Sorvegliato speciale chi vorrà visitare i parchi di plastica

Avrei di gran lunga preferito che il testo che mi accingo a criticare fosse stato pubblicato il 3 maggio, invece che il 7: sarebbe stato in sintonia con “Le fucilazioni”, il magistrale dipinto di Goya.cc-2017-02-9-sentieri-lombardia-002Non cessano infatti di stupire i fucilatori del regime, le mezze seghe governative e le loro scheraniche parassitarie emanazioni ormai al delirio di burocratica onnipotenza, tipico di chi non conta, non sa e non vale un cazzo, corroborato dall’equivalente del mitico “quante volte figliola?” in salsa cattocomunista.
Vorrei avere tra le mani alcuni dei merdosi esponenti di tale parassitario marciume, per inchianarlo di mazzate mentre mi pigola lei non sa chi sono io con voce di arrogante castrato.
Al dunque: è pronto il protocollo anticontagio per le escursioni nelle aree naturali protette, vademecum elaborato da Federparchi con RomaNatura e in collaborazione con Università Campus Bio Medico di Roma.
Prenotazione obbligatoria, mascherine, igienizzazione delle mani al punto di raccolta, rilevamento della temperatura corporea, gruppi non superiori alle dodici persone con distanziamento sociale sino a due metri e dispositivi di protezione aggiuntiva per le guide da utilizzare in caso di necessità. Una Glock 9×21?
Questi i punti fondamentali del protocollo speciale per le visite guidate, che andrà rispettato in modo rigoroso altrimenti niet alla fruizione dei parchi naturali.
Una proposta semplicemente ignobile, che si aggiunge alla militarizzazione del territorio con l’alibi dell’immondo virus e che non tiene in nessun conto il fatto che i nostri parchi annoverano migliaia di residenti e centinaia di attività agrosilvopastorali.
Ed ignobili esseri saranno le guide, non più mediatori ma escrescenze non armate delle amministrazioni.
Eh già, diranno che tengono famiglia.
La ratio di tutto questo si situa, inoltre, nel concetto tipico degli escrementi della sinistra urbana ecologista.
Per chi, di stomaco forte, desiderasse approfondire l’argomento, questo il link:
http://www.federparchi.it/dettaglio.php?id=59660&fbclid=IwAR0HYwd2G5kvDmqX8lth-7C7Xpq-kE6GqZhq7W1M7leE2Xpy7lj-PbwUcVc. Copiatelo ed incollatelo, poiché non intendo essere strumento di click a favore di questa gentaglia.

Alberto Cazzoli Steiner

Si profila il capolinea per la bolla speculativa degli chef stellati

Onnipresenti, stizzosi come primedonne e non raramente cooptati come tuttologi nonostante l’abissale ignoranza ed i modi da tamarri: sono gli chef cosiddetti stellati, miracolati dalla notorietà televisiva che premia il vuoto (no, meglio vacuum, onomatopeicamente suona meglio, come scarico del cesso) ed il loro seguito di gourmet, pseudoesperti, ristoranti d’autore, guide enogastronomiche, corsi per diventare sommellier in un mese.CSE 20200425001Taluni producevano più carta che piatti, se è vero che la dimensione volumetrica di giornali e altre pubblicazioni dedicate assommava quella di due libri al giorno, ospitanti l’imponente indotto fatto di classifiche, recensioni, giudizi non di rado espressi senza le necessarie capacità critiche, articoli su scuole di cucina destinate a sfornare stuoli di cannavacciuoli disoccupati, pubblicità redazionali di produttori pseudoecobiobau, ed annunci dedicati al mercato delle compravendite di locali che aveva raggiunto cifre assurde.
Insomma, una vera e propria bolla gastronomica che, secondo i dati Confcommercio, nel 2019 ha registrato poco meno di 400mila attività, vale a dire un locale ogni 150 persone, con una spesa stimata in 86 miliardi di Euro, pari a 1.400 euro a persona, infanti e poveri compresi, ai quali vanno aggiunti i valori dell’indotto: comunicazione, editoria, filiera alimentare, progettazione e edilizia, arredamento, tovagliame, stoviglie e via enumerando in una irrefrenabile esaltazione.
Come tante bolle speculative, anche questa è arrivata al capolinea, in seguito alle restrizioni da coronavirus che hanno mostrato i piedi d’argilla del colosso, da tempo affetto da gravi segnali di criticità, spesso ignorati.
Dai dati Confcommercio si evince come, a partire dall’anno 2018, ristoranti, trattorie, pizzerie, kebabbari, pub e friggitorie automontate abbiano segnato un saldo negativo: oltre 12.400 chiusure, pari a 34 al giorno, marcate da un rapidissimo turn-over che sancisce il decesso di un quarto dei locali dopo un anno, e del 57 per cento dopo cinque anni.
Una delle principali ragioni di questa criticità è proprio l’eccesso di offerta, che determina sempre più frequenti passaggi di gestione, ristrutturazioni, mutamenti di denominazione e di proprietà. Tutti segnali di situazioni a rischio, e che comportano tutt’altro che infondati sospetti di attività illecite, coperture, riciclaggio di denaro, tanto è vero che stando al Rapporto Agromafie di Coldiretti il controllo della malavita nel settore varrebbe 25 miliardi di euro di giro d’affari.
L’arrivo dell’epidemia ha comportato la forzata chiusura dei locali e comporterà successivamente la non breve recessione economica che ridimensionerà notevolmente il settore.
Sembra inoltre certo che, per accogliere i potenziali clienti che potranno lasciare le loro case, molti esercizi dovranno modificare le strutture delle sale con gli inevitabili costi.
Scompariranno gli operatori privi di adeguate capacità critiche ed esperienza, unitamente a quelli che vedevano la ristorazione come mezzo per conseguire facili guadagni.
Le ristrettezze economiche limiteranno inoltre il numero di locali di alto livello condotti da solidi professiobnisti dei fornelli, che torneranno come nel primo cin quantennio del secolo scorso a servire una ristretta fascia di clientela che potrà permettersi le loro raffinatezze.
Nulla sappiamo, infine, di affollati fast food e stipati apericena da movida, di kebabbari e cinesi dalle precarie condizioni igieniche, di pub e sagre gastronomiche all’insegna dei saperi e sapori a km zero che vedevano la solita onnipresente bancarella umbra o della porchetta di Ariccia alle manifestazioni intitolate Urlaub in Südtirol, accanto alle altrettanto onnipresenti del miele bio prodotto in Cina senza miele ed impacchettato in “vasetti del contadino”.
La cucina televisiva non sarà presumibilmente più un argomento preminente, ed anche la pubblicità del cibo muterà, in ragione del fatto che gran parte delle famiglie dovrà tornare ad una cucina più spartana ed economica, che probabilmente bandirà il costoso junk-food costituito da snack e merendine.
Il futuro del settore, che dava lavoro a decine di migliaia di persone, non sarà affatto roseo ma, proprio grazie ad una nuova interpretazione del cibo, bene primario per eccellenza, potrà portare nuove abitudini all’insegna della salubrità e dell’attenzione a non sprecare.
Chissà se tutto questo comporterà anche la scomparsa della pessima abitudine di salire mangiando sui mezzi pubblici, lordandoli di gelato e carte bisunte senza nessun rispetto per gli altri utilizzatori.

