Sempre lì, lì nel mezzo, fin che ce n’hai: una vita da letame

Vedete voi se ridere o piangere: in Valtellina i Carabinieri hanno ricevuto segnalazioni, da parte di cittadini in vacanza, contro le vacche al pascolo perché con i campanacci disturberebbero la quiete e i pisolini.CC 2018.08.01 Letame 004Ma i bovini, oggi stimati in 5.500.0001 capi contro i 6.264.000 del 19212, oltre che tintinnare i campanacci defecano. E producono letame, risorsa tanto preziosa quanto controversa.
Da sempre sinonimo di fertilità e salute del terreno, il letame è storicamente accostato alle pratiche agricole per innalzare le rese e restituire al suolo quanto asportatovi dalle colture ma, pur nutrendo, strutturando, trattenendo l’acqua, è portatore di criticità, polemiche e limiti oggettivi nell’utilizzo.
Oggi gli allevamenti bovini sono prevalentemente concentrati nell’area centrale dell’Oceano Padano3, mentre un secolo fa erano distribuiti lungo quasi tutta la penisola, con particolare incidenza in Toscana, Marche, Lazio, Campania. La popolazione, inoltre, era in gran parte contadina, pertanto in ogni podere c’erano almeno un paio di vacche da latte, oltre a cavalli, asini o muli. Non vi era quindi campo che non potesse contare su un po’ di letame bovino ed equino. Oltre che su quello derivante dal pollame, come è noto la specie domestica più diffusa al mondo tanto da divenire emblematica delle aree povere di risorse.CC 2018.08.01 Letame 001Dal 1921 (anno i cui la popolazione assommava a 37.200.0004 unità) ad oggi (60.500.000) passando per il 1958 (49.300.000 ) anno che viene considerato l’inizio del boom economico, i consumi di carne sono notevolmente aumentati: è in quell’anno che l’immagine di un paese povero e arretrato, condannato a una dieta scarsa e pressoché vegetariana povera di grassi e proteine, vede una brusca impennata che inverte la tendenza e apre ad un’epoca nuova senza precedenti di crescita costante e intensa, nella quale l’alimentazione italiana raggiunge i livelli e gli standard dei Paesi avanzati del mondo occidentale.
Nel 1958 venivano mediamente consumati pro-capite 111 kg annui di carne bovina, 6 di suina e 3 di pollame (incluse oche, escluse anatre classificate come selvaggina); oggi si toccano rispettivamente i 25, i 40 e i 20 (senza distinzione fra anatre e oche, in ogni caso assolutamente marginali). Ma ciò è massimamente dovuto alle importazioni poiché, come visto, un secolo fa esistevano più bovini ma la popolazione era poco più della metà rispetto a quella attuale, ed il consumo di carne bovina era diffuso solo nelle fasce a reddito medio-alto.
Va aggiunto che, per l’allevamento dei bovini, la disponibilità di acqua è fondamentale, ben lo sapevano addirittura i Cistercensi che con le marcite istituirono il terzo ed il quarto taglio della fienagione, l’ultimo all’approssimarsi dell’inverno, e per tale ragione il Nord è da sempre più ricco di bovini rispetto al resto della penisola. Ed anche oggi, puntando un ideale compasso su Cremona e tracciando una circonferenza del diametro di 120 km includeremmo almeno il 60 per cento dei bovini, e dei suini, nazionali5.CC 2018.08.01 Letame 003Ciò è anche dovuto alla sempre più marcata specializzazione, pur tenendo conto (breve digressione fuori tema) che in aree come il Parmense sono numerosi gli impianti suinicoli abbandonati e sotto esecuzione, spesso perché dopo aver drenato contributi dalla tanto vituperata Europa ed aver delocalizzato all’estero gli “imprenditori” hanno portato i libri in tribunale, riciclandosi come intermediari e trasformatori di carni provenienti dall’estero, spesso da paesi dove i controlli esistono solo sulla carta e dove il giro di certificati sanitari incomprensibili la fa da padrone6. Per non andare troppo fuori tema ci limitiamo a citare come facciano fede, in tal senso, i dati del contenzioso di Cariparma (ex Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza, oggi Crédit Agricole) oltre che dell’onnipresente Unicredit. Ma torniamo alla carne bovina: in Valtellina la bresaola doc-igp si fa con carne di zebù brasiliano.
Detto in altri termini: mangiamo la merda, ma la merda in senso stretto non la importiamo.
Questo significa, giusto per fare un esempio, che nelle vaste aree cerealicole del Centro e del Sud, dove i capi d’allevamento sono relativamente scarsi, letamare è praticamente impossibile. L’alternativa sono fertilizzanti minerali che, pur nutrendo le colture, non reintegrano il suolo relativamente al contenuto di sostanza organica, e i ritmi finanziari e del mercato non consentono di lasciare incolta una parte della superficie per ingrassare il terreno.
