Consigli per gli acquisti: investire sui vaccini

Ed eccoci di fronte all’ennesima buffonata: il quaquarnicchio* (* da: uomini, mezzi uomini, quaquaraquà, quaquarnicchi, quaquarnicchio pd5s) vende la Fontana di Trevi e il Parco della Vittoria e con i proventi acquista 400 milioni di dosi di vaccino anti-immondo virus.
Non è chiaro perché 400 milioni: se gli italilandesi assommano a 60.317.000 unità, significa forse che altre dosi andranno alle popolazioni dell’Impero e del Regno di Albania?
I conti, ugualmente, non tornano. Sommando 6.500.000 eritrei, 109.200.000 etiopi, 6.600.000 libici, 16.000.000 somali, arriviamo a 138.300.000 anime. Aggiungendo il Dodecanneso, 200.000, e Tientsin, 15.600.000, siamo a 154.100.000, che diventano 157.100.000 con il Regno di Albania.
Bene, ed ora bambini seguitemi alla lavagna: 60.317.000 italilandesi + 157.100.000 nelle Colonie + 40.000, corrispondenti al 10% di 400.000 dosi, che daremo come perse per rotture od altre ragioni, ci porta ad un totale di?
257.457.000!
Bravo Carletto! si vede che hai dimestichezza con i negri, visto che il tuo nonno nella fabrichétta ne impiega tanti in nero.
Ed ora 400.000.000 – 257.457.000 fa… ve lo dico io: fa 142.543.000. Questa, posto di vaccinare tutti-tutti-tutti, ma proprio tutti, è l’eccedenza, il surplus, di vaccini.
Vediamo… chi di voi bambini mi saprebbe dire quale sarà la sorte di questi vaccini?

Li regaliamo alla Cina che ce li rivende a 250 euro l’uno per vaccinare i migranti?
Brava Gaia, un’ottima ipotesi! il buon sangue della tua famiglia di intellettuali di sinistra non mente.
A degno corollario di questa scenetta (non tanto) surreale, un’annotazione: come si fa ad acquistare vaccini non ancora esistenti, non solo perché non ancora prodotti ma anche perché in fase di studio?
Mistero, collocato in un non meglio specificato futures…CV 20200614001“Il tuo capitale è a rischio, questo non è un consiglio d’investimento” avverte sulle proprie pagine web eToro, una delle più note e longeve piattaforme mondiali di social trading, che offre investimenti in azioni e criptovalute, trading CFD ed altre modalità di impiego del risparmio.
Per chi non lo sapesse i CFD, Contract For Difference, sono strumenti cosiddetti derivati mediante i quali l’acquirente, a fronte della corresponsione di un tasso di interesse, percepisce il rendimento di un’attività finanziaria mentre il venditore del contratto, incassati gli interessi, si impegna a pagare il rendimento dell’asset cosiddetto sottostante.
Le parti si accordano per scambiarsi il flusso finanziario derivante dal differenziale tra i prezzi di un’attività finanziaria sottostante rispettivamente al momento dell’apertura (accensione) del contratto ed al momento della sua chiusura (conclusione).
Attraverso i CFD si opera quindi sulle differenze di prezzo dei contratti, guadagnando o perdendo in funzione della differenza tra il prezzo di acquisto ed il prezzo di vendita del sottostante, moltiplicato per il numero di CFD scambiati.
È possibile acquistare o vendere allo scoperto (fonte: Borsa Italiana).
Per chiarire il significato di acquistare o vendere allo scoperto ricorriamo a Wikipedia: la vendito allo scoperto, chiamata anche vendita a nudo (in lingua inglese short selling, o semplicemente short) è un’operazione finanziaria che consiste nella vendita di titoli non direttamente posseduti dal venditore, ma presi in prestito dietro il versamento di un corrispettivo, con l’intento di ottenere un profitto a seguito di un movimento ribassista in una borsa valori.
Si tratta di strumenti finanziari complessi e non alla portata di chiunque, soprattutto non del piccolo risparmiatore, poiché presentano un elevato rischio di perdere denaro alla stessa velocità di una mano a poker.
Il Web abbonda di riferimenti, ivi compresa l’esortazione contenuta in un articolo de Il Sole24Ore pubblicato il 18 marzo scorso, in piena pandemia e data come vedremo proseguendo nella lettura non casuale, a vietarne l’effettuazione: Cosa sono le vendite allo scoperto e perché vietarle (non sempre) funziona.
Ciò premesso, nello scorso mese di marzo si contavano cinque aziende intente a sviluppare un vaccino contro il coronavirus, e la propaganda di eToro volta a sollecitare l’interesse di potenziali investitori testualmente declamava: “Mentre la pandemia di Covid-19 si fa strada in tutto il mondo e i paesi cercano disperatamente di contenere il virus, la necessità di un vaccino risulta evidente. E il tempo è essenziale. Queste aziende sono coinvolte in una gara contro il tempo per sviluppare un vaccino per il Coronavirus che possa essere immesso sul mercato il prima possibile. Quale sarà la prima a commercializzarlo?”
“eToro” risponde un esperto che intende rimanere anonimo, alla mia domanda sull’affidabilità “è seria ma si rivolge a gente con poca conoscenza finanziaria, che approccia gli investimenti con mentalità da scommettitore e quindi ha un approccio aggressivo sul marketing. Quindi si, è tutta speculazione.”
Le aziende sulle quali eToro proponeva di investire erano:
il colosso farmaceutico britannico GlaxoSmithKline, uno dei principali produttori mondiali di vaccini, famoso per aver introdotto sul mercato i vaccini per il Papillomavirus umano e quelli per l’influenza stagionale e che, secondo il disclaimer di eToro: “attualmente sta fornendo ad un’azienda biotecnologica cinese la tecnologia necessaria per sviluppare un vaccino per il Covid-19.”
la francese Sanofi, che “ha un team di scienziati negli Stati Uniti che lavora al vaccino in collaborazione con la BARDA, Biomedical Advanced Research and Development Authority, usufruendo dei progressi fatti in precedenza dall’azienda su un vaccino per la SARS. Anche la SARS fa parte della famiglia dei Coronavirus, e questo può dare a Sanofi un vantaggio nello sviluppo di un vaccino per il Covid-19.”
Regeneron Pharmaceuticals, l’azienda biotecnologica newyorkese che “sta sviluppando un trattamento che potrebbe proteggere le persone dal contagio del Coronavirus. Il trattamento utilizza anticorpi di topi geneticamente modificati con sistemi immunitari per imitare quelli degli esseri umani. L’azienda sostiene che potrebbe essere pronta per i test sull’uomo già ad agosto.”
Gilead Sciences, azienda biofarmaceutica statunitense che “sta lavorando su un trattamento per i pazienti affetti da Covid-19, che ha già aiutato un paziente negli Stati Uniti e che sarà presto inviato in Asia per test clinici in fase avanzata più completi. Questi studi determineranno se il trattamento può invertire l’infezione, aiutare i pazienti a guarire più velocemente e ad essere dimessi dall’ospedale più rapidamente.”
Johnson & Johnson, il colosso farmaceutico americano che “ha collaborato con la BARDA, Biomedical Advanced Research and Development Authority, per sviluppare trattamenti per il Covid-19. Il colosso farmaceutico americano sta utilizzando la tecnologia della sua piattaforma vaccinale sviluppata in precedenza per un vaccino sperimentale contro l’Ebola.”
Gli analisti della piattaforma, affermando che le azioni delle aziende sopra nominate avrebbero sicuramente segnato vantaggiose variazioni durante lo sviluppo di una soluzione, esortavano gli investitori ad aggiungerle alla Lista Preferiti per seguire gli sviluppi.
Da quei giorni, come scrive oggi Borsainside esortando ad investire sui titoli azionari delle società impegnate nella ricerca del vaccino anti-coronavirus, la posta in gioco si è fatta sempre più alta e la concorrenza sempre più forte rendendo sempre più concreta la possibilità di conseguire lauti guadagni.
“Tra le idee di investimento maggiormente prese in considerazione dai traders negli ultimi tempi ci sono quelle che puntano sui titoli azionari delle società che sono impegnate nella ricerca contro il coronavirus. Senza andare troppo lontani, l’andamento su Borsa Italiana del titolo Diasorin ha dimostrato quanto sia importante per le società medicali e della diagnostica riuscire ad arrivare per primi su determinati risultati che si inseriscono nella più grande lotta contro il coronavirus. Nel caso specifico di Diasorin la definizione di uno strumento rapido per la diagnosi precoce del Covid-19, significò un forte apprezzamento del valore delle azioni.
La citazione di Diasorin è solo un esempio per aiutare a capire quanto pesante sia la posta in gioco nella competizione tra le società del settore medico impegnate nella ricerca contro il coronavirus” afferma Borsainside, segnalando che nel frattempo le società farmaceutiche meritevoli di attenzione sono passate da cinque a diciotto.
A quelle citate in apertura si sarebbero infatti aggiunte Advent, Altimmune, Biontech, Cytodyn, Heat Biologics, Inovio Pharmaceuticals, Moderna, Novavax, Pfizer, Roche, Takeda, Vaxart e Vir Biotechnology, quasi tutte quotate nei listini della borsa di Wall Street e tutte in grado di presentare fatturati molto consistenti.
Dal punto di vista dell’investitore, acquistare le azioni di queste società costituirebbe un’opzione da prendere seriamente in considerazione.
Gli esperti di Borsainside avvertono: “poichè le società sono tante ed è logico pensare che solo poche di esse possano giungere traguardi concreti, è meglio investire in questi titoli attraverso strumenti derivati come ad esempio il CFD Trading: investire in borsa mediante i contratti per differenza significa infatti speculare sull’andamento dei prezzi delle azioni senza diventare azionisti.”
Va detto che fra i piedi dei giganti della sanità impegnati nella ricerca del vaccino si muovono numerosissime società più piccole attive nel segmento, gettatesi a capofitto nella ricerca per poter compiere il grande salto di qualità da tempo atteso.
Ma l’obiettivo non è solo il vaccino. La competizione in atto riguarda anche la realizzazione di trattamenti per la cura degli effetti del Covid-19.
Naturalmente, come sempre accade in momenti di confusione e spinte propulsive incontrollabili, le voci si sprecano e molte sono diffuse artatamente per gettare discredito sugli avversari piuttosto che promuovere l’una o l’altra azienda. L’investitore, o meglio il suo analista, deve quindi prestare la massima attenzione, effettuando attente scremature delle fonti prima di scegliere su chi investire, ben sapendo come il predomio degli americani in ambito biotech sia notoriamente indiscutibile.
Tra le date significative della maratona dobbiamo ricordare il 15 aprile, quando Advent si dichiarò pronta ai test su 550 volontari sani e, una volta superata la sperimentazione clinica, il vaccino sarebbe potuto essere disponibile da settembre
Non va assolutamente dimenticata inoltre la data fatidica del 2 maggio, quando i media riportarono la notizia della terapia con plasma iperimmune, in corso di sperimentazione a Mantova, Pavia e Padova.
Ed infine l’8 maggio, quando venne riportata la notizia che, con l’approssimarsi dell’estate, il virus avrebbe perso potenza, contagiosità e probabilmente letalità.
Conclusione: qualcuno, leggendo queste righe, si sarà stupito e magari anche indignato per il fatto che vi sia gente, e mi riferisco ai comuni mortali, non ai tycoon della finanza mondiale, interessata a speculare sui vaccini, investendovi 1.000 o 5.000 euro piuttosto che 25mila?
Io posso assicurare che non mi sono affatto stupito a scriverle.