Alberto Cazzoli Steiner

Pandemia: annientato il mercato delle locazioni brevi

cc-2017-01-19-rodano-002Neppure la legge Reale1 riuscì dov’è invece riuscita la nuova peste.
Non tanto e non solo in forza delle norme restrittive bensì della paura folle, irragionevole, atavica che ha indotto gli umani a sfuggire i propri simili, a temerli, a scegliere di non vivere per paura di morire.
Tanto di cappello a chi ha saputo suscitare tutto questo, è gente persino più in gamba di Mendella, di Vanna Marchi e dei vecchi, pionieristici, consulenti globali d’assalto Fininvest.
Ma, certi dell’impunità, promotori e scherani dell’ignobile nefandezza lasciano che il telo di copertura, sempre più liso e squarciato, mostri senza ombra di dubbio lo sconcio verminaio, la vera natura della laida manfrina: affossare il paese, renderlo facile preda di avvoltoi che strappano brani di carne viva dal corpo ancora agonizzante, mentre con fare rassicurante ammanniscono al popolo bue sequele di menzogne che persino un bambino di cinque anni potrebbe smantellare.
Ma il popolo bue non lo fa, rintanato nelle caverne a pascersi di terrore e timore per il futuro. Perché il popolo bue le desidera, le menzogne, anela ad esse come a una droga anestetizzante.
Siamo alla terra bruciata, l’immonda manovra ha annichilito, devastato, annientato in ogni ambito economico innumerevoli attività artigianali, industriali, commerciali, professionali trucidate senza nemmeno la grazia del colpo alla nuca.
L’insipienza, la pochezza, l’immoralità di lor signori ha saputo solo partorire rinvii delle scadenze fiscali, elemosine e prestiti in luogo di contributi a fondo perduto.
In tale contesto, uno dei settori che più patisce lo sconvolgimento, per non dire l’azzeramento, è il mercato delle locazioni particolari, quelle brevi e quelle legate ai fenomeni di coliving e di coworking.
In riferimento a tale ambito, credo doveroso ripartire il fenomeno in due macro-realtà geografiche: Milano e il resto del non-paese.
Non è campanilismo, il mio, ma frutto di semplice constatazione: Milano, e la Lombardia, sono salite agli onori delle cronache quali maggiori focolai della pandemia, a livello mondiale. Non dimentichiamo che tutto nacque in quel di Codogno.
Inizio con le locazioni brevi: Milano non è solo la città di Leonardo, dell’Ambrosiana, della Scala, delle mostre a Palazzo Reale, ma anche la città degli eventi commerciali, la cui palma d’oro spetta indiscutibilmente al Salone del Mobile, totemico idolo inscalfibile che quest’anno è stato però abbattuto.
L’evento, che avrebbe dovuto avere luogo in aprile ma è stato per ora rinviato a giugno, porta in città, nell’hinterland e persino nell’intera regione centinaia di migliaia di visitatori, tecnici, operatori, acquirenti e turisti provenienti da ogni angolo del mondo per conoscere le novità e le tendenze dell’arredamento ed in generale dell’architettura di interni.
Proprio il Salone ha indotto numerose persone a compiere il salto, trasformandosi in affittacamere, magari sottoscrivendo mutui per acquistare appartamentini e loft da rendere disponibili a tariffe giornaliere variabili tra 150 e 500 euro.
L’immondo virus, o se preferite la supposta pandemia in quanto di vera a propria supposta trattasi, realizzata in acciaio rivestito in tela smeriglio, ha comportato la cancellazione di decine di migliaia di prenotazioni da parte di visitatori preoccupati, impossibilitati a giungere in città a causa delle norme restrittive e comunque privati dello scopo, con la contestuale restituzione delle caparre, non di rado già spese vuoi per approvvigionamenti, vuoi per la rata del mutuo, vuoi per mille altre ragioni che non ci è dato di sindacare.
Le prenotazioni non sono differibili a giugno, perché comunque vada a giugno le partecipazioni al Salone saranno scarsissime e perché qualche operatore avrà già prenotazioni: due o tre notti nell’ultimo scorcio di stagione perché, come è noto, a Milano dalla seconda metà di giugno alla prima di settembre non viene praticamente nessuno.
Senza contare il fatto che, a causa del coraggio da coniglio e della memoria da elefante che classicamente caratterizza le masse, pronte al pregiudizio, la circostanza comporterà un minore interesse turistico almeno per i prossimi sei o addirittura dodici mesi.
Si badi bene, qualora non fosse sufficientemente chiaro: non sto parlando di società di gestione, di holding del B&B, ma di piccoli proprietari. Sono loro, e non le società di gestione dai nomi altisonanti e dalla provvigione del 20%, che ci rimettono fior di quattrini.
La beffa, oltre al danno, consiste proprio nel fatto che se il proprietario dell’immobile guadagna la società di gestione prende una percentuale, ma se il proprietario non guadagna, a perderci è solo lui.
Questo fenomeno porta, naturalmente, acqua al mulino delle cassandre delle locazioni brevi, quelle che preferiscono locazioni lunghe, ordinarie, con inquilini affidabili ai quali (a Milano è comunemente in uso questo sopruso) chiedere il 730 o l’Unico per certificare la capacità di sostenere il costo della pigione.
Il coliving ed il coworking vivono invece una vera e propria Beresina: ciò che appariva in inarrestabile crescita prima dell’epidemia da coronavirus sembra in caduta libera.
Relativamente al coliving, particolarmente gettonato da studenti e giovani professionisti che ricercano soluzioni condivise in un mercato delle locazioni, quello milanese, fra i più cari d’Europa, il concetto stesso del vivere insieme sul quale si fonda, minimizzando gli spazi individuali a favore di quelli condivisi: cucina, bagno, soggiorno, terrazzo o giardino, è messo in discussione dalle nuove abitudini che rifuggono dalla promiscuità.
Per quanto mi riguarda ho già avuto modo di esprimere le mie forti perplessità circa la validità della formula coliving, che mi ricorda molto le economie di guerra e certe tipicità dei paesi ex-socialisti, dissuadendo dall’acquistare immobili da destinare a tale forma di investimento chi ebbe occasione di chiedermi un parere.
E pensare invece che alcune imprese di costruzioni stavano ipotizzando di realizzare nuove edificazioni costituite da appartamenti in vendita in coliving, versione urbana più intimista rispetto al cohousing.
Le stesse problematiche, credo addirittura estremizzate, affliggeranno il mondo del coworking, dove diventa ormai impossibile condividere scrivania, bagno e distributore di caffè con degli sconosciuti.
Il medesimo scenario è proponibile per città come Torino, Genova, Roma e Napoli. In località minori, dove i canoni di locazione sono più abbordabili e le case destinate alle locazioni brevi costituiscono generalmente, da gran tempo quando non da secoli, patrimonio di famiglia la scure si abbatte comunque, ma con effetti meno devastanti.
Per contro, intravedo uno spiraglio nel comparto delle compravendite: a parte gli immobili in esecuzione forzata, dove si potranno spuntare ribassi particolarmente remunerativi con il ricorso al saldo e stralcio, i prezzi non crolleranno.
Come è già accaduto in passato il mercato si fermerà per due, tre, forse anche sei mesi, per poi riprendere sulle stesse basi antecedenti l’interruzione privilegiando, come sempre, le metrature piccole e medie.