Per l’agricoltura biologica e biodinamica, che si sono vietate i fertilizzanti inorganici, il letame è uno dei fattori produttivi più ambiti ma…
Ma c’è un ma, perché qui sconfiniamo nell’ambito delle ideologie, dei convincimenti ascientifici, addirittura biomistici come nel caso della biodinamica, basata su una visione esoterica e resa famosa in primis dal Nazismo.
Fermo restando che, del letame, bisognerebbe avere la disponibilità sotto casa (ne va, anche, del km zero e dei costi di stoccaggio e trasporto) abbiamo visto come la preziosa risorsa sia prodotta prevalentemente al nord mentre l’agricoltura biologica e biodinamica è diffusa su tutto il territorio, addirittura con maggiore concentrazione al Sud.
Se tutta l’agricoltura dovesse diventare bio, o biodinamica, a parità di impegno e di produzioni si renderebbe necessario accrescere notevolmente il patrimonio bovino solo per star dietro ai fabbisogni di letame dei campi. Vale a dire proprio ciò che l’intero mondo ambientalista vede come fumo negli occhi per via dell’inquinamento, dell’effetto serra, dei nitrati, della deforestazione e del blablabla, pur considerando che quando gli ambientalisti parlano, anzi proclamano, bisogna sempre fare la tara a ciò che dicono.
Un esempio a tema, anche se datato: nella provincia di Piacenza7 venne realizzato 14 anni fa uno studio comparativo dei livelli di nitrati nelle acque parametrati alla consistenza dei bovini in ogni comune. Vennero riscontrati meno nitrati nei comuni con più capi bovini e di più in quelli a densità zootecnica inferiore, esattamente il contrario di quello che ci si sarebbe dovuti aspettare.
In ogni caso l’incremento della richiesta di letame, e conseguentemente (anzi antecedentemente, per lapalissiane ragioni…) di capi bovini, contrasta apertamente con qualsiasi pretesa di maggiore ecosostenibilità dell’agricoltura biologica e, in particolare, biodinamica.
Ma nel 1921, anno del Milite Ignoto? Oltre al Milite Ignoto c’erano, come scritto più sopra, 37 milioni e duecentomila abitanti, il doppio delle terre coltivabili rispetto ad oggi ed una popolazione prevalentemente contadina con il proprio pezzo di terra e qualche bestia nella stalla. Ciascuno la sua mamma e tutti a far la nanna…
Piaccia o meno agli ambientalisti, va detto che le indagini e le proiezioni più attendibili non le fanno Legambiente, i genuini clandestini o i vari debunker, le fa il marketing, quello responsabile dell’impegno di miliardi di euro in strategie, linee di prodotto, macchinari, attività lobbistica, logistica, pubblicità per indurre i consumi.
E le indagini dicono (per chi mi conosce, siamo alle solite: il 90/10 che è ormai stabilmente diventato 95/5) che il mercato agroalimentaree, dopo il picco registrato negli anni scorsi, è in controtendenza: vegetariano e vegano costano troppo e, si è scoperto, spesso senza ragione, non sviluppano serotonine e la gente tende ad associarli con tutta una serie di intemperanze e fisse che negli anni scorsi hanno reso tristemente famosi vegani e antispecisti, a causa di alcune frange estremiste.
Il marketing ha quindi sentenziato che lo stile alimentare vegetariano, ed in particolare vegano, rappresenterà solo qualche punto percentuale sul totale (al massimo l’11 per cento), tenendo conto che i vegetariani mangiano uova e formaggi e bevono latte: ciò significa che pollame e vacche da latte sopravviveranno. E con loro il letame.CC 2018.08.01 Letame 002E, per concludere come l’uroboro, tornando ai villeggianti che si lamentano per il suono dei campanacci delle vacche, i cittadini, specialmente gli ecobiobau che orgasmano con semi antichi e bacche di improbabile provenienza nei biomercatini di città, una volta trasferitisi a vivere in campagna sono maestri nel rompere i maroni a chi in campagna ci lavora sul serio, per esempio lamentandosi che dalle stalle fuoriescono puzza e mosche. Adusi alle dinamiche cittadine sobillano comitati e presentano esposti, purtroppo essendo nuovi elettori e nuovi contribuenti vengono lasciati fare, nella speranza che – magari attraverso qualche pratica di meditazione, che negli ecobiobau non manca mai – trovino, se non il Nirvana, almeno la pace con se stessi, auspicabilmente decidendo di ritornare nelle loro città dove, forti del vissuto agreste, potranno organizzare corsi di agricoltura sostenibile ed ecovillaggi che saranno come la marcia dell’Aida, nonché ritrovarsi, oltre che al solito Radetzky, in quell’ammmmore del nuovo tisanispremificio appena aperto dalla Cicci, dalla Pilli, dal Simo o da Slurpasgnapavat.
Per quanto ci riguarda, nella consapevolezza che il letame gode, e per lungo tempo ancora godrà, ottima salute, gli formuliamo i nostri migliori auguri.