Alberto Cazzoli Steiner

Ritrovare l’autonomia alimentare nell’Europa dei muri che uniscono

L’immondo virus, inventato per imprigionare corpi, istupidire menti ed annichilire anime facendo tracimare la parte peggiore degli esseri cosiddetti umani, può rappresentare un’irripetibile opportunità di crescita nella decrescita, possibile attraverso una consapevole rivalutazione dei localismi.
Coerentemente con i temi trattati da CondiVivere mi riferisco, in particolare, all’incombente grave crisi alimentare mondiale.
Dal loro limitato orizzonte gli italilandesi festeggiano l’apertura degli stabielli ai transiti interregionali, oppure la contestano come dimostrano gli ignobili insulti lanciati dai liguri ai milanesi riversatisi sulle si fa per dire spiagge della regione.
Ma nessuno che alzi lo sguardo oltre la siepe, nessuno che al di là delle chiacchiere da social bar sia in grado di comprendere come la festa non sia affatto finita, e che il peggio stia per arrivare. E non mi riferisco a divisori di plexiglass tra i banchi di scuola, non mi riferisco a vaccini o microchip, ma alla fame.
A causa della riformulazione in atto del concetto di trasporto, ed alle restrizioni all’esportazione attuate da numerosi stati sin dall’inizio della crisi, il libero scambio si è grippato, nessun paese è immune dalla riduzione e dall’interruzione dei flussi e ciò porterà a riconsiderare, tra gli altri aspetti, quello della possibile cessazione della globalizzazione delle disponibilità e, in subordine, quello della stagionalità.
La questione non riguarderà tanto banane, mango, papaya, ananas ed altri frutti, germogli, bacche, legumi esotici che potrebbero scomparire dagli scaffali dei nostri supermercati, o tornare ad essere delle costose rarità, quanto prodotti di necessità primaria, come le granaglie, che rappresentano oltre il 90% delle importazioni e dai quali i fabbisogni alimentari della penisola dipendono in misura prossima al 60 per cento, senza dimenticare la soia americana destinata alla nutrizione animale.
Non ho mai creduto nel villaggio globale ma, pur propugnando da anni la costituzione di piccole comunità il più possibile autonome, non sono isolazionista.
Proprio per tale ragione desidero sviluppare l’argomento di oggi richiamando un articolo che pubblicai il 27 agosto 2016, intitolato L’Europa minore dei muri che uniscono, del quale riporto un estratto:CV 2020606 001«Ci piacciono le notizie di nicchia, quelle di cui nessuno parla perché non funzionali a fomentare odio, paura o sindrome del complotto. Quella sui muri a secco della Val Poschiavo è una di queste.
Il paesaggio montano è fortemente caratterizzato, anche culturalmente, dai muri a secco che sottendono spesso terrazzamenti sui quali – grazie ad un faticoso riporto di terra – vengono coltivate specie che danno origine a qualificate produzioni tipiche: per esempio i preziosi vigneti di Valtellina.
A dimostrazione della continuità e della contiguità antropologica sono presenti, nella medesima tipologia, anche sul versante retico settentrionale, appartenente amministrativamente al Cantone svizzero dei Grigioni e costituente parte integrante del Patrimonio Mondiale Unesco anche grazie alla presenza della RhB, la Ferrovia del Bernina, pregevolissima opera di ingegneria armoniosamente inserita nel paesaggio tanto da costituirne oggi una componente imprescindibile.
Per mantenere viva la memoria delle tecniche costruttive, con l’obiettivo preciso di garantire la trasmissione della conoscenza e del sapere legati alla costruzione a regola d’arte di questi manufatti, l’Associazione Polo Poschiavo con sede nell’omonima cittadina e Unimont, l’Università della Montagna con sede a Edolo, organizzano dal 6 al 10 settembre prossimi (il riferimento è all’anno 2016 – NdR) il 3° Corso pratico finalizzato alla comprensione, realizzazione e manutenzione dei muri a secco: rivolto a muratori, apprendisti, agricoltori, professionisti prevede la realizzazione di un muro a secco con intercalate lezioni teoriche e visite ad analoghe strutture realizzate.»
L’articolo parla di muretti a secco, ma il senso è estensibile all’agricoltura nelle sue contiguità internazionali, macroregionali, locali per arrivare a quel concetto di piccolo che consente di riprendere a pensare in modo da soddisfare le esigenze della comunità, lasciando comunque spazio agli scambi.
Non è detto che lo spettro della penuria alimentare incomba sulle popolazioni più vulnerabili, per esempio sulla solita Africa subsahariana.
La rottura delle catene degli approvvigionamenti inasprirà fame e malnutrizione a causa della difficoltà di accesso al cibo dovuta all’aumento dei prezzi ed agli stoccaggi di cereali e riso.
Nel favoloso mondo di Amélie della globalizzazione nessun paese dispone oggi di accantonamenti strategici capaci di assorbire le necessità consentendo di attendere l’estinguersi della crisi.
Le stesse componenti dei mangimi che nutrono il bestiame da latte o da macello provengono dai luoghi più disparati del pianeta, insieme con fosfati, azoto minerale, fertilizzanti, petrolio per alimentare i camion che riforniscono i supermercati, metano per il riscaldamento. Il tutto prevalentemente trasportato via strada, ferrovia, mare e nuovamente ferrovia e strada sino alla consegna.CV 20200606 002La nostra illusione di sicurezza alimentare permarrà solo fino a quando i flussi del trasporto non si interromperranno, per sempre od anche solo per un mese.
Ciò accade anche perché nel corso degli anni, promuovendo l’idea di coltivare ciò che rende maggiormente, importando il resto, si è data la stura ad eccessive specializzazioni agricole, atuate su vaste aree spesso frutto di speculazioni, consumo del suolo e nocumento alla biodiversità quando non provento del land-grabbing.
Ma l’emergenza ci sta dimostrando non solo quanto sia strategicamente suicida dipendere dall’estero per prodotti di prima necessità, ma anche come le persone dalla mente non ancora offuscata si siano organizzate, autonomamente o in minuscoli consorzi di acquisto, ricorrendo a circuiti di prossimità, alla spesa in cascina, ai gruppi di acquisto solidale.
Ma ciò, per quanto sia importante sotto il profilo di una ritrovata consapevolezza, costituisce un fatto marginale, al quale si affianca un inevitabile cenno alla capacità di spesa: comprare in cascina non costa come farlo al supermercato, a dimostrazione che la qualità non può essere svenduta.
Non bisogna però dimenticare chi non ha più un lavoro, chi sta erodendo o ha eroso i risparmi, chi è già oggi alla fame e non può ricorrere all’aiuto che molte organizzazioni pubbliche e private stanno fornendo. Costoro effettuano acquisti di prodotti commercializzati a basso, quando non bassissimo, prezzo nelle varie catene discount. Nutrendosi con cibi di infima qualità, vera e propria spazzatura velenosa destinata ad ingenerare patologie anche gravi.
Impennate di prezzi di particolare gravità non se ne sono viste ma, anche a detta di militari, evidentemente tanto esperti di strategia quanto inascoltati dal circo cialtrone della politica, il rischio peggiore potrebbe essere ingenerato da un qualsiasi fattore che comporti il blocco dei trasporti, evenienza che rivelerebbe l’assoluta impotenza dovuta a magazzini privati e pubblici vuoti ed all’incapacità di produrre a livello locale in quantitativi sufficienti.
In tal caso l’ipotesi di sommosse e di assalti alle aziende agricole è considerata tutt’altro che remota.
Conclusione: la soluzione, non immediata negli esiti ma per la quale è necessaria una pronta progettazione, consiste nell’instaurazione di piccole comunità che, letteralmente, si coltivino il proprio orticello in modo da garantire l’autoconsumo.
Va tenuto presente che in regioni come la Lombardia, notoriamente la superficie coltivabile più importante d’Europa, gli appezzamenti di terreno sono sempre più concentrati nelle mani di aziende agricole di notevoli dimensioni. Ed anche questo costituisce, unitamente alle monocolture da reddito, un grosso problema.