Alberto Cazzoli Steiner

NOTA
1 – Legge 22 maggio 1975 n.152: Disposizioni a tutela dell’ordine pubblico, detta legge Reale dal promotore Oronzo Reale, allora ministro di Grazia e Giustizia. Per approfondimenti: https://it.wikipedia.org/wiki/Legge_Reale

 

Ed uscimmo infine a riveder i volantini

Volantinaggio GdF Bz 001“È la più grossa operazione mai condotta nel Norditalia” affermò il colonnello Gabriele Procucci, comandante della Guardia di Finanza di Bolzano, nella conferenza stampa che annunciava, nella primavera del 2019, l’esito di un lungo e difficile lavoro condotto contro la mafia del volantinaggio, rammaricandosi però che fosse solo la punta dell’iceberg di un sistema ampio e articolato che contamina diversi settori.
Sembra quanto meno stravagante parlare di volantinaggio mentre l’attenzione di tutti è focalizzata sul virus che, prima ancora dei corpi, ha contaminato le menti, ma noi ci riteniamo, fortunatamente, stravaganti e fuori dal coro e pensiamo che certi registi dell’ecomomia non riununceranno facilmente a lauti guadagni.
È anche per tale ragione che siamo convinti che, adottando metodi di disingaggio gesuitici per non sputtanarsi completamente, almeno agli occhi degli imbecilli, ahinoi oltremodo numerosi come stanno dimostrando le odierne cronache, che ancora credono che la luna sia una forma di parmigiano, che presto la morsa dei domiciliari avrà termine.
La gente continuerà a morire, come è giusto che sia durante un’epidemia, sarà anche loro dovere e nostra fonte di salvezza, ma l’economia ripartirà e la fiducia, l’impegno, un progressivo ritrovato benessere eleveranno gli anticorpi in chi sarà destinato a sopravvivere.
Del resto in un non-paese di pecoroni l’immunità di gregge ci sembra cosa buona e giusta.
In riferimento ai registi dell’economia, in un non-paese dove la Mafia è eletta a sistema il volantinaggio è l’anima della pubblicità, e il caporalato è l’anima del volantinaggio.
Pertanto chi sopravvivrà vedrà nuovamente intasata la propria casella postale o l’apposito contenitore condominiale di pacchi di volantini, testimoni di un giro d’affari prossimo ai 270 milioni di euro annui.Volantinaggio GdF Bz 002Un mezzo di comunicazione pubblicitaria che si tende a considerare adatto a case popolari, anziani, sottoacculturati e che invece è l’unico mezzo sul quale si regge il sistema della GDO, Grande Distribuzione Organizzata, e segnatamente supermercati, centri commerciali, market dedicati al faidate, che da sola rappresenta il 74 per cento del fatturato di stampatori e distributori.
Coloro che materialmente distribuiscono i volantini sono prevalentemente singoli o con legami familiari nel paese di origine, subiscono condizioni di vita penalizzanti, vivono spesso senza fissa dimora in condizioni igienico-sanitarie precarie in cascine abbandonate messe a disposizione dal caporale di turno, e per le quali pagano un affitto, lavorando mediamente 12 ore al giorno con punte di 15 per 2,50 euro all’ora, reclutati e spostati alla stregua di pacchi in varie zone a seconda dei servizi di distribuzione che devono essere effettuati.
Scaricati alle prime luci dell’alba da anonimi furgoncini in vari punti delle nostre città, provengono da Algeria, Burkina Faso, Gambia, Guinea, India, Pakistan, Senegal e da numerose altre aree del disagio, costretti a sottostare a ricatti e condizioni di vera e propria schiavitù in ragione del bisogno di guadagnare qualcosa al fine di sostenersi e mandare a casa qualche soldo.
Prima del fermo immagine causa virus non passava mese senza che, soprattutto nel profondo Nord, qualche caso di sfruttamento guadagnasse la ribalta della stampa locale. Segno di un radicamento nelle modalità di inquadramento dei lavoratori addetti al volantinaggio fatto in spregio alle più elementari norme, in un mondo prevalentemente governato da organizzazioni criminali con la consulenza dei soliti colletti bianchi senza scrupoli.
Le organizzazioni attuano la sorveglianza degli spostamenti e delle consegne mediante GPS applicati a biciclette sostanzialmente sgangherate ed insicure o carrelli portavaligie e, come evidenziato dall’indagine della GdF citata in apertura, coordinata dalla Procura di Vicenza, senza che il lavoratori ne fossero a conoscenza.
La minaccia di essere licenziati o malmenati, con ritorsioni estese alle famiglie in patria, qualora i lavoratori si dovessero anche solo sognare di denunciare alle forze dell’ordine i soprusi è una costante.
Molti vengono assoldati attraverso trafficanti internazionali, pagando mediamente 5.000 euro per arrivare, con la rassicurazione che i guadagni assommeranno almeno a 1.000-1.500 euro al mese con contratti regolari e che l’organizzazione si darà da fare per far arrivare anche i familiari.
I guadagni ammontano invece a 600-650 euro, nella migliore delle ipotesi e sempre e solo in nero, dai quali va detratto l’affitto e, allorché qualcuno si permette di ricordare ai datori di lavoro le promesse fatte viene minacciato di essere denunciato alle autorità e rispedito a casa, un gioco da ragazzi per i caporali che, come primo atto della riduzione in schiavitù, sequestrano i documenti dei malcapitati. Che, se insistono, vengono anche pestati.
Secondo Flai-Cgil sarebbero oltre 400mila le persone ingaggiate sotto caporalato, e di questi oltre 130mila si troverebbero in uno stato di grave vulnerabilità sociale.
Chi dovesse chiedere agli attori della GDO come funzioni la distribuzione dei propri materiali pubblicitari si sentirebbe rispondere che il servizio è affidato a società che offrono un pacchetto tutto incluso e che loro sono assolutamente all’oscuro di fenomeni di sfruttamento o schiavitù.
Il sistema si basa su appalti e concessioni che si susseguono, iniziando con il committente (il marchio della GDO che vuole distribuire il proprio materiale pubblicitario) che affida l’incarico ad una azienda, che a propria volta la affida ad un’altra azienda, e questa ad un’altra generando un sistema di passaggi di consegne.
Accade anche che il servizio termini con la ritardata consegna del materiale pubblicitario, fuori termini per le campagne promozionali indicate. O con la sua distruzione.
Una curiosità: da tempo, e particolarmente in queste settimane, molti lavoratori del settore sono confluiti in quello delle consegne di cibo a domicilio.