Alberto C. Steiner

NOTE
1 – Tutti i dati numerici sul patrimonio zootecnico e sull’alimentazione: Ministero delle Politiche Agricole e Forestali
2 – Anno del 6° censimento effettuato a partire dall’istituzione del Regno d’Italia (1861); fu l’ultimo demandato ai comuni, gravati anche delle spese di rilevazione, prima dell’avvento dell’Istat e rivestì particolare importanza poiché seguì il precedente, risalente al 1911, riferendo lo stato della popolazione e delle attività dopo la I Guerra Mondiale.
Mediante tale censimento vennero anche aggiornati i dati sulla proprietà fondiaria, che aveva per base il Catasto Geometrico Particellare istituito con legge 1° marzo 1886 e che accorpava i dati dei singoli stati, escluso lo Stato della Chiesa rilevato in due riprese, nel 1876 e nel 1898, che fino al 1861 costituivano l’ossatura politica della penisola.
3 – Oceano Padano è il titolo del libro di Mirko Volpi pubblicato da Laterza nel 2015.
4 – Tutti i dati numerici sulla popolazione: Istat
5 – Dato desunto da Interviste impossibili: una vita da letame, di A. Sandroni, Agrinotizie 25 luglio 2018, che ha liberamente ispirato il nostro articolo.
6 – Cristophe Brusset: Siete pazzi a mangiarlo!, Piemme 2015.
7 – Progetto Aquanet: Analisi degli effetti dell’inquinamento diffuso sulle acque destinate all’uso potabile: definizione di piani di prevenzione – Arpa Emilia-Romagna, Università Cattolica del Sacro Cuore Facoltà di Chimica Agraria e Ambientale, anno 2004.

