dei fondi che, a cavallo fra gli anni ’70 ed ’80 del secolo scorso, presero sempre maggiore spazio nel panorama finanziario dell’Italiland, sino ad allora odoroso di legni e cera come una sacrestia e riservato a pochi soggetti dotati di notevoli mezzi.
Le nascenti società di intermediazione finanziaria consentirono il new deal della finanza popolare: tutti poterono sentirsi come i ricchi pur investendo importi anche minimi. Pioniera in questo fu Programma Italia, del Gruppo Fininvest, con le sue squadre d’assalto di consulenti globali guidati da Ennio Doris e specializzati nel gioco delle tre carte.
È sicuramente d’accordo con me signor Rossi …
Come lei può benissimo immaginare …
Al costo di un caffè al giorno lei può ottenere …CC 2019.02.01 Panino Listino 001.jpgContestualmente piombarono sul mercato i corsari dei titoli atipici, veri e propri guru della finanza creativa: Canavesio, Mendella, Bagnasco, Roveraro, Cultrera, Sgarlata.
Si giunse così al colpo di stato del 17 febbraio 1992, l’appeal dei fondi andò via via scemando, l’ubriacatura passò e, spesso, insieme con i guru si volatilizzarono i risparmi investiti negli atipici. Alcuni guru vennero ritrovati morti, anche in circostanze orribili, quelli ritrovati vivi trascorsero periodi più o meno lunghi nelle patrie galere. Che allora, ottimamente frequentate, assomigliavano a campus universitari o a sedi di blasonati club: guru della finanza, bardi e grand-commis della politica uscente, boss mafiosi dall’indiscusso prestigio. Tutte persone – come avrebbe scritto l’indimenticabile Fortebraccio – molto note, soprattutto fra loro.
Ah che bell’ ‘o café
Pure in carcere ‘o sanno fa
Co’ a ricetta ch’a Ciccirinella
Compagno di cella
Ci dette mammà
Tutti costoro, tranne i mafiosi che garantirono comunque la loro benedizione, uscirono con una nuova visione che portò a fondare cooperative improntate alla solidarietà sociale ed attive nella finanza etica.
Il resto è cronaca: giunsero i colori, le lucine, le icone di Windows 98, 2000, XP, lo sparatutto Doom, Commandos, Asylum ed i loro epigoni, internet e i social. Nel frattempo il rendimento degli investimenti finanziari precipitò dal 27% medio al nulla: niente panem, e nemmeno brioches, ma molto circenses.
Sono dieci anni che sento parlare di bitcoin, sono dieci anni che chi me ne parla se ne occupa professionalmente, sono dieci anni che non vi ho investito un centesimo.
Il nonno di un compagno delle superiori, vecchio volpone della finanza milanese che negli anni del dopoguerra aveva fatto i soldi come agente di borsa, affermò un giorno: “Ragazzi, quando sarete adulti ed avrete disponibilità finanziarie (era un fine umorista ed un inguaribile ottimista… NdA) se non volete sbattervi comprate case: incassate gli affitti, pagate le tasse, pagate le spese e qualcosa vi rimane, e quando le rivendete riportate a casa i vostri soldi.
Se invece volete rischiare investite al massimo il 25% di quello che avete, e cercate qualcosa che la massa non conosca, perché quando di un investimento si parla a cena, fosse anche in un ristorante esclusivo, la frittata è fatta: lo conoscono in troppi, persino il cameriere che vi sta servendo, ed è già diventato un prodotto a rischio. E tra non molto salterà per aria.”CC 2019.02.01 Panino Listino 003Ecco, la notizia, per altro da verificare, che Paolo Bonolis lascerebbe il mondo dello spettacolo per dedicarsi a Bitcoin Future, un software che “permetterebbe anche al cittadino medio di approfittare del boom dei Bitcoin, anche se non ha alcun tipo di esperienza con le criptovalute o strategie di investimento”, confermando le parole del nonno del mio compagno di scuola, va a sancire gli ultimi bagliori di un crepuscolo, costellato da tragedie occasionali come quella del lunedì nero, il 19 ottobre 1987, quando Wall Street crollò del 22% trascinando il mondo intero. O quella del 2008.
Per quanto riguarda l’Italiland uno dei crolli più significativi fu quello di Europrogramme, società “italiana di diritto svizzero” che investiva in immobili rivalutandoli costantemente sulla base di perizie, artefatte per ottenere sempre maggiore credibilità e sempre maggiori finanziamenti per acquistare ulteriori immobili. E tutto andò bene fino a quando chi smobilizzava ritirava il capitale conferito, sontuosamente rivalutato non dai rendimenti immobiliari ma dagli aspiranti investitori che, visti i rendimenti, facevano la fila per entrare nel fondo, opportunamente rassicurati dai funzionari delle banche che lo commercializzavano.
Il fondo raccolse oltre mille miliardi, investì nella CIGA, Compagnia Italiana Grandi Alberghi, nella Valtur e nei suoi villaggi turistici, nella Interprogramme ed in altri rami.
Ad un certo punto gli investitori calarono, agli smobilizzi non corrisposero nuovi ingressi e il denaro liquido per remunerare i sottoscrittori uscenti si esaurì. Le banche, ai clienti infuriati, risposero che il fondo non era parte della banca ma esterno, e che comunque ciascuno vi aveva investito sotto la propria responsabilità. Finì con denunce, istanze di fallimento, commissariamenti, amministrazioni controllate, tentativi di vendita degli immobili.CC 2019.02.01 Panino Listino 002Tentativi ovviamente fallimentari, in primo luogo perché in casi consimili gli eventuali acquirenti offrono prezzi stracciati, ed in secondo luogo perché i periti nominati dai vari tribunali certificarono valori ben inferiori rispetto a quelli a bilancio.
Ancora il 6 settembre 2018 le ultime briciole del fondo, cessato nel 1985, risultavano in liquidazione in forza di un provvedimento deliberato il 5 giugno 2015. Fine della storia.
Ricordo che di Europrogramme ne parlava gente in tram, ne sentii parlare persino da alcuni operai della fonderia dove lavorai al tempo dell’università, ne sentii parlare, malvolentieri e solo perché costretti, da coloro che all’epoca furono i promotori del fondo, riciclatisi ove possibile in banche, assicurazioni e nascenti società di intermediazione, le nonne delle attuali sim.
Morale della favola: diffidate di un investimento favoloso e del quale parlano tutti come di una macchina per far soldi. Nessuno regala nulla, e meno ancora nel mondo finanziario, compreso quello dichiarato etico. Nel quale l’unica differenza è che il pifferaio vi condurrà sull’orlo del precipizio dando fiato ad uno strumento in legno garantito bio.