Alberto Cazzoli Steiner

L’agricoltura è al collasso

CSE 20200327 Agricoltura collassoMolti moriranno, è nell’ordine delle cose, e ben lo sapeva l’actuarius, ufficiale Romano addetto agli approvvigionamenti che calcolava i fabbisogni di coorti e legioni in base a ciò che si sarebbe saccheggiato nelle terre conquistate ed in base ai morti lasciati lungo l’avanzata.
Dalla figura dell’actuarius prese nome il cosiddetto calcolo attuariale, quello utilizzato dalle compagnie di assicurazioni allorché, su basi sempre più scientifiche, stimano le probabilità di vita e di morte degli assicurati.
Ritengo altamente improbabile che si esca dai domiciliari con un nuovo paradigma: chi non ha compreso nulla finora è ben difficile – al di là dei fervorini dei guru del web che tirano l’acqua al loro mulino che macina pubblicazioni, corsi, seminari, webinar, che in ogni caso la massa non legge – che possa aver maturato una qualsiasi forma di consapevolezza in un mese.
Solo chi era consapevole prima lo sarà ancor più dopo questa esperienza: 90/10. Lo scrissi nell’ormai lontano 2013, e mi dissero che avrei dovuto osservarmi, che disprezzavo gli altri per elevarmi, che le mie ferite erano ancora aperte e tutte le solite minchiate che costellano il campionario spiritual-newage. Bene, lo ribadisco proprio quieora, con la mia mente che a me non mente: 90/10. Anzi, 90/5.
Non appena le stalle riapriranno i bovini si riverseranno in strade, fast-food, pub, slot, negozi di telefonini, si incazzeranno gli uni con gli altri, riprenderanno stupri ed altri reati commessi da immigrati, solo da immigrati. Oltre ai peana sulla todesca e sul franzoso, sull’Europa cattivona e sul complotto che ci esclude e non ci assegna per atto dovuto, per il fatto stesso che esistiamo, sulle scie chimiche e via lamentando.
Stando così le cose è meglio uscire, ora, dalle tane e produrre, e a chi tocca tocca. Meglio pochi che tutti, perché diversamente il rischio è la fame.
Già ci sono stati due segnali ieri: il sequestro, in Puglia, dell’autoarticolato che trasportava derrate e, per quanto forse pilotato, il tentativo di saccheggio di un supermercato a Palermo. Fine della premessa.
Ed ora passiamo all’antefatto: la filiera agroalimentare, nella sua accezione estesa dai campi agli scaffali e alla ristorazione è diventata nel 2019, secondo Coldiretti, la prima ricchezza della penisola occupando 3,8 milioni di addetti e raggiungendo la più che ragguardevole cifra di 538 miliardi di euro di fatturato, 44 dei quali dovuti al record storico delle esportazioni.
L’enogastronomia rappresenta inoltre un volano per il turismo, armoniosamente interconnessa com’è con un paesaggio certamente antropizzato ma segnato da colline solcate da vigneti e da ulivi secolari, da casali in pianura e malghe in montagna, da pascoli e terrazzamenti che contribuiscono a contrastare il dissesto idrogeologico.
I dati Istat pubblicati il 23 dicembre 2019 riferiscono che nel 2017 le imprese agricole erano 413mila, e quelli pubblicati il 13 novembre 2019 riferiscono che nel 2018 le aziende agrituristiche erano 23.615, con un incremento percentuale dello 0,9% sull’anno precedente.
Tutto questo rischia di scomparire.
Il comparto agrosilvopastorale è entrato in una crisi profondissima dalla quale, perdurando le, a mio avviso, dissennate misure governative per il contrasto all’epidemia di influenza sempre più rivestita da golpe, non si risolleverà.
Il settore lattiero-caseario è in coma profondo, quello florovivaistico, massimamente rappresentato nel Nord e che tra marzo e maggio concentra il 90% del suo fatturato, è al collasso.
Il comparto, che vale 2,5 miliardi di euro, si estende su circa 30mila ettari e rappresenta il 5% della produzione agricola totale, contando 23mila aziende e 100mila addetti.
L’AFI, Associazione Florovivaisti Italiani, ha chiesto al governo un’attenta riflessione sulle ripercussioni di ulteriori restrizioni per tutta la filiera della produzione di fiori recisi e piante in vaso: “La questione sanitaria è di primaria importanza per il Paese” ha dichiarato il presidente dell’associazione, Aldo Alberto, specificando come le aziende si siano dimostrate responsabili, tutelando con strumenti di protezione individuale tutti i dipendenti ed aggiungendo: “Riteniamo, tuttavia, necessario che le istituzioni, prima di prendere qualsiasi provvedimento, pongano attenzione agli effetti di una chiusura totale delle regioni del Nord per il settore florovivaistico, che per sua specificità ha una stagionalità molto breve e concentra quasi il 90% del suo fatturato fra i mesi di marzo e maggio.”
Il blocco del Nord, massimo bacino di utenza per il comparto, porterebbe al collasso tutta la produzione, e, conseguentemente, anche una crisi del sistema bancario che finanzia la quasi totalità degli investimenti nel settore.
L’altro settore allo sbando è quello delle orticole, inspiegabilmente lasciate fuori dal segmento del food e la cui mancanza di lavoratori stagionali, bloccati alle frontiere dal governo nazionale nella misura di circa 100mila unità, ha compromesso la raccolta di asparagi e fragole. Poi toccherà a nespole, albicocche, ciliegie.
Significativa la testimonianza di un’azienda del Veronese: “Abbiamo già buttato al macero migliaia di piante di insalata e cavoli e se continua così perderemo il 70 per cento del fatturato della stagione.”
Sono milioni le piante di lattuga, cipolle e cavoli buttate. E la stessa fine, se non si cambia registro, faranno pomodori, cetrioli, melanzane e tutte le verdure che si trapiantano verso Pasqua. Per i produttori di orticole il mese di marzo è andato in fumo e ora si teme per aprile, in caso le misure restrittive decise dal governo dovessero protrarsi.
“Abbiamo le serre piene di piantine di zucchine, insalata, pomodori, zucca, anguria” riferisce Amedeo Castagnedi, referente veronese di Cia Agricoltori italiani, aggiungendo: “Lavoriamo con garden, mercati e ambulanti e il prodotto va a chi si fa l’orto: pensionati, famiglie che abitano in campagna, tanti giovani. Negli ultimi anni c’è stato un grande incremento di vendite per via del ritorno alla campagna e, grazie ai giovani, è esplosa anche la vendita on-line. Siamo chiusi da 20 giorni e ci salviamo un po’ con quella, ma ad oggi abbiamo perso il 40 per cento del fatturato e siamo costretti a buttare ogni giorno migliaia di piantine. E se le misure attuali dovessero protrarsi rischiamo di perdere il 90 per cento della stagione.”
Se il 3 aprile terminassero le restrizioni, molte aziende avrebbero perso dal 40 al 60 per cento ma potrebbero sopravvivere. Se invece la chiusura dovesse protrarsi il rischio è il fallimento, con milioni di euro persi e decine di migliaia di lavoratori consegnati alla miseria.
Solo nel Veneto sono 1.600 le aziende florovivaistiche, ed impiegano complessivamente 50mila addetti per un fatturato annuo di circa 210 milioni di euro.
In Lombardia, la regione con la superficie agricola più estesa d’Europa e numeri che tirano l’intero settore, il disastro va considerato più che triplicato.
Sono nate in questi giorni varie iniziative di vendita on-line mediante portali dove è possibile vendere cibo e piante, ma costituiscono una goccia nel mare.