Alberto Cazzoli Steiner

Quelle ombre che aleggiano sul Prosecco

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Drone impiegato nello spargimento di erbicidi e pesticidi – Gettyimages

Se la provincia di Treviso fosse uno Stato si collocherebbe fra i più longevi al mondo: l’aspettativa di vita dei maschi sfiora gli 82 anni e quella delle femmine supera gli 86.
Lo afferma l’articolo Prosecco, viticoltura e salute: accuse infondate pubblicato nel numero di giugno 2020 da Georgofili Info, il notiziario della nota Accademia fiorentina che si occupa di ambiente, e che riprendiamo integralmente.
Come afferma l’autore Donatello Sandroni «I dati sanitari della provincia trevigiana mostrano un quadro eccellente, soprattutto nei 15 comuni del Prosecco Docg, i più battagliati sul fronte pesticidi.»
Roba da mandarci i bambini affinché respirino aria buona dopo i tre mesi di clausura forzata dovuta al virus che ha contaminato innumerevoli cervelli.
Non importa se i dati sanitari pubblicati sul sito della ULSS2 Marca Trevigiana (https://www.aulss2.veneto.it/fitosanitari-e-salute) affermino come l’area coltivata a Prosecco sia una delle più inquinate e ad elevata morbilità.
Sull’argomento eravamo intervenuti il 1° marzo 2017: «Chi crede che il land grabbing sia un fenomeno tipico del Sud del mondo è in errore: accade anche da noi» incipit dell’articolo Fame un spritz, fameo bon co ‘na feta de limon   scritto a proposito della liberalizzazione attuata dalla Regione Veneto nel gennaio 2016 relativamente all’impianto di nuovi vigneti, che rese inarrestabile l’espansione delle vigne a Prosecco impennando i prezzi dei terreni e portando l’inquinamento di aria, acqua e suolo a livelli insostenibili a causa del massiccio uso di pesticidi ed altre sostanze chimiche.
Tornavamo sull’argomento il 12 luglio 2018 con l’articolo Prosecco, se mi bocci non vale dedicato alla candidatura delle colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene fra i siti culturali protetti come patrimonio mondiale dell’Unesco, bocciata con questa motivazione: “Le condizioni di notevole degrado ambientale non consentono di poter ragionevolmente argomentare di sito versato alla tutela dell’equilibrio dell’ecosistema.”
Riprendevamo infine il tema il 1° settembre 2019 con Vieni? No, unesco perché è tutto avvelenato: prosecco Docg  dedicato all’accoglimento della candidatura, che commentavamo con queste parole:
«Come è noto, alla fine la lobby del prosecco l’ha spuntata: i 18.967,25 ettari nel cuore del Veneto sono diventati patrimonio dell’umanità sotto le insegne dell’Unesco e il motto, anzi il mantra, “unione di cultura e natura in un paesaggio non riproducibile”.
Che non sia riproducibile ce ne accorgeremo quando non esisterà più, visto che oggi quel paesaggio sta scomparendo, eroso in misura variabile da 9.300 a 43.400 chilogrammi per ettaro, pari a 31 volte la media fisiologica ammissibile che va da 300 a 1.400 chilogrammi per ettaro.
L’erosione è un fenomeno assolutamente naturale, ma quello che nelle terre de ombre baciate dall’Unesco preoccupa è la velocità con cui avviene.
La ragione per cui avviene è una sola, si chiama “schei”, denaro, al quale è stata sacrificata qualsiasi cultura del lungo termine, qualsiasi forma di tutela del territorio, in un parossistico qui-e-ora che non prevede, anzi ne respinge il solo pensiero, quali saranno le conseguenze dell’eccessiva erosione fra venticinque, cinquanta o cento anni.

Le colture di vigneti, ricomprese nella cosiddetta agricoltura da versante, sono tra quelle che più stimolano i processi erosivi, e la ricerca dell’Università di Padova stima che il processo degenerativo potrebbe essere dimezzato se intorno alla produzione si allargasse una fascia di contenimento costituita da siepi intorno ai filari, fasce tampone e inerbimento delle aree dei vitigni.
Vi è stata, inevitabilmente, un’alzata di scudi da parte degli agricoltori che, oltre a contestare i dati della ricerca, hanno affermato come frenare l’erosione sia interesse primario di chi produce vino, indicando processi di mitigazione produttiva già avvenuti negli anni scorsi nelle zone del Chianti e delle Langhe, con esiti disastrosi per il fatturato.
Hanno perciò espresso la loro disponibilità ad intervenire, qualora sostenuti economicamente dallo Stato e dall’Unione Europea. L’80 per cento del prosecco varca la frontiera e, c’è da giurarci, l’80 per cento dei viticoltori sono a chiacchiere favorevoli all’indipendenza del Veneto.»CV 2017.03.18 Bancaterra 002Ne riparliamo quindi oggi, riportando integralmente il testo dell’articolo richiamato: «È una delle aree geografiche con le più alte aspettative di vita al mondo e mostra statistiche sanitarie al top per una molteplicità di patologie. Eppure la provincia di Treviso, patria del Prosecco, è una delle più battagliate del Belpaese a causa degli agrofarmaci utilizzati in viticoltura. Se da un lato il successo delle bollicine trevigiane ha portato crescita economica e reputazionale, dall’altro ha infatti inasprito le tensioni fra cittadinanza e viticoltori, accusati questi ultimi di avvelenare il territorio. Sono così fioriti comitati no-pesticidi, come pure si sono moltiplicate conferenze di associazioni che nell’allarmismo trovano da tempo la propria unica ragione di esistere. Non stupisce quindi che sia cresciuta fra i cittadini la sensazione di vivere in una “camera a gas”, infelice espressione spesso abusata da chi veda negli atomizzatori una metafora delle famigerate docce naziste.
Talvolta però il percepito dista molto dal reale.
Una comunicazione alquanto solida che pare purtroppo aver fatto scarsa breccia a livello popolare, poiché quando governa la paura a poco serve la ragione. A dispetto del rischio percepito, però, le locali aspettative di vita sono raddoppiate in un solo secolo, con i maschi trevigiani che sfiorano ormai gli 82 anni e le femmine che hanno superato gli 86. Fosse uno Stato, la provincia di Treviso si collocherebbe fra i più longevi al mondo. A conferma, si sono ridotte anche le morti precoci, quelle under 75, scese in un decennio del 24%. Di concerto l’età media di morte è salita da 78 a 81 anni, inducendo alcune modifiche nelle statistiche stesse, dato che una popolazione che invecchia è più soggetta a malattie come Alzheimer e demenze senili, cresciute infatti del 41%, come pure ai tumori, la cui incidenza s’impenna soprattutto sopra i 60 anni. Normalizzando i dati per l’età, infatti, i trend si mostrano incoraggianti, con una provincia di Treviso che presenta incidenze tumorali inferiori a quelle della Regione Veneto: -6% negli uomini e addirittura -18% nelle donne. Confrontando poi i dati dell’area a Docg, una delle più roventi sul fronte “pesticidi”, con le altre aree della Provincia, pressoché uguali si mostrano le incidenze di Alzheimer, Parkinson, SLA, sclerosi multipla, malattie renali e circolatorie. Leggermente migliore risulta invece proprio l’area Docg per diabete (0,3% contro 0,4%), malattie endocrine (1% contro 1,2%) e malformazioni congenite (0,5% contro 0,6%). Nemmeno analizzando i dati relativi ai linfomi non Hodgkin (prosecco-statistiche-ulss2-treviso.pdf) nei bambini fra zero e 14 anni emerge alcuna correlazione fra incidenza tumorale e presenza di vigneti, né quando espressi in termini di metri quadri pro-capite, né come densità territoriale sulle superfici comunali. Vi è semmai da interrogarsi sui perché Conegliano e Susegana, i due comuni più a Sud-Est fra i 15 della Docg, presentino insieme il 62,5% dei casi pur contabilizzando solo il 32% della popolazione dell’area del Consorzio. Una discrepanza che i numeri negano sia dovuta alla viticoltura. Tolti infatti questi due comuni dalle statistiche, i rimanenti 13 sarebbero decisamente sotto le medie nazionali ed europee per tale malattia nonostante l’alta densità viticola, come per esempio San Pietro di Feletto, che a vigneti mostra il 41% della superficie comunale, o Refrontolo, il quale ha la più alta metratura di vigneti pro-capite con quasi 2.500 metri quadri per abitante. Eppure, entrambi i comuni hanno incidenza zero per questa terribile patologia. Contro tali statistiche, decisamente schiaccianti, si schierano per lo più solo aneddotiche personali e correlazioni abitative avulse da prove concrete di causalità. Sicuramente, l’eccessiva vicinanza tra alcune abitazioni e certi vigneti è tema caldo su cui adoperarsi a livello politico e gestionale. Magari cercando anche di capire, però, quante di tali vicinanze siano dovute a nuovi vigneti posti al confine delle case e quante a nuove case costruite a ridosso delle vigne. Un dettaglio, questo, tutt’altro che trascurabile, visto che il Trevigiano è fra le prime province italiane per consumo dei suoli e cementificazione del territorio. Aspetti, questi, oscurati proprio dalle polemiche alimentate ad arte sui vigneti.»
Questo è quanto e, per dirla con le parole di un terrone, razza non particolarmente amata da queste parti: “così è se vi pare”.