Alberto Cazzoli Steiner

Per approfondire
18.11.2009 – Attenti! Ora la finanza speculativa si traveste di “verde”
09.07.2015 – Analisi del portafoglio di Banca Etica Sgr
30.12.2015 – Possiamo fare a meno dei fondi etici?
08.01.2016 – Sempre più affilati i denti a sciabola della finanza etica

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Edilizia 4.0: no, Mago Merlino non lavora qui

Più che una new way of life sembra una new way of living-room. La rappresentazione dell’edilizia quattropuntozero, tutta BIM, Building Information Modeling, stampanti 3D e deliri di case popolari alte fino al cielo e cablatissime non è più affidata agli architetti.
Il protagonista, sempre sorridente, bello e macho come Paul Newman al massimo del suo splendore, è un ingegnere in camicia bianca, non a scacchi, desueta ed indossata ormai solo dai pensionati dei NOCS, Nuclei Osservatori Cantieristici e Suggeritori.
Completano la mise cravatta allentata tinta unita, preferibilmente stretta e scura, ed elmetto giallo. Sottobraccio, l’inevitabile rotolo con disegno di progetto e, pur essendo la scena ambientata in cantiere, senza la benché minima piegolina e candido siccome un giglio.
Non fatevi trarre in inganno: quell’ingegnere non sta lavorando, lo hanno assunto perché si distragga dopo la tragedia che ha colpito la sua famiglia.
È da poco rimasto vedovo: la moglie era la mamma del Buondì Motta, quella dell’asteroide.Shanghai city network technologyAllo stato dell’arte l’Edilizia 4.0 è una chimera con scarsissime possibilità applicative, ed in questo articolo ne espongo le ragioni.
Ancora nel 2016, esattamente il 27 aprile, l’allora Presidente dell’ANCE Claudio De Albertis, nel corso di un’audizione alla Camera dei Deputati affermava come l’attività nel settore delle costruzioni sia complessa e caratterizzata da un modo completamente diverso di industrializzare i processi rispetto a qualsiasi altro genere di attività industriale.
Lo prova il fatto che il settore si sia adattato al sopraggiungere di obblighi di legge piuttosto che di nuovi scenari del mercato semplificando al massimo la propria organizzazione, ma senza mai fare propria una visione strategica.
Ciò deriva precipuamente dal fatto che l’ossatura del sistema non siano i pochi colossi ipertecnologici, superfinanziati e maestri in pubbliche relazioni, ma imprese piccole, ed anche minime, assolutamente non in grado, in ragione del livello culturale dei loro esponenti e della modesta capacità finanziaria, di adeguarsi al cambiamento in atto.
Lo stesso cambiamento che nell’ultimo ventennio si è reso evidente in massima parte per la sostituzione dei muratori bergamaschi con quelli egiziani e dell’est europeo.
Lo stesso concetto del costruire, escluse innovazioni che spesso riportano al passato, è e ancora per decenni sarà connotato da tecniche e materiali consolidati da secoli di pratica, dove a mutare possono essere la mescola della malta cementizia, l’aggiunta in misura maggiore o minore di elementi resilienti, antimuffa, non soggetti nel tempo a mutamento dimensionale e via enumerando in un elenco di prodotti e soluzioni tecnologiche oggettivamente sterminato, specialmente nel campo delle componenti: lattonerie, ferramenta, infissi, serramenti, pavimentazioni, intonaci, rivestimenti, mastici, componenti elettriche ed idrauliche, generatori di calore ed altre che interessano complessivamente quasi ottanta settori produttivi.
Va detto che gli operatori sono, in linea di massima, più propensi rispetto al passato a prendere in considerazione nuovi concetti edilizi legati ad una maggiore attenzione alla sostenibilità ambientale. Ma ciò è prevalentemente dovuto, oltre che alle norme legislative, alle richieste dei clienti, specialmente di quelli privati che ancora oggi costituiscono il nerbo della domanda cantieristica. Ripeto e sottolineo: tuttora costituita nella quasi totalità da piccole e medie imprese, con assoluta prevalenza di quelle artigianali e individuali.
Considerato lo scenario sin qui descritto appare pertanto quanto mai problematico coniugare soddisfacimento della qualità, anche manageriale, unito al rispetto di tempi e costi preventivati e ad una comunicazione globale fra operatori, referenti, e persino interferenti, vale a dire certi organismi pubblici che sembrano spesso esistere esclusivamente per autocertificare la propria esistenza in vita, creando a non finire problemi normativi, procedurali e persino umorali invece che promuovere ed individuare soluzioni.
Grande sfida, quindi, quella che dovrebbe condurre la filiera delle costruzioni da un’anarchica parcellizzazione di compiti, responsabilità e filosofie gestionali ad un governo comune del processo produttivo. Ad adottare persino la stessa lingua, in una Babele dove il cambiamento radicale di una visione che abbandoni l’individualismo sfrenato per trasmigrare a un nuovo modello fondato sull’integrazione collaborativa, assomiglia molto ad una visione utopistica.
La stessa metodologia che, prevedendo l’utilizzo di software dedicati, consente l’informatizzazione del processo edilizio, la rappresentazione digitale dell’opera nel corso del suo intero ciclo di vita dalla progettazione alla realizzazione, dalla manutenzione alla dismissione, vale a dire il BIM, Building Information Modelling, è ormai caricata di valenze magiche ed apotropaiche, quando non addirittura divinatorie.
Lo strumento permette indubbiamente molteplici profondità di dettaglio, consentendo di ottenere significativi benefici: dai minori tempi di realizzazione ad una maggiore rispondenza dell’opera alle esigenze del committente, da un maggiore rispetto dei preventivi ad una più elevata qualità dell’opera.
Però si scontra con un dato di fatto – che rientra nella fattispecie dell’allegra anarchia cui si è accennato – ovvero che in cantiere nessuno, dopo aver dato loro un’occhiata di massima, ha mai seguito i disegni. Nè mai lo farà. La frase: “Geometra/architetto/ingegnere, si che li ho visti i disegni, sono di là nell’armadietto.” è un classico. E spesso i vecchi volponi senza lauree ma con anni di esperienza sul groppone hanno irrobustito, consolidato, risparmiato materiali, esposto in misura minore a sollecitazioni, corrosione, umidità, ponti termici.
Dispiace dirlo ma chi vagheggia di Bim, quattropuntozero, normative che rischierebbero di far trascorrere la gran parte del tempo al pc invece che tra foratoni, scossaline e ferri, in cantiere c’è stato solo in visita guidata. Indossando elmetto lucido, badge, vestitino della festa e, giusto per riecheggiare i tempi del college, scarpe Penny Loafer.cc 2019.01.30 edilizia 4.0 001Certo, è assolutamente vero che oggi in Bim mode si realizzano le più importanti opere architettoniche ed ingegneristiche mondiali. Sono quelle partorite da imprese e studi con stuoli di architetti, ingegneri, galoppini.