Alberto Cazzoli Steiner

Spopolamento: parte da Bedonia la rivolta contro l’e-commerce

Bedonia, poco meno di 4mila abitanti, un Dreiländereck nascosto a 500 metri di altitudine nei boschi appenninici al confine tra le province di Parma, Piacenza e Genova.
Ma anche terra di confine, ben nota a chi segue il nostro blog La Fucina dell’Anima, tra il mondo vuoto e quello insospettato della Bellezza, del sovrasensibile, del lato magico della natura, dove Haria, Donna di Conoscenza e straordinaria scrittrice, viveva, e forse vive ancora, traendo significati e depositando nel cavo dei tronchi i propri manoscritti destinati a Maria Cristina del Torchio, la titolare della casa editrice Rupe Mutevole che sedici anni fa ebbe il coraggio di pubblicare libri senza tempo, destinati a far vibrare lo spirito svelando il magico che si cela negli spazi aperti, nei boschi di castagni, nei laghi segreti, su rupi e montagne.
Restare sospese, La mappa delle antiche Donne di Conoscenza, Estensità ed Eventi di bellezza sono i titoli dei libri a nostro avviso più intensi e significativi.CSE 2020.01.21 Spopolamento 002Bedonia è nel novero dei comuni, estesi su una superficie di 50.223 km1, corrispondente ad un sesto della superficie nazionale, in cammino verso il nulla: vale a dire come se dalla carta geografica scomparissero Lombardia, Toscana e Valle d’Aosta.
Un sesto della superficie nazionale, colpita dall’abbandono e lasciata inselvatichire, vedrà migrare i propri abitanti, corrispondenti al 4 per cento della popolazione. E, come sostiene Punto Ponte, “due sono le destinazioni possibili: o il cimitero oppure i grandi centri urbani.”
Dopo alcuni decenni di effimero benessere, campagne e montagne tornano a spopolarsi, perché vivere dignitosamente, oggi, in villaggi sempre più isolati e senza mezzi pubblici, farmacie, medici, uffici postali, negozi richiede primariamente mobilità esasperata e niente affatto ecologica per soddisfare esigenze di lavoro, istruzione, socializzazione.
Non di rado le case non rispettano la normativa antisismica, internet non arriva, il gas è affidato alle bombole, il medico e la farmacia sono a molti chilometri, non ci sono né scuole né banche e la posta arriva saltuariamente in ossequio alla linea cosiddetta liberista secondo la quale non si forniscono strutture se non garantite da un certo “giro di affari”.CV 2017.06.14 Sostila 001Esistono, per onor del vero, provvedimenti legislativi tendenti a contrastare lo spopolamento, ma non è con incentivi finanziari che odorano di assistenzialismo che ci si oppone ad un fenomeno che, ormai, è culturale.
E non è nemmeno agevole ottenerli, se non ci si sa muovere tra le pastoie burocratiche, la presentazione di progetti, i bandi e gli amici degli amici.
Per esempio, il provvedimento recentemente varato dalla Regione Liguria non andrà a beneficio di nessun comune montano o della primissima collina: le amministrazioni sono concentrate a riqualificare costantemente le zone centrali mentre i borghi si spopolano, riempiendo le città e lasciando abbandonati immobili e terreni, incrementando il rischio idrogeologico in un’area di per sè difficile.
Stessa sorte, probabilmente, riguarderà un fondo di 700 euro mensili previsto dalla Regione Molise e destinato a chi decide di trasferirsi aprendo un’attività in uno dei 106 paesi con meno di duemila abitanti. Il bando, pubblicato il 16 settembre scorso e che concedeva 60 giorni di tempo per partecipare, è andato praticamente deserto ed i pochi progetti presentati non sono stati giudicati meritevoli di sostegno.
Abbiamo in corso la stesura di un progetto finanziario immobiliare, innovativo e che garantirà il recupero di superfici rurali ed agrosilvopastorali, non in funzione di presepe o buen retiro ma come recupero di attività produttive affiancate a strutture ricettive e per il benessere fisico e spirituale improntate ad un elevato livello qualitativo.