 

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Parco della Lessinia: intollerabile per Legambiente, Italia Nostra e Lipu che qualcuno possa decidere in casa propria

CC 2018.07.14 Lessini 001“Grave voto della Giunta verso l’autogestione.” Per Italia Nostra, Legambiente Verona, Wwf veronese e Lipu è intollerabile che i proprietari dei terreni costituenti il parco della Lessinia, cioè i padroni di casa, entrino a far parte del comitato tecnico scientifico di gestione.
Per chiarire da subito come la pensiamo di loro e di quelli come loro: è da tempo immemore che esistono per barcamenarsi in chiacchiere, con qualche azione esclusivamente simbolica che al territorio ha procurato più danni che altro, e con l’esclusiva funzione reale di portare voti. È finita a Napoleone, si dice. Figuriamoci se prima o poi non sarebbe finita anche per loro.
Piccola premessa triste, prima di entrare in argomento: quando si trattò di devastare il territorio scaricando nei fiumi gli acidi delle concerie piuttosto che costruendo iinutili strade o realizzando improbabili poli artigianali oggi memento di uno squallido cimitero degli elefanti, per tacere di altre nefandezze, anche i Veneti elettori di Pio Mariano dei Miracoli non furono secondi a nessuno.
Stiamo parlando di quel Veneto, asservito per convenienza al governo di occupazione, dal quale si teneva ben saldo il timone dell’allora Ministero dell’Agricoltura che provvedeva ad elargire sul territorio gran copia di fondi e sovvenzioni, dove modesti artigiani diventavano miracolosamente imprenditori e successivamente industriali per poi delocalizzare dapprima nei paesi dell’Est europeo e successivamente ancora più lontano, in Asia e America Latina.
Intendiamoci: fatte le debite proporzioni nulla di nuovo sotto i cieli d’Italiland.
Ma le cose cambiano, le consapevolezze mutano, vi è maggiore attenzione alla tutela di un territorio sempre più percepito come Heimat, corroborata dala precisa volontà di essere attori del proprio cambiamento in una sorta di democrazia diretta e non rappresentativa.
In tutto questo, morta per consunzione la Balena Bianca, perite le altre sigle sue nemiche o alleate a seconda del canovaccio teatrale da mettere in scena, le forze d’occupazione con i loro scherani e i loro Ascari si sono ricompattate sotto sigle diverse e colori vuoi annacquati vuoi accentuati, imbrogli e tentativi di depistaggio, presto scoperti, di chi cavalcava in modo truffaldino il nascente desiderio di autonomia. Il resto non è più storia bensì cronaca.
Ma esiste ancora chi, in nome di uno statalismo comatoso, di un dirigismo da sacrestia e da segreteria pretende di comandare in casa d’altri indirizzando scelte e fondi, spiegando “al colto e all’inclita” come dovrebbero, anzi devono, pensare ed agire, e soprattutto davanti a chi dovrebbero, anzi devono, scappellarsi.
Il fenomeno è particolarmente riscontrabile nell’ambito della tutela ambientale del quale, sotto un manto di purezza virginale dagli irresistibilmente comici risvolti newage e disneiani, si sono nel silenzio di istituzioni e cittadini appropriate segreterie annacquate e sacrestie arrossate in allegra commistione, formando dei Komintern che ancora oggi pretendono di arrogarsi la facoltà di decidere chi, cosa, come, dove, quando sulla pelle degli altri e nei quali ingegneri, arhitetti del verde, agronomi, biotecnologi, biologi, veterinari, pastori e allevatori sono merce rara, contrapposta alla marea dei laureati (quando lo sono) in filosofia e scienze politiche o lettere antiche.
In questo scenario non stupisce il comunicato stampa unificato di Italia Nostra, Legambiente Verona, LIPU e WWF Veronese dedicato al Parco della Lessinia.
Che, nel Veneto, numerose aree verdi e protette siano state commissariate è storia. C’è da chiedersi dove fossero questi soloni verdi, queste cariatidi del pino mugo, questi opportunisti del cocal quando si trattò di commettere gli abusi e gli illeciti che portarono al commissariamento. Non sappiamo. Sappiamo però che furono fra i membri dei comitati di gestione, fra i probiviri, fra il questo e il quello degli organi di commissariamento, fra i disturbatori delle assemblee cittadine.
Vogliamo proprio essere pignoli ed osservare con la lente che cosa abbiano portato i commissariamenti, soprattutto in riferimento a certe realtà locali particolarmente delicate, in termini di benefici ambientali, ripopolamento, tutela delle specie e del territorio?
La risposta può validamente fornirla la nota e salvifica espressione di Cetto Laqualunque.
Ciò premesso gli organismi sopra menzionati hanno emesso un comunicato, che riportiamo nei suoi elementi essenziali:
“La Giunta Veneta, conscia della maggioranza in Consiglio, non ha faticato ad ottenere quello che da oltre un anno stava perseguendo. L’obiettivo dichiarato è sempre stato quello di svilire e ridurre le aree protette a favore di spazi per le attività economiche.” vale a dire esattamente quello che hanno fatto loro in questi anni non facendo nulla. Ma proseguiamo:
“… riuscita nell’intento con l’approvazione di questa legge, che accentra poteri straordinari su di sé in merito a nomine e controllo per la gestione di tutti i parchi del Veneto, ora potrà dedicarsi alle modifiche sostanziali della Legge Regionale 40 del 1984, riducendo le superfici dei parchi così come già più volte ribadito da alcuni consiglieri di maggioranza che non tollerano la presenza di tutele, vincoli e limiti alla libertà d’impresa.
Eppure non più tardi di due anni fa in fase di redazione della proposta di legge per modificare quella in vigore per l’istituzione dei parchi e delle riserve naturali regionali, si recitava che … Le aree naturali protette e più in generale la rete ecologica regionale … rappresentano un importante laboratorio per la conservazione e l’implementazione della biodiversità e dei servizi ecosistemici attraverso lo sviluppo di attività sostenibili dal punto di vista ambientale, economico e sociale …
Una premessa sacrosanta di cui oggi non c’è traccia nella norma appena approvata. Al suo posto, quali finalità e obiettivi da garantire, si dichiara che … le nuove disposizioni per la gestione e il funzionamento dei parchi perseguono l’obiettivo della semplificazione, del miglioramento e dell’efficienza delle procedure programmatorie e gestionali …”
Ed ora arrivano i toni lirici: “Addio conservazione, addio biodiversità!” Si, addio monti sorgenti dall’acque, addio gettoni di presenza, addio commissione di perizie, progetti, studi programmatici destinati ai blabla dei convegni. Andiamo avanti:
“Per uscire dal regime di commissariamento in cui tutti i parchi del Veneto erano miseramente finiti” E come mai c’erano finiti? Voi, nel frangente dove eravate? “il disegno di accentramento nelle mani della Giunta Regionale lo si legge in tutto l’articolato: ‘La Giunta regionale definisce … coordina … fornisce supporto …”
E qui troviamo la frase che ha fatto scendere gli ambientaioli dalle scale come la ragazzina de L’esorcista, sputazzando vomito e bile: “Il consiglio direttivo è nominato dal Presidente della Giunta regionale … il presidente del parco è nominato dal Presidente della Giunta regionale…”
E adesso viene l’intollerabile, per comunistoidi sacrestariani: “In questo quadro destra (Testuale nel comunicato, destra in luogo di desta. Ah, i lapis! ops, i lapsus… se non esistessero bisognerebbe inventarli) molta perplessità l’inserimento nel Consiglio Direttivo dei proprietari terrieri, rappresentanti almeno il 60% dei terreni silvo-pastorali, appartenenti cioè al Parco della Lessinia, con conseguenti possibili divergenze tra le istanze private e quello della protezione e conservazione del patrimonio naturale che sono la ragione per la quale ogni parco è Istituito, secondo quanto previsto dalla L. 394/1991.
Gravissimo, infine, il passaggio delle competenze in merito alle autorizzazioni paesaggistiche dalle mani dell’Ente Parco ai Comuni, spesso inadeguati per competenze tecnico-scientifiche, per mancanza di risorse umane e strumentali e per assenza di visione d’insieme.”
Insomma, nihil sub sole novi: gli altri, di chiunque si tratti, non sono sufficientemente acculturati, preparati, competenti per decidere in casa propria. Hanno bisogno il tutore.
Peccato che il tutore assomigli sempre al commissario politico. E questo è quanto.