Lo ha provato un’indagine, svolta proprio dall’ANCE nel 2017, che ha appurato come nel settore la conoscenza del Bim e delle sue procedure, maturata anche mediante corsi dedicati, si attesti in prossimità dell’80% degli addetti. Ma nella pratica gli utilizzatori sono in percentuale drasticamente ridotta: non superano il 20 per cento.
Un altro aspetto che sfugge ai propugnatori di cantieri da mulino bianco è che in cantiere non ci sono nè spazio, nè tempo, nè possibilità di consultare costantemente il tablet, di essere pronti a cogliere i gracidii del palmare o del telefono. Non si può lavorare con la faccia incollata ad un monitor e non si possono indossare cuffie, se non quelle antirumore. Altrimenti si rischia la pelle.
E questo senza disconoscere tutta una serie di benefici dati da un utilizzo coordinato e condiviso da tutte le figure tecniche, interne ed esterne all’azienda, ciascuna per la propria parte di competenza.
Esiste inoltre un aspetto, tipico di un’edilizia sottosviluppata e comunque arretrata come concetto, che nello Stivale è particolarmente marcato: il consumo del suolo.
L’ISPRA, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale fornisce i dati: nel 2018 54 chilometri quadrati letteralmente mangiati da nuove edificazioni. E l’Italiland dei massimi sistemi se ne frega.
Le uniche che non lo consumano sono, paradossalmente, le piccole imprese artigiane che operano prevalentemente nel settore delle ristrutturazioni, non certamente quelle che sventrano interi quartieri per ridisegnarli.
l’Internet of things, la gigabit society, le smart city non costituiscono affatto l’unico modello economicamente e socialmente sostenibile ma, risorse digitali o meno, contribuiscono alla corsa verso il disastro ambientale.
La lista degli interventi possibili, in edilizia, è piuttosto lunga, soprattutto relativamente a talune criticità in tema di nuova edilizia, di recupero urbanistico e, conseguentemente, di inclusione sociale e competitività.
Ma il settore è pieno di paradossi, di tranelli che sembrano messi lì apposta per rendere difficile la vita di chi in cantiere ci vive.
Un esempio? Il decreto 164 del 2014, il cosiddetto Sblocca Italia. In sede di conversione del DL 133/2014, venne inserito, con l’Articolo 6-ter Comma 2, l’Articolo 135-bis nell’ambito del T.U. sull’edilizia (DPR 380/2001) che regolamenta le norme per l’infrastrutturazione digitale degli edifici.
In sostanza l’obbligo di prevedere, con decorrenza 1° luglio 2015, all’interno dei nuovi edifici o in caso di profonda ristrutturazione (Articolo 10, Comma 1, Lettera C), un’infrastruttura fisica multiservizi “passiva costituita da adeguati spazi istallativi e da impianti di comunicazione elettronica ad alta velocità in fibra ottica fino ai punti terminali di rete”.
Obbligo che l’Articolo 8 del successivo DL 33/2016 ha esteso a tutti gli edifici esistenti che, ove già dotati di un’infrastruttura fisica multiservizi, sono obbligati a fornire accesso agli operatori di rete che ne fanno richiesta “secondo termini e condizioni eque e non discriminatorie, anche con riguardo al prezzo”.
Nel caso in cui sorga una controversia, l’Articolo 9 del suddetto decreto stabilisce che ci si possa rivolgere all’Autorità garante per le comunicazioni, individuata quale organismo competente per la risoluzione delle controversie tra operatori di rete e gestori di infrastrutture fisiche.
O tra operatori di rete che, nel pieno rispetto del principio di proporzionalità, adottino una decisione vincolante per risolvere la controversia “anche in materia di fissazione di termini e condizioni eque e ragionevoli, incluso il prezzo, ove richiesto, secondo le procedure di cui alla delibera 449/16/Cons”.
Interessante, vero? E soprattutto comprensibile, di immediata applicabilità e fondamentale per l’attività di cantiere. Peccato che l’Autorità indicata non rivesta nessun ruolo consultivo nell’ambito indicato e, anche ove lo rivestisse, dovrebbe nominare esperti e periti per capirci qualcosa. Immaginatevi i tempi biblici di definizione, con il cantiere bloccato e gli inevitabili costi finanziari. Per cosa? Per uno spazio mjunito di portelli di ispezione destinato ad ospitare cablaggi. Il risultato? Ciascuno fa come gli pare.
E mi sono limitato a citare un esempio da operetta, non ho parlato di inerti o smaltimenti.
Se si vuole che l’implemento dell’edilizia 4.0 tocchi la maggior parte delle attività edilizie e non, come oggi può avvenire, solo la ristretta fascia delle grandi imprese, esso dovrà quindi preliminarmente partire da un quadro normativo favorevole alla realizzazione delle infrastrutture, anche mediante la semplificazione degli oneri amministrativi, economici, tecnici.
Diversamente, parlare di incentivi, smart city e internet of things costituisce solo un vistuosismo accademico. Lo dimostrano del resto, anche relativamente ai grandi numeri, i pochissimi progetti di ampio respiro di riqualificazione o di recupero edilizio che non siano nella realtà dei fatti solo nuove edificazioni. Diversamente da quanto accade invece nella tanto vituperata Europa.
Siamo sempre, come si dice, nel campo delle cento pertiche: si dialoga sui massimi sistemi dimenticando come la ripresa, nel settore dell’edilizia, debba inderogabilmente passare attraverso la riqualificazione del patrimonio residenziale esistente, vale a dire i condomini, che secondo i dati Istat sono oggi circa un milione e coinvolgono oltre 10 milioni di famiglie.
Se è vero che Edilizia 4.0 costituirà una rivoluzione, questa rivoluzione dovrà coinvolgere in primis le famiglie ed il loro benessere.
Per esempio attraverso l’implementazione di sistemi di risparmio energetico e controllo dei consumi, che oltretutto con la massima semplicità conducono sulla via di un’edilizia maggiormente sostenibile.
Basterebbe riuscire a percepire il condominio come macchina energetica, costituita, oltre che dai materiali con cui è realizzata, anche da una serie articolata, complessa e interdipendente di impianti elettrici, di trasmissione dati, di riscaldamento e di produzione di acqua calda sanitaria, di distribuzione dell’acqua e di condizionamento dell’aria, di gestione dei rifiuti. Esistono già soluzioni tecnologiche, intelligenti, innovative ed ecosostenibili, che possono consentire gestione, monitoraggio e dialogo in tempo reale.
Conseguendo notevoli benefici in termini di contributo fiscale, ed evitando magari che in caso di gelo plateatici e rampe dei box non possano essere cosparsi di sale perché tutti credevano che ad occuparsene avrebbe dovuto essere qualcun altro.