Ne parleremo a tempo debito, nel frattempo troviamo interessante riferire come tra le cause dello spopolamento dei borghi minori, oltre a quelle indicate sopra, ve ne sia una insospettata: l’e-commerce.
L’insieme delle attività di vendita e acquisto di prodotti effettuato tramite Internet sta diventando una vera e propria piaga sociale. Il comparto è fonte di inquinamento a causa dell’incremento esasperato dei servizi di consegna effettuati con furgoni i cui guidatori, tesi da tempi di percorrenza esasperati, sono causa di incidenti sempre più numerosi e di parcheggi sempre più selvaggi.
È altresì all’origine del fenomeno di un neo-schiavismo costituito dall’assunzione di lavoratori privi di tutela, con qualifiche basse e stipendi risibili rispetto al carico ed ai ritmi di lavoro.
I centri di magazzinaggio e distribuzione, inoltre, consumano suolo e contribuiscono a deturpare un paesaggio sempre più compromesso, oltre che ad intasare la rete viaria con l’incessante andirivieni di furgoni e mezzi pesanti.
Ma non c’è solo questo, a carico di questa comodità sostanziata dall’accoppiata divano e carta di credito: c’è la morte dei negozi locali.
La gente acquista su Internet per pigrizia e comodità, nonché attratta dai prezzi inferiori a quelli praticati dai negozi di paese, e persino dai centri commerciali, resi possibili dall’enorme volume di acquisti garantiti da questi colossi, spesso multinazionali quotate in borsa. Prezzi dei quali riparleremo allorché queste mostruosità avranno conseguito uno status di monopolio.
Curioso il fatto che sulla stampa e nei dibattiti televisivi si stigmatizzi il fenomeno, ma facendo precedere la prolusione dall’incipit: “Non siamo contro il progresso ma …”
Progresso? Quale progresso? L’e-commerce è regresso, non progresso: è bruttura, schiavismo, sottocultura, isolamento, inquinamento.CSE 2020.01.21 Spopolamento 001Fuori dal coro dei belanti che fingono di contestare si pone Gianpaolo Serpagli, consulente aziendale e, dal maggio 2019, sindaco di Bedonia che, con una garbatissima lettera, ha invitato bambini e ragazzi (vale a dire le loro famiglie) a prediligere per gli acquisti i negozi di prossimità.
Tutto nasce dalla promozione, attuata dal colosso dei colossi dell’ e-commerce, consistente nell’attribuzione di punti ai plessi scolastici in funzione del volume di acquisti effettuato dai genitori degli alunni che li frequentano. I punti, va da sè, consentono agli istituti scolastici di effettuare a propria volta acquisti per via telematica.
Gianpaolo Serpagli ha scritto agli alunni delle scuole locali spiegando che: “Vivere a Bedonia è un privilegio. Siamo più fortunati e protetti dalla nostra stupenda vallata rispetto a tantissimi altri luoghi. Cosa sarebbe però Bedonia senza il suo centro storico vivo con i suoi negozi e le sue attività?” e proseguendo sottolineando che “dietro i colossi dell’e-commerce ci sono ragazzi sfruttati, a cui vengono contati i passi giornalieri che devono compiere per fare il proprio lavoro, ai quali anche i bisogni fisiologici sono sottoposti a controlli” e concludendo: “ho scelto quindi di rivolgermi a voi, piccoli concittadini, perché siete la forza del nostro paese, siete la speranza che mi fa ancora dire che vale la pena amministrare la nostra piccola comunità, più semplicemente siete il futuro. Credo che la vostra generazione possa ancora cambiare le cose. Cercare di farvi capire che la sagacia delle persone sta nel guardare non all’apparenza, ma dare un’occhiata anche a ciò che sta dietro, alle seconde file. Mi sono quindi sentito di rivolgervi a voi, piccoli bedoniesi, per non farvi trascurare i nostri negozi di vicinato, forza vitale della nostra comunità.”