Alberto C. Steiner

Prosecco, se mi bocci non vale

La valigia sul letto
è quella di un lungo viaggio
hai fallito con il prosecco
e prima ancora con il formaggio
e così su due piedi sarai liquidato
ma del resto sei tu
che hai offerto la giugulare
ad un azzardo sbagliatocv-2017-03-01-prosecco-002Niente nomi, non serve, del resto gli amici Veneti sanno a chi mi sto riferendo. E, non solo perché non possiedo auto dal 1996, non temo incendi o atti dinamitardi: sappiamo come queste cose accadano solo in Calabria o in Sardegna.
Da noi no. No, non da noi. No.
Nonostante il parere contrario “dei soliti moderati che non capiscono un ca…” avevano puntato tutto sull’inserimento delle Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene fra i siti culturali protetti come patrimonio mondiale dell’Unesco. Bocciati, con questa motivazione: “Le condizioni di notevole degrado ambientale non consentono di poter ragionelvolmente argomentare di sito versato alla tutela dell’equilibrio dell’ecosistema.”
Ed ora, come accadde al re della Giudea nella notte della Natività, a certi esponenti di Coldiretti je rode: “Con l’ingiusta bocciatura” ingiusta scrivono, avendo fra le loro virtù la faccia come il culo “della candidatura delle colline del prosecco non si riconosce l’importanza di un territorio dallo straordinario valore storico, culturale e paesaggistico in grado di esprimere una produzione che ha saputo conquistare apprezzamenti su scala mondiale” afferma la lobby commentando la stroncatura.
Allora, per usare un garbato eufemismo: avete rotto i coglioni. Li avete rotti, fra le altre ragioni, poiché non vediamo cosa possa avere di culturale il prosecco a meno che, com’ebbe a dire Lino Toffolo: il culturismo el xe el turismo del cul.
E non è nemmeno il fatto che l’attività dia lavoro a tremila viticoltori sparsi in 15 comuni coinvolgendo 5.000 ettari. Non è una ragione, è solo la coperta, il paravento, il dito sporco di pesticidi dietro cui ci si nasconde vaneggiando di autonomie, indipendenza, rispetto per la storia del territorio ma essendo nei fatti i primi a farne strame.
Il piagnisteo prosegue: “Una decisione che mortifica il grande valore culturale e ambientale che l’agricoltura riveste in un territorio in cui sono prodotti ben 655.211 ettolitri di vino certificato come Docg.” E qui siamo alla truffa: quel dato comprende prosecco, glera, chardonnay ed altri vitigni minori. Non è prosecco, che incide solo per la pur ragguardevole quota di 409.017 ettolitri.
Comprendiamo come ci si possa sentire quando un investimento fondiario sul quale si sia puntato tutto è saltato. Del resto, gente, lo chiamano rischio d’impresa e, almeno per coerenza (coerenza, do you remember?) non potete ora chiedere, come fanno “i terroni” l’intervento dello stato (di occupazione) perché vi tuteli, sostenga, agevoli, sgravi fiscalmente.
Purtroppo la mia profezia, della quale scrissi qui il 1° marzo 2017 in Fame un spritz, fameo bon co ‘na feta de limon, si è avverata: “Chi crede che il land grabbing sia un fenomeno tipico del Sud del mondo è in errore: accade anche da noi.
Per esempio … nel Veneto, segnatamente nei territori votati alla produzione del prosecco.
Accade da anni ma da quando, nel gennaio dello scorso anno (2016 per chi legge, NdA), la Regione Veneto ha di fatto liberalizzato l’impianto di nuovi vigneti, l’espansione delle vigne a Prosecco è stata inarrestabile. I coltivatori hanno cercato prevalentemente terreni di vaste proporzioni pagando anche da 6 a 10 euro al metro quadrato contro un valore effettivo che normalmente non supera i 2, non da ultimo grazie ai contributi elargiti dalla Regione, che nel 2015 hanno toccato la ragguardevole cifra di 13,5 milioni di euro.”
La stessa Regione aveva nel frattempo esteso l’area della doc alla provincia di Belluno, scatenando anche là l’accaparramento delle terre per vigne da Prosecco.
E questo “Oltre alle conseguenze ambientali e sociali tipiche delle monocolture, ha implicato un massiccio livello di utilizzo di prodotti chimici, segnatamente pesticidi utilizzati in non meno di 20-25 trattamenti annui, contro i quali nulla possono fare anche quei pochi coraggiosi produttori del biologico, visto che vengono sparsi con gli elicotteri e che i dati dell’Arpav sono chiari: aumento del 305% nell’uso di pesticidi dovuto ai nuovi vigneti.”
Già nel 2014 alcuni politici locali intervennero in difesa della popolazione affermando che se fossero stati eletti al Parlamento Europeo avrebbero denunciato l’assalto alle terre e alla montagna. Perché non l’hanno fatto come privati cittadini, mentre l’incidenza dei tumori aumentava?.
Grazie alla lobby del prosecco esiste inoltre una legge regionale che consente di distruggere i boschi per piantare i vigneti, tanto è vero che a Tarzo una collina franò a causa della distruzione di un bosco secolare trasformato a suon di ruspe in area coltiva.
Concludevamo l’articolo con questa espressione: “Bene. Sappiamo di avere, con questo articolo, smosso le coscienze degli ecochicbiobau di Brera. Ne parleranno, in attesa di completare il gruppo di amici davanti al Patuscino o al Radetzky. Dove, una volta accomodatisi, ordineranno uno spritz.”
Mi riferivo, ça va sans dire, a quegli escrementi di cane malato che nei giorni scorsi indossarono la maglietta rossa.

Alberto C. Steiner

I problemi della Calabria risolti da un libro fotografico. Parola di Domus.