Alberto Cazzoli Steiner

È sarda l’alchimista che ha saputo trasformare gli scarti in oro

Daniela Anna Ducato: era assolutamente sconosciuta ai più quando, il 10 marzo 2015, ne parlammo nell’articolo Dal letame nascono i fior. Di aziende pubblicato sul vecchio blog.
Fu in occasione della Giornata della Donna, quando Sergio Mattarella le conferì la nomina a Cavaliere “per avere offerto testimonianza, con la sua attività di trasformazione degli scarti in innovativi materiali edilizi, di come l’impegno imprenditoriale possa essere d’ausilio alla causa della tutela ambientale.”cc 2019.01.28 ducato 001La sua Edizero Architecture for Peace ha sede a Guspini, Medio Campidano, censita come l’area più povera d’Italia e Daniela Anna Ducato, grazie al sapiente utilizzo degli scarti, che lei preferisce definire eccedenze in una logica di celebrazione dell’abbondanza, ha impiantato sei aziende e creato alcune centinaia di posti di lavoro.
Ne riparliamo a distanza di tre anni (anche sulla nostra pagina Facebook Centro Studi Ecosostenibili) perché la prestigiosa rivista Fortune ha certificato la Ducato donna più innovativa d’Italia, nell’ambito di una classifica delle donne in grado di cambiare il mondo.
“Ho iniziato con la lana di pecora, quella a pelo corto, uno scarto di lavorazione, un rifiuto difficile da smaltire, e l’ho trasformata in un isolante termico per l’edilizia, ma anche in una straordinaria spugna per assorbire il petrolio nel mare” ha dichiarato l’imprenditrice. E dopo la lana il sughero, e poi la canapa, e ancora le vinacce e le bucce di pomodoro: “Cento sostanze da buttare diventate 120 biomateriali da impiegare in tanti settori. Non scarti, semmai scarti preziosi, ma preferisco eccedenze, dà il senso dell’abbondanza, di un dono. Cerco di trovare una funzione a ogni cosa.”
L’imprenditrice è dell’opinione che la vera povertà siano l’incapacità delle istituzioni di ascoltare il territorio, l’assistenzialismo, lo spreco di risorse, la svalutazione dell’esistente.
E che innovare significhi non rassegnarsi, valorizzando quello che c’è invece di agognare improbabili progetti faraonici trappole travestite da Green Economy1 dietro la quale si muovono imprenditori che sfruttano solo i fondi messi a disposizione senza offrire in cambio nulla, nè ecosostenibilità nè lavoro.
Nel corso di questo 2019 Daniela Anna Ducato esplorerà nuove vie: “Mi occuperò di alta formazione nella progettazione con le Università di Cagliari e Sassari. E mi dedicherò a produzioni differenti nel settore del cibo. Ammetto che da un lato sono preoccupata, ma dall’altro so che è giusto cambiare. È sempre utile mutare prospettiva, modo di vedere le cose.”