Alberto Cazzoli Steiner

NOTA
1 – Secondo i dati Istat e Anci al 2 gennaio 2020 i comuni italiani sono 7.904, estesi su una superficie complessiva di 301.338 km²

 

Sorella Acqua: stato dell’arte

La trentanovesima edizione del Festival del Cinema Africano1, tenutasi a Verona dall’8 al 17 novembre, ci ha riportati ad alcune riflessioni su un tema a noi particolarmente caro, quello dell’acqua.CSE 2019.11.26 Acqua 001Poiché siamo in ambito di cinema africano facciamo nostro il filo conduttore di uno scritto pubblicato in questi giorni su Nigrizia2 a firma di Alex Zanotelli3, il combattivo padre Comboniano che già il 20 novembre di dieci anni fa, all’indomani dell’approvazione in Parlamento della cosiddetta Legge Ronchi4, si scagliò contro coloro che la votarono al grido di “Maledetti voi!” facendo propria l’espressione usata da Gesù secondo il Vangelo di Luca: “Maledetti coloro che hanno votato per la mercificazione dell’acqua. Noi continueremo a gridare che l’acqua è vita, l’acqua è sacra, l’acqua è un diritto fondamentale umano, perché questa è la più clamorosa sconfitta della politica, è la stravittoria dei potentati economico-finanziari e delle lobby internazionali. È la vittoria della politica delle privatizzazioni, degli affari, del business.”
Dal novembre 2009 al giugno 2011 il passo fu breve, e il disastro delle coscienze totale nel fare strame della volontà popolare dimostrando che non da oggi l’Italiland è saldamente in mano ad una losca cricca malavitosa che nessuno schieramento politico e nessun movimento finto spontaneo potranno mai scalfire.
Spesso anzi partiti e movimenti, ad onta di ciò che viene ammannito ad una base di zombie sempre più inconsapevoli, esistono per tirare la volata a potentati economici dietro ai quali si nascondono, ma nemmeno tanto, gruppi criminali.
Come sarebbe a dire nemmeno tanto? Certo, nemmeno tanto, nel momento in cui tali gruppi e le loro esteriorità vengono prese trasversalmente a modello, secondo un copione tipico delle società culturalmente sottosviluppate e, spesso, di matrice cattolica. I casi latino americani, nell’agghiacciante silenzio dei media che contano, sono sotto gli occhi di chiunque sia in grado di vedere.
E quindi l’acqua.
Infatti si fa presto a parlare di acqua pubblica, quando 26 milioni di ‘’ non sono bastati per trasformare il modello di gestione del servizio idrico nazionale. A otto anni dal referendum del 12 e 13 giugno 2011, nel quale il 54% degli elettori affermò la propria opposizione ad ogni forma di privatizzazione, non solo le tariffe non sono cambiate ma si è anzi sviluppata una pletora di società che, come per gas, energia elettrica e telefonia, sciacalla l’ultimo miglio, l’ultimo metro, l’ultimo centimetro di rete di trasporto per campare sul nulla drenando ciò che nelle tariffe generali è già previsto come surplus, per poter giocare a praticare sconti giustificando l’esistenza di queste aziende parassite.
Dal 2011 ad oggi si sono viste città come Ferrara, che hanno ridotto la partecipazione pubblica nelle multiutility, e regioni, come Red Tuscany, che davanti alle richieste dei comitati hanno attuato la tipica sgtrategia della sinistra, chiudendo la porta al dialogo.
In ogni caso, ad otto anni dal referendum, l’acqua non è uscita dal mercato, nonostante i sette governi alternatisi, che hanno visto in sella esponenti politici che, pur eletti dal popolo sovrano, se ne fregano di ciò che ventisei milioni di persone appartenenti a quel popolo hanno deciso nel giugno 2011, affermando che l’acqua deve uscire dal mercato e che non si possono fare profitti sull’oro blu.
Politica sorda e popolo smemorato, esaurita l’onda emotiva. È un conto che chi detiene il potere sa fare benissimo e chissenefrega di cambi di casacche, opinioni, ruoli in corsa. Tanto non se ne accorge nessuno.
E anche fosse, due parole per intortare gli incauti si trovano sempre.
Un esempio? L’attuale presidente della Camera Roberto Fico, che mosse i primi passi proprio lottando, a Napoli, a favore dell’acqua che definì diritto umano fondamentale, tanto da affermare, invitando in parlamento i rappresentanti del Forum dei movimenti per l’acqua: “Lego la mia presidenza alla legge sull’acqua.”
Gli italilandesi hanno dimenticato, o forse non hanno mai saputo, storditi fra jus-sola e migranti tanto nullafacenti quanto arrapati, che nel famoso “contratto” del governo giallo-verde, l’acqua pubblica compariva, nella lista, al primo posto.
L’acqua che si sarebbe dovuta sottrarre allo strapotere di controllo ad Arera, autorità il cui fine è la gestione dell’acqua nel mercato, per restituirla al ministero dell’Ambiente, è ancora lì, esattamente dove stava prima. Anzi, approvando il decreto Crescita, è stata di fatto privatizzata l’acqua di Puglia, Basilicata e Campania.
Inquietanti anche il silenzio e l’inazione dei due presidenti della repubblica susseguitisi nella carica dal giugno 2011, nonostante il dovere costituzionale di richiamare i governi all’obbligo istituzionale di tradurre i referendum in leggi.
La prima vittima di questi veri e propri tradimenti, particolarmente gravi in un momento così difficile, sarà il bene comune più prezioso: l’acqua. Ed a pagarne le conseguenze saranno i poveri.
Ma, dimostrazione che il centralismo ha ormai fatto il suo tempo e che la democrazia cosiddetta rappresentativa è putrescente, a livello locale il lavoro per ottenere la gestione pubblica dell’acqua continua, spesso conseguendo ottimi risultati: Agrigento, Benevento, Brescia, Napoli.
Tra i significativi piccoli passi dal basso anche quelli, per noi particolarmente significativi, compiuti da una comunità montana inferiore ai mille abitanti, quella della Valle dei Ratti, 11 chilometri tra Valtellina e Valchiavenna ad un’altitudine media di 1.200 metri e priva di strade carrozzabili: senza clamore e senza scendere in piazza hanno semplicemente detto No al tentativo di appropriazione della loro acqua da parte di un gruppo finanziario attivo nel settore dell’energia.
La loro disobbedienza civile che, silenziosamente, ha paralizzato per un paio di mesi l’attività locale, è bastata per fare capire che non era aria. C’è da dire che queste persone sono state fortunate: in fondo il piatto non era, evidentemente, così appetibile, perché lupara bianca non è mai andata in pensione, non solo in America Latina o in Sicilia.