CC 2018.07.11 A3Se già in lontananza noti qualcuno che indossa qualcosa di rosso potrebbe non essere il volontario di un’ambulanza.
Se avvicinandoti osservi il voluminoso pacco di quotidiani sottobraccio, a rischio lordosi, e tra questi spuntano Limes e Micromega, sei incappato in un presunto intellettuale inequivocabilmente connotato sotto il profilo ideologico.
Se fra tutte queste inconfutabili prove dell’uccisione di alberi, che rendono ecologista di comodo il portatore, distingui Domus, scarrella: il soggetto potrebbe essere addirittura architetto o sociologo urbano.
Tra i candidati al prestigioso Premio Gabriele Basilico, dedicato a “talenti emergenti della ricerca visiva”, vale a dire della fotografia senza bisogno di usare verbosità da manifesto programmatico, Domus, e segnatamente Domusweb, ne propone alcuni: In Quarta Persona è uno dei progetti fotografici selezionati per l’edizione 2018, realizzato da Martin Errichiello, classe 1987, e Filippo Menichetti, di un anno più grande. Immagini stupende, come quella che pubblichiamo.
Nell’incipit viene dichiarato che finalità del lavoro è quella di raccontare la Calabria “in quarta persona”.
Poiché l’espressione ci è apparsa priva di senso, ed essendo noi miseramente rimasti alla terza persona singolare e plurale, abbiamo provato ad informarci. Nulla: sul web l’unico riferimento è al titolo dell’opera de quo. Interpellata la Crusca per poco non ci hanno mandato… si, proprio là.
Viviamo di inesplicabili misteri ed irrisolte questioni, sopravviveremo anche a questa, nonché alla successiva: viene dichiarato che il libro dei due fotografi è “l’ultimo tassello di un’analisi precaria e plurale, condotta lungo l’autostrada A3 Salerno – Reggio Calabria”.
Crediamo di possedere cultura, acume, intuito “in misura bastevole”, come fece dire il Manzoni a Renzo, ma sentiamo che qualcosa ci sfugge come sabbia tra le dita. O forse è aria, aria fritta. Precaria? Plurale? L’ultimo tassello? E i precedenti?
Innegabilmente l’autostrada Salerno – Reggio Calabria è emblematica di contraddizioni e malversazioni, voluta inefficienza e malaffare che caratterizzano buona parte della Penisola.
Ma, francamente, il testo che accompagna la rassegna fotografica, avrebbe potuto scriverlo un americano tolto dal freezer dopo esservi stato immesso nei primi anni Sessanta del secolo scorso: pizza, mandolino, paesaggi deturpati, arcaiche reminiscenze di una cultura ancestrale. E mafia, tanta mafia asservita alla politica e viceversa. E ovvietà, tanta ovvietà. Come questa: “La memoria – l’atto di praticare la memoria – rappresenta un mezzo potente per ricordare ciò che si è perso e reclamare ciò che è stato dimenticato. Ed una grande parte della storia politica italiana degli ultimi 50 anni è innegabilmente avvolta nel mistero. Alcune delle sue storie e avvenimenti più importanti, pubblici e privati, sono ancora occulti, archiviati e persino censurati.
Poiché “Dagli anni Sessanta, nel bel mezzo del cosiddetto ‘miracolo economico’, le forze politiche e culturali in Italia hanno stabilito un processo di trasformazione ampio e radicale … il cambiamento andava alimentato con nuove strade, nuove macchine e industrie e sicuramente una nuova identità.”
Che, a detta di chi ha steso il testo “dovevano essere in grado di connettere – tecnicamente e politicamente – alcune delle aree più isolate del paese, portando i cittadini isolati verso il progresso.”  Progresso?
Ricordo ancora il cazziatone che mi presi, in seconda media, dalla prof di geografia quando affermai che la costruzione di strade portava l’Africa verso la civiltà. Mi fece graziosamente notare come uno dei paesi più civili al mondo era quindi sicuramente la Germania, che di una straordinaria rete viabilistica disponeva già negli anni Trenta. L’altro erano gli Stati Uniti, segnatamente la città di Los Angeles.
Come avrebbe detto il Giôan Brera: “palla lunga e pedalare”. Con le orecchie basse e una profonda incazzatura per avere detto una puttanata, aggiungo.
L’analisi è stata condotta lungo l’autostrada A3 in quanto “linea simbolica del progetto”. E ditelo, che c’è un progetto! Noi siam qui, a pettinare le uova, e invece c’è un progetto. Non si fa così, specialmente se questa linea “attraversa iconografia e storie sospese tra utopia e tradimento”. Azz.
Soprattutto considerando che in Calabria nessuno nega che vi sia la mafia e che – notizia dei giorni scorsi – un politico locale si sia appropriato pure dei fondi per un progetto di salvaguardia delle tartarughe marine. Saremo, come afferma l’intellighenzia (va da sè, di un unico colore possibile) quando non ha altre speranze dialettiche e non ha ancora fatto ricorso alle ingiurie, ancorati alla superficie dei fatti, ma non ci sembra di ravvisare eclatanti novità o scoperte tali da giustificare un caso di studio di questa terra antica “dove la sfida della modernità ha imposto un suo linguaggio e una sua estetica, opprimendo lentamente il paesaggio umano e naturale”.
Tutti bravi a sociologizzare con il cu… ehm, in casa d’altri: arrivano, aprono il tavolo, osservano, deducono sulla base del proprio metro antropologico, tecnologico, astrologico e scagazzano pregnanti ed ispirati teoremi. Spesso accompagnati da ineffabili ricette. Sempre quelle, in più di mezzo secolo. E sempre inutili. E quando chiudono il tavolo per andarsene non raccolgono nemmeno le cartacce.
Tanto è vero che fotografie, oggetti, documenti e video “sono assemblati come un progetto collettivo di un noi immaginario”.
Progetto collettivo di un noi immaginario. Perfetto, i problemi rimangono ma intanto abbiamo fatto giornata con il noi immaginario.
Conclusione: le immagini sono stupende – si vede che dietro c’è un lavoro mosso da competenza e passione – e meritano un’elevata considerazione. Il problema è il linguaggio, ideologicamente connotato e infarcito dei soliti luoghi comuni da colonizzatore bianco, però buono, che, lui si, sa come fare per risolvere i problemi del bovero negro.
Se ne sarebbe potuto fare tranquillamente a meno, ne avrebbero guadagnato sia l’opera sia la Calabria.