Alberto Cazzoli Steiner

cc 2019.01.28 ducato 002NOTA – 1 – Relativamente a quella che chiamammo “la finanza dai denti a sciabola con il vestitino sostenibile” ecco una selezione di articoli che pubblicammo sul vecchio blog:
7 novembre 2013 – Onoriamo il Lupo, per noi è un animale veramente Sacro. Soprattutto se parliamo di finanza
21 ottobre 2014 – Chi sostiene la finanza sostenibile

Matera: sarà anche di Boeri, ma la nuova stazione è un babà

Il 20 giugno dell’anno scorso il Corriere della serva titolava, trionfalmente come si conviene alle opere pubbliche che fanno spendere inutilmente un sacco di denari: “Matera, la stazione di Boeri collega al mondo la capitale della cultura 2019.”cc 2019.01.21 matera 001Palle per palle, avremmo di gran lunga preferito quelle di Mozart, ma tant’è. Infatti qui parliamo solo della stazione ferroviaria, non dell’assegnazione al capoluogo lucano del ruolo di capitale della cultura. Non sono fatti nostri.
L’estensore dell’articolo, prima ancora di prostrarsi nelle lodi di prammatica a Stefano Boeri, archistar del giardino verticale, non manca di rilevare come il capoluogo lucano sia noto in Italiland per essere l’unico non servito dalle Ferrovie dello Stato. Che, relativamente all’esercizio ferroviario, non esistono più, essendo state sostituite nell’anno 2000 da Trenitalia. Diciannove anni fa, ma gli imbratta colonne non lo sanno ancora.
In realtà l’esercente, FAL, Ferrovie Appulo Lucane, azienda nata nel 2001 dopo la gestione commissariale seguita allo scorporo delle FCL, Ferrovie Calabro Lucane, è di proprietà del Ministero delle Infrastrutture. Trattasi quindi, a pieno titolo, di ferrovie dello stato (volutamente minuscolo) e, per parte nostra, siamo stanchi di sentir ripetere da decenni questa sorta di nota di demerito: anche Canzo-Asso, dal 1922, piuttosto che Saronno, addirittura dal 1879, servite dalle Ferrovie Nord Milano, oggi Trenord, non hanno mai sentito la mancanza delle Ferrovie dello Stato. Anzi.
Ha omesso persino, l’articolista, di scrivere che il collegamento al resto del mondo avviene tramite linea a binario unico, scartamento ridotto e nemmeno elettrificata. Questo perché ciò che, in altre circostanze, avrebbe costituito l’usuale corollario di un consimile articolo avrebbe doverosamente comportato, secondo lo stantio copione dei giornalaioli, la citazione del “patetico ed anacronistico trenino”.
Normalmente il binario unico merita una filippica a sè, come se l’assenza di un secondo binario definisse un paese sottosviluppato. L’Italiland lo è, anzi lo è progressivamente diventato a datare dal 1861, ma per ben altre ragioni.
La solita menata avrebbe quindi striduto con il tono trionfalistico, destinato a celebrare come colpo di genio un centinaio di metri di tratta interrata terminante in una grande apertura ricavata nel solaio di copertura, sormontata da una tettoia ampia 33 x 44 metri ed alta 12 sul piano stradale.cc 2019.01.21 matera 003Che, con il suo sviluppo, dovrebbe connotare lo spazio di un nuovo agorà urbano la cui funzione andrebbe nelle premesse oltre il servizio ferroviario, contribuendo a concretizzare l’enorme speranza di attirare, per dirla con il Corriere della Serva: “un mare di turisti, ancor più di quelli che già visitano i Sassi, grazie al brand di Capitale della Cultura.”
Grazie ad una tettoia? Abbiate coraggio: ditelo che fumate roba di pessima qualità e indulgete all’alcol.cc 2019.01.21 matera 002La nuova stazione è stata inaugurata sabato 19 gennaio, e gli orari dei treni prevedono ancora una percorrenza media di 1 ora e 30 minuti fino a Bari nonostante la promessa di una riduzione a soli 60′.cc 2019.01.21 matera 004Tutto l’ambaradan, al servizio di 14 coppie giornaliere nei feriali scolastici e caratterizzato da una platea destinata a parcheggio per 350 auto e 30 autobus, è costato la bellezza di 5 milioni e 500mila euro.
“Nei primi giorni del 2019” dichiarò al notiziario Altamuralive il 22 maggio 2018 il presidente di FAL “il collegamento ferroviario da Bari a Matera si potrà effettuare in un’ora, recuperando oltre mezz’ora rispetto ai tempi di percorrenza attuali. Questo grazie a cantieri di raddoppio della linea per 18 chilometri e un valore complessivo di 60 milioni.”
Si certo, pat-pat.
Vale sempre, a nostro avviso, il rapporto costi/benefici: una linea a doppio binario, una spesa di 60 milioni al servizio di 28 treni viaggiatori giornalieri.
A quanti mesi assomma il tempo di attesa per una visita specialistica a Matera?
Come sarebbe a dire cosa c’entra? Nulla, è ovvio.
E, giusto per fare un paragone: Matera conta 60.459 abitanti, quasi quanti Lecco, come vedremo. Per andare da Lecco a Sondrio è possibile contare su 44 corse giornaliere che percorrono 40 km di ferrovia, anch’essa binario unico come quella materana, al servizio di un bacino di utenza potenziale di 137.876 abitanti, 69.887 dei quali nei due capoluoghi (Lecco 48.329, Sondrio 21.558) ed i restanti 67.989 censiti nei comuni serviti dalla linea: Abbadia, Mandello, Lierna, Varenna, Bellano, Dervio, Dorio, Colico, Delebio, Cosio Valtellino e Traona (stazione unica), Morbegno, Talamona, Ardenno, Berbenno e Castione Andevenno. A queste unità vanno aggiunte non meno di 560.384 presenze turistiche annue, il 48% delle quali 268.984 ricorre al treno.
A Matera i 248.902 turisti censiti nel 2016 ricorrono al treno nella misura del 23%: 57.247.
Per concludere, la nuova stazione è stata definita “un miracolo frutto di virtuosa sinergia tra istituzioni.” Sarà perché tanti ne sono stati miracolati?