Alberto Cazzoli Steiner

Dall’immondo virus il nuovo Rinascimento

Precisazione: il tema di questo scritto lo rende compatibile con la pubblicazione sia su CondiVivere sia su La Fucina dell’Anima.CC 2018.08.01 Letame 003Dall’8 marzo a ieri, 26 maggio, ho avuto pochissime occasioni di misurarmi con i talebani della mascherina e del guanto.
La prima fu quando, all’ingresso di un supermercato, ricevetti l’applauso di un medico che, allorché illustrai alla guardia di porta il reale concetto di contaminazione traslandolo ai cervelli, disse: “Applauso al signore che ha detto quello che io, come medico, non posso permettermi di dire.”
La seconda fu quando smisi di frequentare quello stesso supermercato perché una ragazzetta dello staff credette di potermi tenere un sermoncino sull’uso della mascherina.
La terza fu per strada quando venni apostrofato da uno di quei vecchi che in vita – era già morto ma non lo sapeva ancora – furono uomini tutti d’un pezzo, tipico il caso dell’ex-militare di carriera che, lui sì, saprebbe come mettere a posto e far rigare dritta questa ciurmaglia di drogati, senzadio, culattoni e, va da sé, comunisti.
È nota la mia avversione ai rossi, ma non mi sognerei mai di farli rigare dritti, mi accontento di fare ciò che posso per contribuire alla loro estinzione.
La quarta fu ieri, tanto per cambiare in un grande magazzino, ed inutile fu il mio tentativo, certamente non attuato con tono di voce mellifluo o remissivo, di far ragionare il tizio di turno: esaurito il mio brevissimo accenno al concetto di manipolazione l’unico neurone rimasto del suo cervello in libertà vigilata lo coartò ad affermare: “Si-ma-lei-deve-me-t-tere-la-ma-s-che-rina.”
E mentre l’ignoto schiavo respirava i propri miasmi rabbiosi, resi mefitici e, nel prosieguo d’uso, letali proprio grazie alla piccola strassa, da taluni orgogliosamente indossata nella versione tricolore, io uscivo con il cuore in festa nel sole e nell’aria frizzante, odorando l’afrore di alcuni alberi di fico e mappando a futura memoria un cospicuo rovo di more.
Tornato nel centro dell’antica minuscola città che mi ospita, scoprendomi assetato mi dirigevo verso un pub, trovandolo chiuso ma nel contempo scoprendo proprio di fronte un graziosissimo ristorantino con pareti in parte di pietra faccia a vista, illuminate dalla luce diffusa e calda di lampade sapientemente posate, ed in parte affrescate con richiami etruschi ed alla pompeiana Villa dei Misteri in armoniosa commistione.
Grazie alla mia disposizione d’animo – chiamatela, se preferite, vibrazione – ho cocreato una realtà di tempo dilatato, priva di costrizioni paranoiche e costituita da un aperitivo morbidamente fluito in un imprevisto pranzo scandito da un servizio ineccepibile, cordiale ed ammirevole, allietato da ottimo cibo, gradevolissimi vini ed un’interessante conversazione con un altro, sconosciuto, avventore.FDA 20200527 002Tutto questo mi ha portato a considerare quanto io, nonostante me la prenda per dovere civico con untori e dittatorelli vari, sia in realtà felice che si sia scatenata questa presunta pandemia all’insegna di un non-virus strumento per manipolare quegli esseri che anelavano alla prigione, ad essere trattanti da poppanti da un padrone che dicesse loro cosa fare e cosa non fare con la minaccia di bacchettare sul popò i trasgressori.
Sono felice di aver rimosso zavorra costituita da persone e sovrastrutture inutili, sono felice perché sto progettando un futuro lavorativo all’insegna di progetti che mi evocano le luci e gli odori del bosco.
Sono infine, ma dico anche purtroppo, felice di constatare come ciò che dal novembre scorso costituì lo scenario di visioni e viaggi nell’altrove stia puntualmente accadendo, a partire da febbraio.
Dapprima con la prigionia coatta, accompagnata da un costante fremito di scosse telluriche (e non abbiamo ancora visto quelle vere: arriveranno) e, nel prosieguo, di vessazione in vessazione mistificata da misura di prevenzione sino ad oggi, con il tentativo maldestro di istituire un corpo di guardie rosse in forma di assistenti civici con il compito di delatori, segnalatori al Sant’Uffizio di streghe, untori ed eretici in una parossistica tensione e tenzone che metterà contro fazioni dell’appecorata plebe, ancora oggi orgasmicamente attratta dai roghi in piazza, provvista di un cervello i cui 1.500 grammi di peso servono solo ad alzare il baricentro, incapace di discernimento, impaurita ed ignorante, impaurita proprio perché in cambio di un piatto di lenticchie, di plastica, ha permesso che la si tenesse nell’ignoranza.
Molto ancora accadrà, prima della resa dei conti, ed assisteremo all’ultima vanagloriosa ascesa, prima della rovina finale, di esperti del nulla, di dittatori pagliacci, di sbirri che dichiarano di essere dalla parte della gente ma intanto intascano i trenta denari di indennità.
Anche la natura farà il suo corso ma non, come affermato da Galimberti, perché sia matrigna, vendicativa e incazzosa come il dio misogino dell’antico testamento: farà il suo corso perché è nell’ordine delle cose, perché questo esserino, questo omuncolo antropocentrico, non ha ancora capito che può essere spazzato via in ogni istante, e che i danni che ha inferto a Madre Terra sono solo ferite superficiali.
Mentre il pecorame, esattamente come più volte accadde in passato, si compiace della dittatura incipiente, il conto karmico di tutto è in arrivo una volta per tutte. Fateci caso, se non siete distratti dalle notizie terroristiche: ogni giorno emerge in superficie un pezzo di schifo, una parte della crosta immonda: dai bambini di Bibbiano a quelli del Forteto, dalla verità sui vaccini a quella delle reali cause delle morti attribuite al virus e via enumerando.
E non serve il lavoro di Guglielmo Cancelli e dei suoi laidi scherani e lacchè per far sì che si rimanga in pochi: 90/10.
E quando lo saremo, in pace, tra anime giuste e menti in buona salute, balleremo sulle macerie di questa farsa da avanspettacolo, prima di rimboccarci le maniche per ricostruire un mondo migliore, il nostro mondo.
Lasciando alle torme di sub-umani le puteolenti suburre urbane, agli zombie dalla faccia incrostata di terra e sangue rappreso i falò nelle stazioni delle metropolitane ridotte a riparo, agli esegeti della mascherina gli episodi di cannibalismo.CV 20200527 001Quelli come noi saranno i protagonisti del nuovo Rinascimento delle anime e del territorio, coloro che abbandoneranno il carico antropico dei grandi agglomerati, e presumibilmente anche di quelli di medie dimensioni, estesi in quella provincia della quale un tempo si disse che era sana, senza sapere del verminaio che prolificava sotto la superficie.
Molti di noi andranno ad occupare i quasi due milioni di case su 4,3 milioni oggi disabitate, in contesti insediativi che nel tempo antecedente il morbus gravis vennero ritenuti disagiati, svolgendo lavori creativi e portando innovazione sostenibile, sperimentando l’economia collaborativa e la condivisione di spazi, beni e servizi.
Lavorare nella e per la comunità, prendersi cura delle persone, costruire esperienze in borghi di poche centinaia di abitanti sperimentando nuove relazioni con il territorio circostante ed integrando energie rinnovabili ed efficienze energetiche costituirà la fase applicativa della nuova visione.
Le opportunità offerte, tra tradizione e innovazione, peculiarità locali e sviluppo globale costituiscono un patrimonio che riguarda oltre la metà del territorio nazionale ed il 70 per cento dei 7.954 comuni: ciò permetterà di valorizzare, ponendosi nella condizione di essere pronti per quando sarà il momento, l’offerta culturale, turistica ed enogastronomica.
Agglomerati e territori esistono: sono quelli che nei secoli hanno contribuito a costruire l’immagine e l’immaginario della penisola, anche antropizzato come dimostrano i dolci rilievi toscani o i terrazzamenti liguri e valtellinesi, e nei quali verranno messi al centro il lavoro, la salvaguardia dell’ambiente, il radicale ripensamento dei servizi trasformando la marginalizzazione in risorsa.
La stessa tecnologia che sinora ha diviso costituirà un punto di forza. Mi riferisco non solo a quella che fu la difficoltà di raggiungere servizi essenziali quali scuole, presidi sanitari, uffici postali, ma anche al mancato interesse degli operatori delle telecomunicazioni ad investire portando nelle campagne ed in media montagna le proprie infrastrutture per la connessione veloce.
Questa mancanza favorirà un ritmo lento, un diverso approccio alle relazioni, anche di affari, contribuendo a garantire una buona qualità della vita, possibile anche disponendo di un reddito non elevato.
Non vogliamo respirare aria inquinata: i vecchi rognosi e imbecilli che hanno dimostrato di impestare le città con i loro luridi egoismi, le attività delatorie, il loro sconcio terrore che li avrebbe portati, se avessero potuto farlo, ad incarcerare e sopprimere chiunque, verranno pertanto volentieri lasciati alle suburre del medioevo prossimo venturo.
Gli altri, che preferisco definire anziani proprio per una questione di rispetto, potranno vivere condividendo fra loro abitazioni e servizi, ottimizzando cure mediche e infermieristiche, momenti di socialità e di fruizione culturale.
Le comunità potranno autoprodurre una parte del fabbisogno alimentare in una logica di qualità. Già oggi il 92 per cento delle produzioni tipiche è opera di 297mila aziende che hanno sede in comuni con meno di 5.000 abitanti, dove esperienze anche recenti dimostrano quanto l’agricoltura basata su princìpi ecosostenibili e legata ai territori sia il più importante alleato per uno sviluppo armonioso ed economicamente sostenibile.
Tutto questo senza dimenticare i quasi 11 milioni di ettari costituiti da foreste, in costante crescita proprio perché non rappresenta l’esito di politiche mirate ma la conseguenza dell’abbandono dei territori agricoli e dei pascoli, soprattutto montani.FDA 20200527 001Si potrebbero recuperare attività forestali non legnose: frutta, funghi, piante aromatiche o di uso cosmetico e medicinale, selvaggina, fibre, resine garantendo un’adeguata protezione del suolo e una efficace conservazione della biodiversità.
Gli stimoli capaci di condurre alle interpretazioni di un mondo nuovo sono innumerevoli. Ma la vera sfida consiste nel coraggio di promuovere innovazione e recupero della tradizione, convogliando idee e risorse per progettare e realizzare spazi sicuri, accoglienti e sostenibili.