Alberto C. Steiner

L’olio veneto non viene dalla Tunisia

CC GardaNel mondo degli stereotipi piace individuare i Veneti come stupidi mangiapolenta.
Non è così e lo sappiamo bene, pur se anche fra loro si annoverano compagni che sbagliano, per esempio i Benetton, arroganti teste di cazzo che vanno in giro a tentare di opprimere il mondo accompagnati da un fotografo che, se non avesse loro come mecenati, sarebbe costretto a mangiare la minestra dai frati. Ma non è di questo che oggi desideriamo parlare.
Quasi nessuno lo sa, o vuole ricordarlo, ma anche il Veneto produce olio. Nella ridicola misura dello 0,24% rispetto al 37% della Puglia, su un totale nazionale (ci riferiamo allo stato estero dell’Italiland del quale il Veneto è colonia) di 70 milioni di quintali.
Lo produce sul Garda e in Lessinia, nei Colli Euganei e sui Monti Berici, ed è un prodotto così di nicchia, e meno che marginalmente asservito ai contributi pubblici, che i produttori non hanno mai pensato di creare immondi ibridi con oli “di provenienza dell’unione europea” piuttosto che nordafricani.
Parliamone da un punto di vista organolettico: gli olii europei sono quelli spagnoli, greci e turchi. Tutta un’altra musica, provare per credere.
Ne parliamo perché oggi l’olio veneto, ed anche quello di produzione nazionale, sono a rischio. Tanto per ambiare.
Il governo del cambiamento, in persona di Federolio e Coldiretti, ha siglato il 28 giugno scorso un contratto di filiera sull’olio extravergine, riconoscendo … 4 euro al kg su un complessivo di 10mila tonnellate.
L’obiettivo ufficiale è quello di “assicurare la sicurezza e le diffusione dell’olio italiano al 100%, stabilizzando le condizioni economiche della vendita” secondo quanto riporta un comunicato stampa di Coldiretti, sottoscritto anche da Unaprol, Federolio, Filiera agricola italiana ed altri fucilatori del regime.
Insorge il CNO, Consorzio Nazionale Olivicoltori: “Non copre i costi di produzione delle aziende olivicole e punta a valorizzare le miscele con oli extracomunitari ed è un attentato al Made in Italy.” E lancia online una petizione contraria al patto.
Il presidente del Consorzio nazionale degli olivicoltori, Gennaro Sicolo, così commenta il patto tra Coldiretti e Federolio, usando espressioni, giustamente, pesanti: “L’accordo di filiera farlocco siglato tra Coldiretti Unaprol e Federolio è un attentato all’Italia, ad uno dei prodotti simbolo del made in Italy, l’olio extravergine d’oliva, ai produttori del nostro paese e alla salute dei consumatori” aggiungendo: “nel contratto di filiera il lavoro degli olivicoltori vale circa 4 euro al Kg, ben al di sotto dei costi di produzione: 4,80 euro/Kg al Sud, 7 euro/Kg al Centro, 9 euro/Kg al Nord. La Coldiretti svende la dignità dei pochi produttori olivicoli che gli sono rimasti.”
Non ci addentriamo ulteriormente nel merito della notizia, del resto il nostro intento è quello di evidenziare, al di là degli strombazzamenti con i quali aedi, araldi e saltimbanchi hanno annunciato il nuovo governo “del cambiamento” come si persegua l’intento di svilire identità ed autonomia economica, secondo la più antica delle strategie: un popolo malato, imbelle, affamato diventa facile preda delle mire espansioniste di chi garantendo cibo, il minimo indispensabile alla sopravvivenza è ovvio, chieda in cambio identità e dignità.
Cose facilissime, peraltro, da carpire nell’Italiland. Quasi senza colpo ferire.

Alberto C. Steiner

Non finisce qui: scriverò a Legambiente!

CC 2018.07.05 San Vigilio 001Ecco bravo, fatti prendere per la goletta.
I milanesi d’antan ricorderanno, se lettori del Corriere, il fastidiosissimo Carlo Radollovich. Incarnava perfettamente lo stereotipo di “quello che scrive ai giornali” per ogni puttan… ehm, inezia. Un’indagine avviata per soddisfare la curiosità dei lettori appurò che, anziano, tutto d’un pezzo, di profonda cultura e spaccapalle fin da giovane, non aveva un accidente da fare. Quando non scriveva ai giornali infastidiva il vicinato.
Diventerò così? Può essere, anche se non ho mai sopportato quelli che con tono ieratico annunciano che scriveranno ai giornali, chiameranno il Gabibbo o, ancora peggio, i carabinieri: lì mi sale addirittura l’odore del napalm alla mattina, a prescindere dalla ragione del contendere.
Mi fa quindi ridere l’esortazione della Goletta dei Laghi: “SOS Goletta: Per segnalare casi di inquinamento è possibile inviare una email a *email* con una breve descrizione della situazione, l’indirizzo e le indicazioni utili per identificare il punto, le foto dello scarico o dell’area inquinata e un recapito telefonico.”
E i reparti speciali di Legambiente, garantito, interverrranno prontamente, come folgore dal cielo e come nembo di tempesta, a … a fare che? Con quale facoltà e autorità? La risposta è: nulla.
Cerchiamo quindi quali siano le alternative con facoltà di legge. Scopriamo così quanto ben strano sia il motore di ricerca Google. Digitando la chiave di ricerca “lago garda segnalare casi inquinamento” le prime due schermate di riferimenti riguardano Legambiente, nulla è lasciato a polizia locale, carabinieri o Arpa, nemmeno digitando “come segnalare casi inquinamento lago garda” ovvero provando con “a chi segnalare casi inquinamento lago garda” e, infine, nemmeno provando il disperato “autorità alle quali segnalare casi inquinamento lago garda”.
Sempre i gialli paladini escono ai primi posti. Che sembra prediligano la sponda veronese a quella bresciana, della quale hanno indicato 8 punti inquinatissimi contro i 3 veronesi, assolvendo Peschiera (!) e, come sempre, la costa trentina, per definizione bella, bio e pura siccome un giglio.
Dice: voi siete prevenuti. No, noi ci basiamo sul fatto che, storicamente, molte strasse, alias bandierine, rilasciate dal probo attributore di purezza hanno riguardato località inquinatissime, per esempio lungo la riviera romagnola o la costiera amalfitana piuttosto che il litorale versiliese, per citarne tre fra le tante.
Quindi ci dispiace ma, e lo affermiamo veramente malvolentieri, riteniamo assolutamente inattendibile, quasi un canard come si dice in gergo, quanto comunicato circa lo stato delle acque gardesane, e leggibile sul sito degli amici di VeronaGreen (Goletta dei Laghi 2018, 3 punti inquinati su 5 – 4 luglio 2081) piuttosto che sul quotidiano L’Arena (Allarme inquinamento in tre punti su cinque – 4 luglio 2018).