Alberto Cazzoli Steiner

Ferrovia delle Dolomiti: se il Sud Tirolo si italilandizzasse, vi italilandizzereste voi?

Molto tempo fa lessi in un saggio di economia una massima che mi rimase impressa: la moneta cattiva scaccia quella buona.
Sono fermamente convinto che ciò valga anche per costumi sociali, condizioni di vita, interazione fra persone. Senza tirare in ballo dialoghi sui massimi sistemi lo dimostrano le piccole cose di ogni giorno. Prendiamo un elemento primordiale, il cibo: è normale, anzi è una moda, si chiama street food, mangiare per strada e sui mezzi di trasporto pubblico incuranti del rischio di insozzare cose e persone; è normale parlare con la bocca piena, è normale brandire la forchetta come se fosse una zappa, o nella foga del discorso puntarla come un’arma, e il coltello come se fosse un flessibile; è normale bivaccare schiamazzando all’esterno di locali pubblici.
Se poi, come seppi che accadde quando abitavo sui Navigli, a certi avventori piovvero in testa secchiate di acqua bollente e soda accompagnate da una mitragliata di chiodi, si trattò certamente di un gesto esecrabile ma comprensibile: non tutti chiamano i carabinieri, che tanto non escono, e l’esasperazione è come il Natale. Quando arriva arriva, e in tribunale vengono pur sempre considerate attenuanti generiche e specifiche.
Adoro giudici e avvocati, quando inanellano dotte disquisizioni sul fatto de quo, purtoppo dimenticando sempre Qui e Qua.CV 2017.03.26 Ex Ferr Dolomiti 003De quo, appunto: gli interventi di bassa macelleria altrimenti detti potatura dei rami secchi (autocitazione dal mio libro: Voghera-Varzi, un treno per l’Oltrepò, Cetrasp 1980) portarono, in ossequio al trasporto su gomma e segnatamente all’incremento del mezzo privato, ad una tanto drastica quanto dissennata riduzione di linee ferroviarie e tramvie, che avrebbero potuto, e potrebbero tuttora costituire, l’ossatura delle strutture per una mobilità sostenibile, oltre che un modello di riferimento per comportamenti meno individualisti.
La prima ondata si verificò negli anni ’30 del XX Secolo, seguita da una negli anni ’60 del cosiddetto boom economico, una nel decennio successivo riguardante in particolare lo smantellamento dei trasporti urbani su rotaia ed una, di notevoli proporzioni specialmente a carico di ferrovie locali, a cavallo tra il primo e l’attuale decennio di questo secolo.
L’elenco dei misfatti è innumerevole e non lascia indenne nessuna regione, neppure quelle considerate, non si è mai capito il perché, più illuminate. Ed in questo senso il Trentino – Alto Adige non fa eccezione: Ora – Predazzo, Dermulo – Fondo – Mendola, Ferrovia della Val Gardena, Tramvia Lana – Postal, Ferrovia delle Dolomiti.
Quest’ultima, in tedesco Dolomitenbahn, era una ferrovia di montagna a scartamento metrico, aperta all’esercizio il 15 giugno 1921 e, a pochi anni da un dispendioso rinnovo di mezzi e infrastrutture, attuato in occasione delle olimpiadi invernali del 1956, chiusa definitivamente il 17 maggio 1964 in difetto di ulteriori necessari investimenti. Univa le province di Bolzano e Belluno collegando Dobbiaco, posta sulla linea ferroviaria internazionale Fortezza – San Candido – Prato alla Drava, con Calalzo di Cadore servendo l’iumportante località turistica di Cortina d’Ampezzo.
Possiamo ricordarla attraverso spezzoni di numerosi film, interpretati anche da attori molto noti. Uno per tutti: Il conte Max, del 1957, con Alberto Sordi e Vittorio De Sica.
Alcuni anni fa il sedime e gli edifici furono posti in vendita all’asta, ne scrivemmo il 27 marzo 2017 nell’articolo Ex-stazioni ferroviarie e occasioni perdute. In ragione di consistenti lavori di ripristino, costosi e limitati da vincoli monumentali, oltre che delle pesanti restrizioni nell’uso dei fabbricati, le aste andarono deserte. E fu la quarta volta.contesto ferdolomitiCirca l’ipotesi del ripristino della ferrovia, ovviamente su un tracciato diverso da quello originale, il 13 febbraio 2016 venne siglato a Cortina un protocollo d’intesa sottoscritto da Luca Zaia, Governatore della Regione Veneto, e da Arno Kompatscher, Presidente della çrovincia Autonoma di Bolzano.
Purtroppo, è notizia di questi giorni, il progetto sembra destinato a naufragare per il suo costo eccessivo. La notizia viene riportata, fra gli altri, dal quotidiano Alto Adige, che si segnala per l’inesattezza dei riferimenti geografici forniti e per l’intollerabile approssimazione circa il tracciato di progetto, oltre che per la pubblicazione di una bellissima immagine … della Ferrovia della Val Gardena.imageSiamo abituati all’ignoranza dei pennivendoli quando si tratta di trasporti, e la cosa non ci stupisce. Riportiamo però il link all’articolo poiché a nostro avviso costituisce una summa dell’ignoranza in materia ferroviaria.
Comica finale: sempre di questi giorni è la notizia (Alto Adige Innovazione) dell’istituzione di un collegamento aereo diretto Bolzano – Aosta, per favorire il turismo … cinese.
So ist es wenn es scheint dir, che è più o meno l’equivalente tedesco di: così è, se vi pare.