Alberto Cazzoli Steiner

Sorvegliato speciale chi vorrà visitare i parchi di plastica

Avrei di gran lunga preferito che il testo che mi accingo a criticare fosse stato pubblicato il 3 maggio, invece che il 7: sarebbe stato in sintonia con “Le fucilazioni”, il magistrale dipinto di Goya.cc-2017-02-9-sentieri-lombardia-002Non cessano infatti di stupire i fucilatori del regime, le mezze seghe governative e le loro scheraniche parassitarie emanazioni ormai al delirio di burocratica onnipotenza, tipico di chi non conta, non sa e non vale un cazzo, corroborato dall’equivalente del mitico “quante volte figliola?” in salsa cattocomunista.
Vorrei avere tra le mani alcuni dei merdosi esponenti di tale parassitario marciume, per inchianarlo di mazzate mentre mi pigola lei non sa chi sono io con voce di arrogante castrato.
Al dunque: è pronto il protocollo anticontagio per le escursioni nelle aree naturali protette, vademecum elaborato da Federparchi con RomaNatura e in collaborazione con Università Campus Bio Medico di Roma.
Prenotazione obbligatoria, mascherine, igienizzazione delle mani al punto di raccolta, rilevamento della temperatura corporea, gruppi non superiori alle dodici persone con distanziamento sociale sino a due metri e dispositivi di protezione aggiuntiva per le guide da utilizzare in caso di necessità. Una Glock 9×21?
Questi i punti fondamentali del protocollo speciale per le visite guidate, che andrà rispettato in modo rigoroso altrimenti niet alla fruizione dei parchi naturali.
Una proposta semplicemente ignobile, che si aggiunge alla militarizzazione del territorio con l’alibi dell’immondo virus e che non tiene in nessun conto il fatto che i nostri parchi annoverano migliaia di residenti e centinaia di attività agrosilvopastorali.
Ed ignobili esseri saranno le guide, non più mediatori ma escrescenze non armate delle amministrazioni.
Eh già, diranno che tengono famiglia.
La ratio di tutto questo si situa, inoltre, nel concetto tipico degli escrementi della sinistra urbana ecologista.
Per chi, di stomaco forte, desiderasse approfondire l’argomento, questo il link:
http://www.federparchi.it/dettaglio.php?id=59660&fbclid=IwAR0HYwd2G5kvDmqX8lth-7C7Xpq-kE6GqZhq7W1M7leE2Xpy7lj-PbwUcVc. Copiatelo ed incollatelo, poiché non intendo essere strumento di click a favore di questa gentaglia.

Alberto Cazzoli Steiner

Si profila il capolinea per la bolla speculativa degli chef stellati

Onnipresenti, stizzosi come primedonne e non raramente cooptati come tuttologi nonostante l’abissale ignoranza ed i modi da tamarri: sono gli chef cosiddetti stellati, miracolati dalla notorietà televisiva che premia il vuoto (no, meglio vacuum, onomatopeicamente suona meglio, come scarico del cesso) ed il loro seguito di gourmet, pseudoesperti, ristoranti d’autore, guide enogastronomiche, corsi per diventare sommellier in un mese.CSE 20200425001Taluni producevano più carta che piatti, se è vero che la dimensione volumetrica di giornali e altre pubblicazioni dedicate assommava quella di due libri al giorno, ospitanti l’imponente indotto fatto di classifiche, recensioni, giudizi non di rado espressi senza le necessarie capacità critiche, articoli su scuole di cucina destinate a sfornare stuoli di cannavacciuoli disoccupati, pubblicità redazionali di produttori pseudoecobiobau, ed annunci dedicati al mercato delle compravendite di locali che aveva raggiunto cifre assurde.
Insomma, una vera e propria bolla gastronomica che, secondo i dati Confcommercio, nel 2019 ha registrato poco meno di 400mila attività, vale a dire un locale ogni 150 persone, con una spesa stimata in 86 miliardi di Euro, pari a 1.400 euro a persona, infanti e poveri compresi, ai quali vanno aggiunti i valori dell’indotto: comunicazione, editoria, filiera alimentare, progettazione e edilizia, arredamento, tovagliame, stoviglie e via enumerando in una irrefrenabile esaltazione.
Come tante bolle speculative, anche questa è arrivata al capolinea, in seguito alle restrizioni da coronavirus che hanno mostrato i piedi d’argilla del colosso, da tempo affetto da gravi segnali di criticità, spesso ignorati.
Dai dati Confcommercio si evince come, a partire dall’anno 2018, ristoranti, trattorie, pizzerie, kebabbari, pub e friggitorie automontate abbiano segnato un saldo negativo: oltre 12.400 chiusure, pari a 34 al giorno, marcate da un rapidissimo turn-over che sancisce il decesso di un quarto dei locali dopo un anno, e del 57 per cento dopo cinque anni.
Una delle principali ragioni di questa criticità è proprio l’eccesso di offerta, che determina sempre più frequenti passaggi di gestione, ristrutturazioni, mutamenti di denominazione e di proprietà. Tutti segnali di situazioni a rischio, e che comportano tutt’altro che infondati sospetti di attività illecite, coperture, riciclaggio di denaro, tanto è vero che stando al Rapporto Agromafie di Coldiretti il controllo della malavita nel settore varrebbe 25 miliardi di euro di giro d’affari.
L’arrivo dell’epidemia ha comportato la forzata chiusura dei locali e comporterà successivamente la non breve recessione economica che ridimensionerà notevolmente il settore.
Sembra inoltre certo che, per accogliere i potenziali clienti che potranno lasciare le loro case, molti esercizi dovranno modificare le strutture delle sale con gli inevitabili costi.
Scompariranno gli operatori privi di adeguate capacità critiche ed esperienza, unitamente a quelli che vedevano la ristorazione come mezzo per conseguire facili guadagni.
Le ristrettezze economiche limiteranno inoltre il numero di locali di alto livello condotti da solidi professiobnisti dei fornelli, che torneranno come nel primo cin quantennio del secolo scorso a servire una ristretta fascia di clientela che potrà permettersi le loro raffinatezze.
Nulla sappiamo, infine, di affollati fast food e stipati apericena da movida, di kebabbari e cinesi dalle precarie condizioni igieniche, di pub e sagre gastronomiche all’insegna dei saperi e sapori a km zero che vedevano la solita onnipresente bancarella umbra o della porchetta di Ariccia alle manifestazioni intitolate Urlaub in Südtirol, accanto alle altrettanto onnipresenti del miele bio prodotto in Cina senza miele ed impacchettato in “vasetti del contadino”.
La cucina televisiva non sarà presumibilmente più un argomento preminente, ed anche la pubblicità del cibo muterà, in ragione del fatto che gran parte delle famiglie dovrà tornare ad una cucina più spartana ed economica, che probabilmente bandirà il costoso junk-food costituito da snack e merendine.
Il futuro del settore, che dava lavoro a decine di migliaia di persone, non sarà affatto roseo ma, proprio grazie ad una nuova interpretazione del cibo, bene primario per eccellenza, potrà portare nuove abitudini all’insegna della salubrità e dell’attenzione a non sprecare.
Chissà se tutto questo comporterà anche la scomparsa della pessima abitudine di salire mangiando sui mezzi pubblici, lordandoli di gelato e carte bisunte senza nessun rispetto per gli altri utilizzatori.