Alberto C. Steiner

Rodano: cervi, daini ed opere idrauliche del XV Secolo in un’oasi ambientale a mezz’ora da Milano

CC 2018.07.03 Rodano Casa Gola 003C’era una volta… anzi c’è, fra i campi della pianura insubrica, un luogo, se non di eccellenza quanto meno di assoluta particolarità ambientale, dove si possoo ammirare daini e cervi e dove acque, impianti idraulici risalenti al tardo Medioevo, oasi ambientali ed antichi edifici sono stati salvaguardati dal degrado e dalla speculazione.
Rodano è un comune di 4.600 abitanti ubicato a 15.300 metri dalla piazza del Duomo di Milano, fra le direttrici Cassanese e Rivoltana; occupa una superficie di 13,07 km², l’85 per centro della quale destinata ad uso agricolo e, almeno fino ad ora, protetta dalle mire della speculazione edilizia.CC 2018.07.03 Rodano Casa Gola 001I fontanili, che rappresentano storicamente, insieme con le marcite impiantate dai monaci Cistercensi, una delle fonti della ricchezza della Pianura Padana (ancora oggi la più estesa area coltivata europea) assumono qui particolare rilevanza ambientale. Pratomarzo è il nome di una delle numerose cascine esistenti nel territorio comunale, ed il toponimo è palesemente derivato dall’antica presenza delle marcite.
Notevole la presenza di opere idrauliche, alcune delle quali risalenti al XV Secolo ed ispirate ai progetti di Leonardo da Vinci, che come è noto tra Milano e il fiume Adda trascorse anni fecondi di iniziative.
L’estensione comunale, ricompresa nel Parco Agricolo Sud Milano, si caratterizza inoltre per la presenza, insistente su una superficie di 22,2 ettari oltre a 68,6 ettari di fascia di rispetto, di una particolare area florofaunistica denominata Le Sorgenti della Muzzetta: un complesso boschivo igrofilo formato da farnie, noccioli, olmi, ontani neri, querce, salici, sambuchi oltre che dal rarissimo giglio dorato, dove trovano complessivamente dimora non meno di 312 specie censite, oltre a circa 90 specie avifaunistiche, molte delle quali nidificano.
Il suo indirizzo ufficiale è Strada Vicinale del Duca, che deriva il toponimo dal duca Gabrio Serbelloni la cui famiglia acquistò da altri nobili, a metà del XVIII Secolo, le terre situate tra le attuali strade Paullese e Rivoltana: per agevolare il transito all’interno della proprietà venne ripristinata un’antica strada interpoderale originariamente derivante da una centuriazione romana.
Cervi e daini sono visibili, persino dalla strada Rivoltana, all’interno della tenuta Invernizzi situata a Trenzanesio, il cui toponimo deriva da un’antica cascina ed il cui edificio più significativo è la monumentale Villa Litta, edificata, secondo lo schema tipico delle cosiddette “ville di delizia” lombarde, non si sa se nel 1540 o se esattamente un secolo più tardi.
Dopo varie vicissitudini, nel 1955 fu acquistata dalla Famiglia Invernizzi ed oggi è sede di una Fondazione, che la lascia visitare malvolentieri, sembra a causa di comportamenti poco edificanti tenuti in passato da alcuni visitatori.CC 2018.07.03 Rodano Casa Gola 002Non male, vero, per un piccolo comune dell’hinterland milanese? Ma c’è di più: Casa Gola, ex-convento e parte del classico nucleo rurale a corte chiusa – che talvolta si presenta fortificato come la non lontana Cascina Imperiale di Cernusco sul Naviglio – ed il cui impianto è tipico dell’architettura degli Umiliati, del quale a Milano si conserva un pregevole esempio costituito dal complesso di Monluè.
Casa Gola risale alla fine del XV Secolo e, citiamo dal sito del Comune: “Presenta pregevoli tratti architettonici e decorativi, un perimetro murario in cotto ed ambienti interni dagli alti soffitti con alcuni disegni a pittura restaurati.
Il recente recupero ne consente una fruizione collettiva ospitando il ‘Polo culturale a carattere botanico’ del Parco Agricolo Sud Milano, costituito dall’Erbario della Flora Padana, reso disponibile al pubblico ed in grado di richiamare l’attenzione delle scolaresche allo studio della botanica, e da una piccola biblioteca a sfondo naturalistico che funzionerà anche come punto di informazioni sul Parco e sulla vicina Riserva Naturale delle Sorgenti della Muzzetta.
Al primo piano di Casa Gola, in una nicchia usata per riporre le lampade o le candele, è presente un affresco raffigurante una gazza su un ramo. L’affresco è stato scelto, tramite un concorso popolare, come logo della Cultura a Rodano.”
Alcuni cittadini rodanesi, ed in particolare l’Associazione Il Fontanile, propongono in questi giorni un progetto di riqualificazione di questo edificio e del circostante, prezioso, ecosistema precedentemente descritto per far conoscere la natura e le testimonianze di una storia agricola fatta di opere idrauliche, cascine, strade agricole raccontando ai bambini ed ai grandi quanto vi sia di interessante e meritevole di approfondimenti, anche attraverso laboratori dedicati e, in un’ottica allargata, permettendo di scoprire le correlazioni fra il territorio locale e le vie d’acqua lombarde, Adda e Martesana in primo luogo.
Uno dei, niente affatto trascurabili, scopi dell’iniziativa è quello di rivalutare la località come meta di un turismo, non solo locale, che può trovarvi numerose attrattive naturalistiche, storiche, artistiche e gastronomiche.
Al centro del progetto proprio Casa Gola, concessa in usufrutto al Parco Sud per un periodo di 50 anni ma chiusa da alcuni anni. Recentemente è stato presentato un progetto di massima, che abbiamo trovato interessante e coinvolgente e sul quale ritorneremo, confermando la nostra disponibilità ad appoggiare l’iniziativa.

Alberto C. Steiner