Alberto Cazzoli Steiner

NOTE
1 – Festival del Cinema Africano
Trattasi di un festival cinematografico internazionale dedicato al continente africano, promosso per la prima volta nel 1981 dalla rivista Nigrizia.
In questa edizione, tenutasi tra Verona e 25 località della provincia, è stata rappresentata la realtà di 15 paesi: Algeria, Burkina Faso, Ciad, Egitto, Kenya, Madagascar, Marocco, Mauritania, Nigeria, Rwanda, Senegal, Sudafrica, Sudan, Swaziland, Tunisia attraverso 145 proiezioni, 30 delle quali lungometraggi, ed il coinvolgimento di 7.500 studenti e studentesse e 600 docenti di scuole di ogni ordine e grado.
Lo sguardo sull’appena trascorsa edizione è stato focalizzato a partire dalla mostra allestita al Museo Africano di Verona, uno dei più importanti sul territorio nazionale ma ignorato dal circo della cultura ufficiale, compresa quella dell’inclusione, perché non nato da lombi né dei circoli Arci né delle sacrestie.
Come sempre, un invito a cambiare prospettiva osservando con altri occhi, per contribuire al cambiamento di visione, per andare al di là della percezione restrittiva, contaminata da pregiudizi e prese di posizione che hanno poco a che fare con l’orizzonte, anche culturale, ampio e variegato che caratterizza questo continente.
Anno dopo anno, il Festival è cresciuto. Non più solo cinema in sala, ma workshop con i nuovi cittadini di origine africana, con l’attrice Takoua Ben Mohamed e il musicista Tommy Kuti, aperitivi con i registi e le comunità africane presenti nel territorio, presentazioni di libri, spettacoli teatrali, laboratori per famiglie.
Cresciuto anche il numero delle giurie coinvolte, da quella internazionale a quella degli esperti, affiancate dagli studenti dell’Università di Verona e dai detenuti della Casa circondariale di Montorio.
2 – Nigrizia
Nigrizia è la rivista mensile dei missionari comboniani dedicata al continente africano: annovera tra i suoi più noti collaboratori Alex Zanotelli ed altri autorevoli giornalisti e scrittori, africani e non.
fondata nel gennaio 1883, sostituì gli Annali, bimestrale fondato nel 1872 dall’Associazione del Buon Pastore con lo scopo di diffondere i testi di Daniele Comboni, che fu il primo vescovo di Khartoum.
A partire dal 1965 la rivista pose sempre maggiore attenzione alle vicende politiche locali, fornendo un’ottima visione dell’Africa post-coloniale e dando spazio ad una profonda riflessione autocritica sul concetto di missione. In questo periodo iniziò la collaborazione con due settimanali africani, l’Afrique Nouvelle di Dakar e La Semaine africaine di Brazzaville.
L’attuale direttore è Efrem Tresoldi. Negli anni novanta del secolo scorso la rivista accentuò l’interesse per le problematiche economiche legate alla globalizzazione, ai flussi migratori verso l’Europa, offrendo un punto di vista molto attendibile dal Sud del mondo.
3 – Alex Zanotelli
Alessandro, Alex, Zanotelli, nato a Livo, in provincia di Trento, il 26 agosto 1938, appartiene alla comunità missionaria dei Comboniani.
Iispiratore e fondatore di diversi movimenti tendenti a creare condizioni di pace e giustizia solidale, entra giovanissimo in seminario e nel 1964 viene ordinato sacerdote nell’ordine dei Missionari Comboniani del Cuore di Gesù.
Dal 1965 al 1973 è missionario nel Sudan meridionale martoriato dalla guerra civile.
Nel 1978 assume la direzione di Nigrizia, edita dai Comboniani hanno presso la casa madre di Verona, contribuendo a trasformarlo da mensile di informazione religiosa ad organo di informazione sociale e politica sulla situazione africana.
Lascia la direzione nel 1987 ed oggi vive a Napoli.
Padre Alex Zanotelli ha sempre sostenuto che i riti della religione cattolica vanno adattati alla cultura africana in modo da essere rispettosi della sua identità.
4 – Legge Ronchi
Con tale denominazione si intende la conversione del Decreto Legge 135/2009 che conteneva “disposizioni per l’attuazione di obblighi comunitari e per l’esecuzione di sentenze della Corte di giustizia delle comunità europea” ponendo l’obbligo di privatizzare almeno il 40% delle partecipazioni delle municipalizzate.