Alberto Cazzoli Steiner

Pandemia: annientato il mercato delle locazioni brevi

cc-2017-01-19-rodano-002Neppure la legge Reale1 riuscì dov’è invece riuscita la nuova peste.
Non tanto e non solo in forza delle norme restrittive bensì della paura folle, irragionevole, atavica che ha indotto gli umani a sfuggire i propri simili, a temerli, a scegliere di non vivere per paura di morire.
Tanto di cappello a chi ha saputo suscitare tutto questo, è gente persino più in gamba di Mendella, di Vanna Marchi e dei vecchi, pionieristici, consulenti globali d’assalto Fininvest.
Ma, certi dell’impunità, promotori e scherani dell’ignobile nefandezza lasciano che il telo di copertura, sempre più liso e squarciato, mostri senza ombra di dubbio lo sconcio verminaio, la vera natura della laida manfrina: affossare il paese, renderlo facile preda di avvoltoi che strappano brani di carne viva dal corpo ancora agonizzante, mentre con fare rassicurante ammanniscono al popolo bue sequele di menzogne che persino un bambino di cinque anni potrebbe smantellare.
Ma il popolo bue non lo fa, rintanato nelle caverne a pascersi di terrore e timore per il futuro. Perché il popolo bue le desidera, le menzogne, anela ad esse come a una droga anestetizzante.
Siamo alla terra bruciata, l’immonda manovra ha annichilito, devastato, annientato in ogni ambito economico innumerevoli attività artigianali, industriali, commerciali, professionali trucidate senza nemmeno la grazia del colpo alla nuca.
L’insipienza, la pochezza, l’immoralità di lor signori ha saputo solo partorire rinvii delle scadenze fiscali, elemosine e prestiti in luogo di contributi a fondo perduto.
In tale contesto, uno dei settori che più patisce lo sconvolgimento, per non dire l’azzeramento, è il mercato delle locazioni particolari, quelle brevi e quelle legate ai fenomeni di coliving e di coworking.
In riferimento a tale ambito, credo doveroso ripartire il fenomeno in due macro-realtà geografiche: Milano e il resto del non-paese.
Non è campanilismo, il mio, ma frutto di semplice constatazione: Milano, e la Lombardia, sono salite agli onori delle cronache quali maggiori focolai della pandemia, a livello mondiale. Non dimentichiamo che tutto nacque in quel di Codogno.
Inizio con le locazioni brevi: Milano non è solo la città di Leonardo, dell’Ambrosiana, della Scala, delle mostre a Palazzo Reale, ma anche la città degli eventi commerciali, la cui palma d’oro spetta indiscutibilmente al Salone del Mobile, totemico idolo inscalfibile che quest’anno è stato però abbattuto.
L’evento, che avrebbe dovuto avere luogo in aprile ma è stato per ora rinviato a giugno, porta in città, nell’hinterland e persino nell’intera regione centinaia di migliaia di visitatori, tecnici, operatori, acquirenti e turisti provenienti da ogni angolo del mondo per conoscere le novità e le tendenze dell’arredamento ed in generale dell’architettura di interni.
Proprio il Salone ha indotto numerose persone a compiere il salto, trasformandosi in affittacamere, magari sottoscrivendo mutui per acquistare appartamentini e loft da rendere disponibili a tariffe giornaliere variabili tra 150 e 500 euro.
L’immondo virus, o se preferite la supposta pandemia in quanto di vera a propria supposta trattasi, realizzata in acciaio rivestito in tela smeriglio, ha comportato la cancellazione di decine di migliaia di prenotazioni da parte di visitatori preoccupati, impossibilitati a giungere in città a causa delle norme restrittive e comunque privati dello scopo, con la contestuale restituzione delle caparre, non di rado già spese vuoi per approvvigionamenti, vuoi per la rata del mutuo, vuoi per mille altre ragioni che non ci è dato di sindacare.
Le prenotazioni non sono differibili a giugno, perché comunque vada a giugno le partecipazioni al Salone saranno scarsissime e perché qualche operatore avrà già prenotazioni: due o tre notti nell’ultimo scorcio di stagione perché, come è noto, a Milano dalla seconda metà di giugno alla prima di settembre non viene praticamente nessuno.
Senza contare il fatto che, a causa del coraggio da coniglio e della memoria da elefante che classicamente caratterizza le masse, pronte al pregiudizio, la circostanza comporterà un minore interesse turistico almeno per i prossimi sei o addirittura dodici mesi.
Si badi bene, qualora non fosse sufficientemente chiaro: non sto parlando di società di gestione, di holding del B&B, ma di piccoli proprietari. Sono loro, e non le società di gestione dai nomi altisonanti e dalla provvigione del 20%, che ci rimettono fior di quattrini.
La beffa, oltre al danno, consiste proprio nel fatto che se il proprietario dell’immobile guadagna la società di gestione prende una percentuale, ma se il proprietario non guadagna, a perderci è solo lui.
Questo fenomeno porta, naturalmente, acqua al mulino delle cassandre delle locazioni brevi, quelle che preferiscono locazioni lunghe, ordinarie, con inquilini affidabili ai quali (a Milano è comunemente in uso questo sopruso) chiedere il 730 o l’Unico per certificare la capacità di sostenere il costo della pigione.
Il coliving ed il coworking vivono invece una vera e propria Beresina: ciò che appariva in inarrestabile crescita prima dell’epidemia da coronavirus sembra in caduta libera.
Relativamente al coliving, particolarmente gettonato da studenti e giovani professionisti che ricercano soluzioni condivise in un mercato delle locazioni, quello milanese, fra i più cari d’Europa, il concetto stesso del vivere insieme sul quale si fonda, minimizzando gli spazi individuali a favore di quelli condivisi: cucina, bagno, soggiorno, terrazzo o giardino, è messo in discussione dalle nuove abitudini che rifuggono dalla promiscuità.
Per quanto mi riguarda ho già avuto modo di esprimere le mie forti perplessità circa la validità della formula coliving, che mi ricorda molto le economie di guerra e certe tipicità dei paesi ex-socialisti, dissuadendo dall’acquistare immobili da destinare a tale forma di investimento chi ebbe occasione di chiedermi un parere.
E pensare invece che alcune imprese di costruzioni stavano ipotizzando di realizzare nuove edificazioni costituite da appartamenti in vendita in coliving, versione urbana più intimista rispetto al cohousing.
Le stesse problematiche, credo addirittura estremizzate, affliggeranno il mondo del coworking, dove diventa ormai impossibile condividere scrivania, bagno e distributore di caffè con degli sconosciuti.
Il medesimo scenario è proponibile per città come Torino, Genova, Roma e Napoli. In località minori, dove i canoni di locazione sono più abbordabili e le case destinate alle locazioni brevi costituiscono generalmente, da gran tempo quando non da secoli, patrimonio di famiglia la scure si abbatte comunque, ma con effetti meno devastanti.
Per contro, intravedo uno spiraglio nel comparto delle compravendite: a parte gli immobili in esecuzione forzata, dove si potranno spuntare ribassi particolarmente remunerativi con il ricorso al saldo e stralcio, i prezzi non crolleranno.
Come è già accaduto in passato il mercato si fermerà per due, tre, forse anche sei mesi, per poi riprendere sulle stesse basi antecedenti l’interruzione privilegiando, come sempre, le metrature piccole e medie.

Alberto Cazzoli Steiner

NOTA
1 – Legge 22 maggio 1975 n.152: Disposizioni a tutela dell’ordine pubblico, detta legge Reale dal promotore Oronzo Reale, allora ministro di Grazia e Giustizia. Per approfondimenti: https://it.wikipedia.org/wiki/Legge_Reale

 