Alberto Cazzoli Steiner

Mobilità insostenibile: in caso di neve, ci scusiamo per il disagio

CC Neve 2018.11.002In quel tempo … il riferimento è alla seconda metà degli anni ’60 del secolo scorso, il marchio di abbigliamento sportivo Colmar e le Ferrovie dello Stato si contesero lo slogan “in caso di neve”.
In una tenzone giudiziaria il monzesissimo Colombo Mario (ColMar, appunto: credevate che si trattasse di una ridente cittadina alpina francese? sbagliato …) l’ebbe vinta sulle F.S., che abbandonarono lo slogan, corroborato dall’immagine, rigorosamente affidata al fascino del bianco/nero, di un convoglio che sfrecciava sollevando due ali di neve, trainato dall’allora iconico locomotore 646, macchina pensata per treni pesanti e, per l’epoca, veloci, dipinta nella livrea “verde magnolia e grigio nebbia” caratteristico degli elettrotreni veloci di lusso, che dopo decenni rompeva lo schema marrone da treno operaio.
Una cosa è certa: i treni viaggiavano qualunque fosse la condizione atmosferica, e specialmente con neve e ghiaccio: negli impianti a rischio, specialmente in Piemonte, Alto Adige, Abruzzo, sui Giovi, sulla Pontremolese, erano dislocati spazzaneve, spesso ricavati da vecchi locomotori elettrici in disuso risalenti ai primi anni del ‘900, mentre anziane locomotive a vapore, accese per garantire la riserva, si annunciavano nel bianco dei piazzali con le loro esili colonne di fumo. Appositi raschiaghiaccio erano montati sui pantografi, si iniziavano ad installare deviatoi riscaldati.CC Neve 2018.11.001Particolare attenzione era dedicata alla cosiddetta Direttissima Bologna – Firenze, via Vernio, la linea inaugurata nel 1933 senza la quale l’Italia sarebbe stata tagliata in due, ed all’antica Bologna – Firenze via Porretta, a binario unico, dal profilo planoaltimetrico difficile ma che costituiva una parziale alternativa in caso di interruzioni alla Direttissima: lo dimostrò in uno dei momenti peggiori della nostra storia, quello degli attentati ai treni, in particolare quello dell’Italicus avvenuto nella notte fra il 3 ed il 4 agosto 1974 e del Rapido 904, del 23 dicembre 1984, e di tragici incidenti come quello avvenuto il 15 aprile 1978 e che coinvolse l’Espresso 572-bis Bari – Trieste (che non sarebbe dovuto transitare di là, ma che il destino ha voluto instradato via Caserta – Roma – Firenze a cusa del crollo di un ponte sulla linea Adriatica) ed il Rapido 813 “Freccia della Laguna” Trieste – Roma.
Tornando al meteo, a parte precipitazioni nevose di portata insostenibile, il sistema funzionava, primariamente grazie alla dedizione ed alla competenza di tecnici e personale.
Intendiamoci: non è che in passato le ferrovie fossero una meraviglia, anzi. A partire dal fatto che i viaggiatori, detti utenti, venivano trattati come pezze.
Ma come funziona il traffico ferroviario oggi, in caso di neve? Semplice: dopo varie cure, risanamenti, centostazioni, le ferrovie che si sono messe a giocare con la finanza immobiliare, la rete snella, vale a dire che non consente più retrocessioni o spostamenti di incroci in caso di necessità, è stato istituito un sistema di allerta gialla/arancio/rossa.
Attenzione: il sistema non prevede diversi gradi di intervento, ma diversi livelli di soppressione del traffico.
Prendiamo la Liguria, regione dall’orografia ferroviaria particolare: se l’allerta è arancione/rossa i treni vengono preventivamente soppressi nella misura del 50 per cento. Non solo i regionali ma anche quelli in transito, per dire un Torino – Roma.
Intendiamoci: allerta significa che potrebbe nevicare, secondo le notizie provenienti “in varie fasi sulla base delle previsioni dei bollettini meteo emanati dalla Protezione Civile”. Se, invece, dovesse nevicare davvero il blocco sarebbe totale. Così è se vi pare.
Del resto, proprio l’anno scorso un treno rimase bloccato sulla linea dei Giovi a causa del ghiaccio sulla linea elettrica di alimentazione. Ed in soccorso qualche genio inviò … una locomotiva elettrica. Che si inchiodò a propria volta, costituendo un ulteriore intralcio quando, ore dopo e passeggeri stremati, venne finalmente inviata un locomotiva Diesel.
Il bello è che, sotto la denominazione “Piano Neve e Gelo 2018/2019”, il tutto è stato presentato nei giorni scorsi agli organi di informazione “per gestire al meglio la circolazione ferroviaria in caso di criticità legate al maltempo”.
Sotto il profilo tecnico le riduzioni verranno programmate e annunciate il giorno precedente eventuali dichiarazioni di allerta, ed il piano sarà attivato a partire dai due giorni precedenti la dichiarazione di allerta meteo. Notare: precedenti.
Tra i molti aspetti incomprensibili si situa anche l’impiego di 170 addetti straordinari per ogni turno di lavoro, annunciato da Rete Ferroviaria Italiana per la gestione delle emergenze, il mantenimento in efficienza di impianti ferroviari e stazioni, le informazioni al pubblico, la gestione della circolazione. No fateci capire: se tutto è soppresso, se regna il silenzio sotto la coltre bianca, di quale circolazione stiamo parlando?
Il comunicato stampa di RFI si conclude rendendo noto che variazioni e soppressioni saranno tempestivamente comunicate utilizzando tutti i canali informativi del Gruppo: siti web, account sui social, biglietterie, uffici di assistenza, tabelloni elettronici e annunci sonori.
Naturalmente. Già immaginiamo la scena: Genova Sturla, ore 07:50, il tabellone annuncia dapprima un ritardo di 10′, che salgono a 15′, a 20′, a 30′ … Ed infine ecco l’annuncio: “Il treno, Regionale 2299, proveniente da Genova Piazza Principe e diretto a La Spezia Centrale previsto in arrivo per le ore 07:25, oggi, non è stato effettuato causa avverse condizioni meteo. Ci scusiamo per il disagio.”