Ed uscimmo infine a riveder i volantini

Volantinaggio GdF Bz 001“È la più grossa operazione mai condotta nel Norditalia” affermò il colonnello Gabriele Procucci, comandante della Guardia di Finanza di Bolzano, nella conferenza stampa che annunciava, nella primavera del 2019, l’esito di un lungo e difficile lavoro condotto contro la mafia del volantinaggio, rammaricandosi però che fosse solo la punta dell’iceberg di un sistema ampio e articolato che contamina diversi settori.
Sembra quanto meno stravagante parlare di volantinaggio mentre l’attenzione di tutti è focalizzata sul virus che, prima ancora dei corpi, ha contaminato le menti, ma noi ci riteniamo, fortunatamente, stravaganti e fuori dal coro e pensiamo che certi registi dell’ecomomia non riununceranno facilmente a lauti guadagni.
È anche per tale ragione che siamo convinti che, adottando metodi di disingaggio gesuitici per non sputtanarsi completamente, almeno agli occhi degli imbecilli, ahinoi oltremodo numerosi come stanno dimostrando le odierne cronache, che ancora credono che la luna sia una forma di parmigiano, che presto la morsa dei domiciliari avrà termine.
La gente continuerà a morire, come è giusto che sia durante un’epidemia, sarà anche loro dovere e nostra fonte di salvezza, ma l’economia ripartirà e la fiducia, l’impegno, un progressivo ritrovato benessere eleveranno gli anticorpi in chi sarà destinato a sopravvivere.
Del resto in un non-paese di pecoroni l’immunità di gregge ci sembra cosa buona e giusta.
In riferimento ai registi dell’economia, in un non-paese dove la Mafia è eletta a sistema il volantinaggio è l’anima della pubblicità, e il caporalato è l’anima del volantinaggio.
Pertanto chi sopravvivrà vedrà nuovamente intasata la propria casella postale o l’apposito contenitore condominiale di pacchi di volantini, testimoni di un giro d’affari prossimo ai 270 milioni di euro annui.Volantinaggio GdF Bz 002Un mezzo di comunicazione pubblicitaria che si tende a considerare adatto a case popolari, anziani, sottoacculturati e che invece è l’unico mezzo sul quale si regge il sistema della GDO, Grande Distribuzione Organizzata, e segnatamente supermercati, centri commerciali, market dedicati al faidate, che da sola rappresenta il 74 per cento del fatturato di stampatori e distributori.
Coloro che materialmente distribuiscono i volantini sono prevalentemente singoli o con legami familiari nel paese di origine, subiscono condizioni di vita penalizzanti, vivono spesso senza fissa dimora in condizioni igienico-sanitarie precarie in cascine abbandonate messe a disposizione dal caporale di turno, e per le quali pagano un affitto, lavorando mediamente 12 ore al giorno con punte di 15 per 2,50 euro all’ora, reclutati e spostati alla stregua di pacchi in varie zone a seconda dei servizi di distribuzione che devono essere effettuati.
Scaricati alle prime luci dell’alba da anonimi furgoncini in vari punti delle nostre città, provengono da Algeria, Burkina Faso, Gambia, Guinea, India, Pakistan, Senegal e da numerose altre aree del disagio, costretti a sottostare a ricatti e condizioni di vera e propria schiavitù in ragione del bisogno di guadagnare qualcosa al fine di sostenersi e mandare a casa qualche soldo.
Prima del fermo immagine causa virus non passava mese senza che, soprattutto nel profondo Nord, qualche caso di sfruttamento guadagnasse la ribalta della stampa locale. Segno di un radicamento nelle modalità di inquadramento dei lavoratori addetti al volantinaggio fatto in spregio alle più elementari norme, in un mondo prevalentemente governato da organizzazioni criminali con la consulenza dei soliti colletti bianchi senza scrupoli.
Le organizzazioni attuano la sorveglianza degli spostamenti e delle consegne mediante GPS applicati a biciclette sostanzialmente sgangherate ed insicure o carrelli portavaligie e, come evidenziato dall’indagine della GdF citata in apertura, coordinata dalla Procura di Vicenza, senza che il lavoratori ne fossero a conoscenza.
La minaccia di essere licenziati o malmenati, con ritorsioni estese alle famiglie in patria, qualora i lavoratori si dovessero anche solo sognare di denunciare alle forze dell’ordine i soprusi è una costante.
Molti vengono assoldati attraverso trafficanti internazionali, pagando mediamente 5.000 euro per arrivare, con la rassicurazione che i guadagni assommeranno almeno a 1.000-1.500 euro al mese con contratti regolari e che l’organizzazione si darà da fare per far arrivare anche i familiari.
I guadagni ammontano invece a 600-650 euro, nella migliore delle ipotesi e sempre e solo in nero, dai quali va detratto l’affitto e, allorché qualcuno si permette di ricordare ai datori di lavoro le promesse fatte viene minacciato di essere denunciato alle autorità e rispedito a casa, un gioco da ragazzi per i caporali che, come primo atto della riduzione in schiavitù, sequestrano i documenti dei malcapitati. Che, se insistono, vengono anche pestati.
Secondo Flai-Cgil sarebbero oltre 400mila le persone ingaggiate sotto caporalato, e di questi oltre 130mila si troverebbero in uno stato di grave vulnerabilità sociale.
Chi dovesse chiedere agli attori della GDO come funzioni la distribuzione dei propri materiali pubblicitari si sentirebbe rispondere che il servizio è affidato a società che offrono un pacchetto tutto incluso e che loro sono assolutamente all’oscuro di fenomeni di sfruttamento o schiavitù.
Il sistema si basa su appalti e concessioni che si susseguono, iniziando con il committente (il marchio della GDO che vuole distribuire il proprio materiale pubblicitario) che affida l’incarico ad una azienda, che a propria volta la affida ad un’altra azienda, e questa ad un’altra generando un sistema di passaggi di consegne.
Accade anche che il servizio termini con la ritardata consegna del materiale pubblicitario, fuori termini per le campagne promozionali indicate. O con la sua distruzione.
Una curiosità: da tempo, e particolarmente in queste settimane, molti lavoratori del settore sono confluiti in quello delle consegne di cibo a domicilio.

Alberto Cazzoli Steiner

L’agricoltura è al collasso

CSE 20200327 Agricoltura collassoMolti moriranno, è nell’ordine delle cose, e ben lo sapeva l’actuarius, ufficiale Romano addetto agli approvvigionamenti che calcolava i fabbisogni di coorti e legioni in base a ciò che si sarebbe saccheggiato nelle terre conquistate ed in base ai morti lasciati lungo l’avanzata.
Dalla figura dell’actuarius prese nome il cosiddetto calcolo attuariale, quello utilizzato dalle compagnie di assicurazioni allorché, su basi sempre più scientifiche, stimano le probabilità di vita e di morte degli assicurati.
Ritengo altamente improbabile che si esca dai domiciliari con un nuovo paradigma: chi non ha compreso nulla finora è ben difficile – al di là dei fervorini dei guru del web che tirano l’acqua al loro mulino che macina pubblicazioni, corsi, seminari, webinar, che in ogni caso la massa non legge – che possa aver maturato una qualsiasi forma di consapevolezza in un mese.
Solo chi era consapevole prima lo sarà ancor più dopo questa esperienza: 90/10. Lo scrissi nell’ormai lontano 2013, e mi dissero che avrei dovuto osservarmi, che disprezzavo gli altri per elevarmi, che le mie ferite erano ancora aperte e tutte le solite minchiate che costellano il campionario spiritual-newage. Bene, lo ribadisco proprio quieora, con la mia mente che a me non mente: 90/10. Anzi, 90/5.
Non appena le stalle riapriranno i bovini si riverseranno in strade, fast-food, pub, slot, negozi di telefonini, si incazzeranno gli uni con gli altri, riprenderanno stupri ed altri reati commessi da immigrati, solo da immigrati. Oltre ai peana sulla todesca e sul franzoso, sull’Europa cattivona e sul complotto che ci esclude e non ci assegna per atto dovuto, per il fatto stesso che esistiamo, sulle scie chimiche e via lamentando.
Stando così le cose è meglio uscire, ora, dalle tane e produrre, e a chi tocca tocca. Meglio pochi che tutti, perché diversamente il rischio è la fame.
Già ci sono stati due segnali ieri: il sequestro, in Puglia, dell’autoarticolato che trasportava derrate e, per quanto forse pilotato, il tentativo di saccheggio di un supermercato a Palermo. Fine della premessa.
Ed ora passiamo all’antefatto: la filiera agroalimentare, nella sua accezione estesa dai campi agli scaffali e alla ristorazione è diventata nel 2019, secondo Coldiretti, la prima ricchezza della penisola occupando 3,8 milioni di addetti e raggiungendo la più che ragguardevole cifra di 538 miliardi di euro di fatturato, 44 dei quali dovuti al record storico delle esportazioni.
L’enogastronomia rappresenta inoltre un volano per il turismo, armoniosamente interconnessa com’è con un paesaggio certamente antropizzato ma segnato da colline solcate da vigneti e da ulivi secolari, da casali in pianura e malghe in montagna, da pascoli e terrazzamenti che contribuiscono a contrastare il dissesto idrogeologico.
I dati Istat pubblicati il 23 dicembre 2019 riferiscono che nel 2017 le imprese agricole erano 413mila, e quelli pubblicati il 13 novembre 2019 riferiscono che nel 2018 le aziende agrituristiche erano 23.615, con un incremento percentuale dello 0,9% sull’anno precedente.
Tutto questo rischia di scomparire.
Il comparto agrosilvopastorale è entrato in una crisi profondissima dalla quale, perdurando le, a mio avviso, dissennate misure governative per il contrasto all’epidemia di influenza sempre più rivestita da golpe, non si risolleverà.
Il settore lattiero-caseario è in coma profondo, quello florovivaistico, massimamente rappresentato nel Nord e che tra marzo e maggio concentra il 90% del suo fatturato, è al collasso.
Il comparto, che vale 2,5 miliardi di euro, si estende su circa 30mila ettari e rappresenta il 5% della produzione agricola totale, contando 23mila aziende e 100mila addetti.
L’AFI, Associazione Florovivaisti Italiani, ha chiesto al governo un’attenta riflessione sulle ripercussioni di ulteriori restrizioni per tutta la filiera della produzione di fiori recisi e piante in vaso: “La questione sanitaria è di primaria importanza per il Paese” ha dichiarato il presidente dell’associazione, Aldo Alberto, specificando come le aziende si siano dimostrate responsabili, tutelando con strumenti di protezione individuale tutti i dipendenti ed aggiungendo: “Riteniamo, tuttavia, necessario che le istituzioni, prima di prendere qualsiasi provvedimento, pongano attenzione agli effetti di una chiusura totale delle regioni del Nord per il settore florovivaistico, che per sua specificità ha una stagionalità molto breve e concentra quasi il 90% del suo fatturato fra i mesi di marzo e maggio.”
Il blocco del Nord, massimo bacino di utenza per il comparto, porterebbe al collasso tutta la produzione, e, conseguentemente, anche una crisi del sistema bancario che finanzia la quasi totalità degli investimenti nel settore.
L’altro settore allo sbando è quello delle orticole, inspiegabilmente lasciate fuori dal segmento del food e la cui mancanza di lavoratori stagionali, bloccati alle frontiere dal governo nazionale nella misura di circa 100mila unità, ha compromesso la raccolta di asparagi e fragole. Poi toccherà a nespole, albicocche, ciliegie.
Significativa la testimonianza di un’azienda del Veronese: “Abbiamo già buttato al macero migliaia di piante di insalata e cavoli e se continua così perderemo il 70 per cento del fatturato della stagione.”
Sono milioni le piante di lattuga, cipolle e cavoli buttate. E la stessa fine, se non si cambia registro, faranno pomodori, cetrioli, melanzane e tutte le verdure che si trapiantano verso Pasqua. Per i produttori di orticole il mese di marzo è andato in fumo e ora si teme per aprile, in caso le misure restrittive decise dal governo dovessero protrarsi.
“Abbiamo le serre piene di piantine di zucchine, insalata, pomodori, zucca, anguria” riferisce Amedeo Castagnedi, referente veronese di Cia Agricoltori italiani, aggiungendo: “Lavoriamo con garden, mercati e ambulanti e il prodotto va a chi si fa l’orto: pensionati, famiglie che abitano in campagna, tanti giovani. Negli ultimi anni c’è stato un grande incremento di vendite per via del ritorno alla campagna e, grazie ai giovani, è esplosa anche la vendita on-line. Siamo chiusi da 20 giorni e ci salviamo un po’ con quella, ma ad oggi abbiamo perso il 40 per cento del fatturato e siamo costretti a buttare ogni giorno migliaia di piantine. E se le misure attuali dovessero protrarsi rischiamo di perdere il 90 per cento della stagione.”
Se il 3 aprile terminassero le restrizioni, molte aziende avrebbero perso dal 40 al 60 per cento ma potrebbero sopravvivere. Se invece la chiusura dovesse protrarsi il rischio è il fallimento, con milioni di euro persi e decine di migliaia di lavoratori consegnati alla miseria.
Solo nel Veneto sono 1.600 le aziende florovivaistiche, ed impiegano complessivamente 50mila addetti per un fatturato annuo di circa 210 milioni di euro.
In Lombardia, la regione con la superficie agricola più estesa d’Europa e numeri che tirano l’intero settore, il disastro va considerato più che triplicato.
Sono nate in questi giorni varie iniziative di vendita on-line mediante portali dove è possibile vendere cibo e piante, ma costituiscono una goccia nel mare.

Alberto Cazzoli Steiner

Spopolamento: parte da Bedonia la rivolta contro l’e-commerce

Bedonia, poco meno di 4mila abitanti, un Dreiländereck nascosto a 500 metri di altitudine nei boschi appenninici al confine tra le province di Parma, Piacenza e Genova.
Ma anche terra di confine, ben nota a chi segue il nostro blog La Fucina dell’Anima, tra il mondo vuoto e quello insospettato della Bellezza, del sovrasensibile, del lato magico della natura, dove Haria, Donna di Conoscenza e straordinaria scrittrice, viveva, e forse vive ancora, traendo significati e depositando nel cavo dei tronchi i propri manoscritti destinati a Maria Cristina del Torchio, la titolare della casa editrice Rupe Mutevole che sedici anni fa ebbe il coraggio di pubblicare libri senza tempo, destinati a far vibrare lo spirito svelando il magico che si cela negli spazi aperti, nei boschi di castagni, nei laghi segreti, su rupi e montagne.
Restare sospese, La mappa delle antiche Donne di Conoscenza, Estensità ed Eventi di bellezza sono i titoli dei libri a nostro avviso più intensi e significativi.CSE 2020.01.21 Spopolamento 002Bedonia è nel novero dei comuni, estesi su una superficie di 50.223 km1, corrispondente ad un sesto della superficie nazionale, in cammino verso il nulla: vale a dire come se dalla carta geografica scomparissero Lombardia, Toscana e Valle d’Aosta.
Un sesto della superficie nazionale, colpita dall’abbandono e lasciata inselvatichire, vedrà migrare i propri abitanti, corrispondenti al 4 per cento della popolazione. E, come sostiene Punto Ponte, “due sono le destinazioni possibili: o il cimitero oppure i grandi centri urbani.”
Dopo alcuni decenni di effimero benessere, campagne e montagne tornano a spopolarsi, perché vivere dignitosamente, oggi, in villaggi sempre più isolati e senza mezzi pubblici, farmacie, medici, uffici postali, negozi richiede primariamente mobilità esasperata e niente affatto ecologica per soddisfare esigenze di lavoro, istruzione, socializzazione.
Non di rado le case non rispettano la normativa antisismica, internet non arriva, il gas è affidato alle bombole, il medico e la farmacia sono a molti chilometri, non ci sono né scuole né banche e la posta arriva saltuariamente in ossequio alla linea cosiddetta liberista secondo la quale non si forniscono strutture se non garantite da un certo “giro di affari”.CV 2017.06.14 Sostila 001Esistono, per onor del vero, provvedimenti legislativi tendenti a contrastare lo spopolamento, ma non è con incentivi finanziari che odorano di assistenzialismo che ci si oppone ad un fenomeno che, ormai, è culturale.
E non è nemmeno agevole ottenerli, se non ci si sa muovere tra le pastoie burocratiche, la presentazione di progetti, i bandi e gli amici degli amici.
Per esempio, il provvedimento recentemente varato dalla Regione Liguria non andrà a beneficio di nessun comune montano o della primissima collina: le amministrazioni sono concentrate a riqualificare costantemente le zone centrali mentre i borghi si spopolano, riempiendo le città e lasciando abbandonati immobili e terreni, incrementando il rischio idrogeologico in un’area di per sè difficile.
Stessa sorte, probabilmente, riguarderà un fondo di 700 euro mensili previsto dalla Regione Molise e destinato a chi decide di trasferirsi aprendo un’attività in uno dei 106 paesi con meno di duemila abitanti. Il bando, pubblicato il 16 settembre scorso e che concedeva 60 giorni di tempo per partecipare, è andato praticamente deserto ed i pochi progetti presentati non sono stati giudicati meritevoli di sostegno.
Abbiamo in corso la stesura di un progetto finanziario immobiliare, innovativo e che garantirà il recupero di superfici rurali ed agrosilvopastorali, non in funzione di presepe o buen retiro ma come recupero di attività produttive affiancate a strutture ricettive e per il benessere fisico e spirituale improntate ad un elevato livello qualitativo.
Ne parleremo a tempo debito, nel frattempo troviamo interessante riferire come tra le cause dello spopolamento dei borghi minori, oltre a quelle indicate sopra, ve ne sia una insospettata: l’e-commerce.
L’insieme delle attività di vendita e acquisto di prodotti effettuato tramite Internet sta diventando una vera e propria piaga sociale. Il comparto è fonte di inquinamento a causa dell’incremento esasperato dei servizi di consegna effettuati con furgoni i cui guidatori, tesi da tempi di percorrenza esasperati, sono causa di incidenti sempre più numerosi e di parcheggi sempre più selvaggi.
È altresì all’origine del fenomeno di un neo-schiavismo costituito dall’assunzione di lavoratori privi di tutela, con qualifiche basse e stipendi risibili rispetto al carico ed ai ritmi di lavoro.
I centri di magazzinaggio e distribuzione, inoltre, consumano suolo e contribuiscono a deturpare un paesaggio sempre più compromesso, oltre che ad intasare la rete viaria con l’incessante andirivieni di furgoni e mezzi pesanti.
Ma non c’è solo questo, a carico di questa comodità sostanziata dall’accoppiata divano e carta di credito: c’è la morte dei negozi locali.
La gente acquista su Internet per pigrizia e comodità, nonché attratta dai prezzi inferiori a quelli praticati dai negozi di paese, e persino dai centri commerciali, resi possibili dall’enorme volume di acquisti garantiti da questi colossi, spesso multinazionali quotate in borsa. Prezzi dei quali riparleremo allorché queste mostruosità avranno conseguito uno status di monopolio.
Curioso il fatto che sulla stampa e nei dibattiti televisivi si stigmatizzi il fenomeno, ma facendo precedere la prolusione dall’incipit: “Non siamo contro il progresso ma …”
Progresso? Quale progresso? L’e-commerce è regresso, non progresso: è bruttura, schiavismo, sottocultura, isolamento, inquinamento.CSE 2020.01.21 Spopolamento 001Fuori dal coro dei belanti che fingono di contestare si pone Gianpaolo Serpagli, consulente aziendale e, dal maggio 2019, sindaco di Bedonia che, con una garbatissima lettera, ha invitato bambini e ragazzi (vale a dire le loro famiglie) a prediligere per gli acquisti i negozi di prossimità.
Tutto nasce dalla promozione, attuata dal colosso dei colossi dell’ e-commerce, consistente nell’attribuzione di punti ai plessi scolastici in funzione del volume di acquisti effettuato dai genitori degli alunni che li frequentano. I punti, va da sè, consentono agli istituti scolastici di effettuare a propria volta acquisti per via telematica.
Gianpaolo Serpagli ha scritto agli alunni delle scuole locali spiegando che: “Vivere a Bedonia è un privilegio. Siamo più fortunati e protetti dalla nostra stupenda vallata rispetto a tantissimi altri luoghi. Cosa sarebbe però Bedonia senza il suo centro storico vivo con i suoi negozi e le sue attività?” e proseguendo sottolineando che “dietro i colossi dell’e-commerce ci sono ragazzi sfruttati, a cui vengono contati i passi giornalieri che devono compiere per fare il proprio lavoro, ai quali anche i bisogni fisiologici sono sottoposti a controlli” e concludendo: “ho scelto quindi di rivolgermi a voi, piccoli concittadini, perché siete la forza del nostro paese, siete la speranza che mi fa ancora dire che vale la pena amministrare la nostra piccola comunità, più semplicemente siete il futuro. Credo che la vostra generazione possa ancora cambiare le cose. Cercare di farvi capire che la sagacia delle persone sta nel guardare non all’apparenza, ma dare un’occhiata anche a ciò che sta dietro, alle seconde file. Mi sono quindi sentito di rivolgervi a voi, piccoli bedoniesi, per non farvi trascurare i nostri negozi di vicinato, forza vitale della nostra comunità.”

Alberto Cazzoli Steiner

NOTA
1 – Secondo i dati Istat e Anci al 2 gennaio 2020 i comuni italiani sono 7.904, estesi su una superficie complessiva di 301.338 km²