Alberto C. Steiner

Shamballa esiste, e vi si costruiscono case

CC 2018.10.17 Casa 3D 001Mentre mistici e filosofi continuano a cercare invano la sua forma a fior di loto nel nord dell’India, vagheggiando, a dimostrazione di quanto abbiano lasciato andare l’attaccamento alla materia, case d’oro e d’argento tempestate di gemme preziose, gli ingegneri l’hanno trovata.
È in Romagna, a Massa Lombarda, e, sorpresa: non esiste la macchinina che con la forza della mente sforna la salsapariglia e i maglioncini di cachemire tanto cari ai gauchistes ecochic, e che ho sempre immaginato come la gloriosa Imperia con cui le nostre mamme e nonne facevano la sfoglia in casa.
Molto più realisticamente, vi si costruiscono case in terra cruda, calce idraulica, paglia e lolla di riso grazie a Crane Wasp, stampante 3D di ultimissima generazione realizzata da Wasp, azienda leader nella progettazione e produzione di stampanti tridimensionali utilizzabili in svariati settori, edilizia compresa.
E, mediante la stampa digitale tridimensionale ed utilizzando nella miscela del processo additivo materiali locali e prodotti di scarto della lavorazione del riso, è stata realizzata un’abitazione prototipo, non casualmente chiamata Gaia, durante una manifestazione dimostrativa tenutasi presso la sede di Wasp il 6 e 7 ottobre scorsi e denominata, non senza ironia, “Viaggio a Shamballa”.
Merita una menzione l’indispensabile apporto della startup biellese RiceHouse, attiva nel settore dei materiali per bioedilizia utilizzando terra cruda, calce, paglia e lolla provenienti come scarti dalla lavorazione riso. Questa tecnica, ecosostenibile e di ultima generazione, ha consentito di contenere i costi del materiale, utilizzato per realizzare l’edificio dimostrativo, assommante 20 metri quadrati di piano di calpestio, in soli 900 euro.
Per chi volesse approfondire linkiamo questo interessante filmato: https://youtu.be/KS1mb8QVE-E dal quale proviene l’immagine sottostante.CC 2018.10.17 Casa 3D 003Il prototipo Gaia, così denominato in ragione dell’utilizzo della terra cruda quale principale legante della miscela, è il prodotto di un’innovativa tecnologia 3D printing che privilegia l’impiego di fibre vegetali e materiali naturali di scarto provenienti dalla produzione risicola.
Composta al 25% da terreno prelevato in sito (costituito per il 30% da argilla, per il 40% da limo e per il 30% da sabbia), per il 40% da paglia di riso trinciata, per il 25% da lolla di riso e il 10% da calce idraulica, la miscela viene posata in strati additivi portando all’estrusione della parete perimetrale della struttura per complessivi 30 m2 di involucro circolare, spesso 40 cm e completo dei sistemi di ventilazione naturale e dell’isolamento termo-acustico, finito mediante una stratigrafia di copertura in legno, isolata con calce e lolla di riso, rasato internamente con argilla e lolla di riso ed infine levigato e oliato con olio di lino.CC 2018.10.17 Casa 3D 002Ciò rende superfluo installare impianti di riscaldamento e condizionamento, poiché l’interno dell’edificio garantisce temperatura adeguata ed elevato livello di salubrità, grazie anche ad un massetto contro terra appositamente studiato per l’isolamento termico ed anch’esso in calce e lolla di riso, che permette di classare energeticamente in A4. Curato, infine, anche l’orientamento a sud-ovest, con la posa di un’ampia vetrata che, oltre ad ottimizzare la luce naturale, consente di sfruttare l’apporto passivo del sole.

Alberto C. Steiner