Agricoltura giovanile: 16mila ettari e 255 milioni, l’illusione continua

Il mio linguaggio diventa sempre meno forbito e sempre più colorito, me ne rendo conto, ma nel nostro club ci stiamo ritrovando sempre più spesso appoggiati alla mensola del camino, a bere piscio fetido invece che a sorseggiare cognac.
Ciò deriva dal fatto che ormai, come dicono i Pirati dei Caruggi, il dolce consiste nella specialità della casa: torta di riso o prenderselo in culo. E la torta di riso è finita.

Come lo scout che imperterrito vuole aiutare la vecchina ad attraversare la strada, anche il carrozzone Ismea persiste nel voler traghettare giovani, in particolare di sesso femminile all’agricoltura.
Ah, non si deve più dire femminile? Beh Zan, fai come dicono a Brescia: incület.
Dal 9 giugno al 7 settembre 2021 è possibile inviare manifestazioni di interesse per l’acquisto di uno o più terreni e in proposito Stefano Patuanelli del pitupitum-Mipaaf chiosa: “È essenziale per l’agricoltura 5.0, e il ricavato sarà reinvestito a favore dei giovani.” Dai, che figata! se poi qualcuno ci spiegasse il concetto di agricoltura 5.0…
E quindi eccoci con la quarta edizione della Banca nazionale delle terre agricole ai box di partenza: consulenti, faccendieri, finanza etica e banche che affilano gli artigli perché la posta in gioco sono oltre 16mila ettari che, spacchettati, diventeranno 624 potenziali aziende agricole, per un valore complessivo minimo atteso di 255 milioni di euro.
Con l’idea di reinvestire queste risorse integralmente a favore dei giovani agricoltori. Come? Per ora non sappiamo, cominciamo ad incassarli, poi si vedrà.
Si tratta del quarto lotto di terreni classificati agricoli, derivanti dalle operazioni fondiarie di Ismea e, all’insegna del meridionalismo di stato, sindacalista, pappone ed assegnatario, l’unico che permette di spremere il territorio come un limone, ubicati in particolare nelle regioni del Sud: Sicilia, Basilicata e Puglia coprono da sole oltre la metà delle superfici disponibili, a seguire Toscana con una quota del 17% e il resto distribuito tra Emilia-Romagna, Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria.
L’iniziativa punta a favorire l’ingresso degli under 41 nel settore primario attraverso la possibilità di pagare il prezzo del terreno con rate semestrali o annuali per un periodo massimo di trenta anni. Negli ultimi anni è cresciuto il numero di aziende a conduzione giovanile, ma il tasso di ricambio generazionale rimane piuttosto basso.
Gli appezzamenti in vendita comprendono 89 terreni di oltre 50 ettari per complessivi 8.384 ettari, 299 tra 10 e 50 per complessivi 6.529 ettari e 236 terreni con superficie inferiore ai 10 per un totale di 1.496 ettari. Vale a dire 624 nuove aziende potenziali, con una superficie media di 26 ettari.
Il meccanismo di aggiudicazione è quello della vendita all’asta, e la procedura è stata semplificata introducendo uno sportello telematico che, “oltre a garantire trasparenza (chi lo desidera può ridere) consente un accesso attraverso una applicazione di consultazione.”
Dopo l’invio della manifestazione di interesse è possibile partecipare alla procedura di vendita presentando un’offerta economica. L’incanto è fissato su quattro tentativi di vendita invece che sui tre tradizionali con la possibilità, per i terreni al quarto incanto, di presentare offerte libere sia in rialzo che in ribasso rispetto al valore a base d’asta, con un valore di soglia del 35% rispetto alla base d’asta, sotto il quale la vendita non può avere luogo.
Attenzione: non pensate che tra primo, secondo, terzo e quarto incanto trascorrano giorni: proprio perché la procedura è telematica se ne riparla l’anno successivo. Nel frattempo gli statali addetti alla procedura coccolano e tengono al caldo i terreni, rimpallandosi le pratiche tra uno smart-working e l’altro, la vendita sottobanco di prodotti, in ufficio e in nero, e proposte di crociere organizzate dai sindacati per leccaculo vaccinati.
Infatti, dei 624 lotti in vendita 335 sono al primo tentativo, 93 al secondo, 115 al terzo e 81 al quarto.
I terreni vengono ovviamente aggiudicati a chi offre il prezzo più elevato rispetto al valore minimo. Dalla sua istituzione, nel luglio 2016, la Banca nazionale delle terre agricole ha messo in vendita 15.478 ettari, 8.345 dei quali aggiudicati, per un controvalore di 84 milioni di euro, vale a dire 10.065,90 euro per ettaro.
Considerato che i valori dei terreni agricoli sono quanto mai variabili, perché nella Pianura Padana lodigiana, cremonese, mantovana ed emiliana un ettaro vale da 35 a 45.000 euro, uno di vigna a Montalcino ne vale 300mila e nel distretto del Barolo anche due milioni, in Puglia l’oliveta vale 20-25 mila e la vigna da tavola 33, i valori enunciati non significano nulla, se non che si tratta di terreni impervi, carenti di acqua e produttivi a costo di sforzi immani.
Come al solito lo stato biscazziere e ladro si ingegna a giocare con le speranze di numerosi giovani che si ritroveranno indebitati per il resto dei loro giorni, condurranno una vita di stenti fino all’inevitabile epilogo: la morte o i libri in tribunale, terreno all’asta e via con la giostra che ricomincia da capo.
Naturalmente il ministro, da bravo rappresentante di istituzioni infami e corrotte, tira l’acqua sporca al suo mulino: “Mettere a disposizione la terra è essenziale anche per costruire l’agricoltura 5.0 attraverso la riduzione dell’impronta ambientale e la sensoristica (non si capisce bene che minchia c’entri questo settore della tecnologia che si occupa dei metodi per progettare e realizzare sensori – NdA). E’ un progetto che permette di scoprire il valore delle terra con strumenti nuovi. Si tratta di ripartire con nuove consapevolezze, oltre a essere un modo per coinvolgere i giovani in questo bellissimo mondo che ci lega alla cultura. E’ un’opportunità che ha tante gambe per svilupparsi. Non mancheranno risorse e nemmeno idee da parte degli imprenditori agricoltori, dei giovani e delle giovani donne, che sono al centro delle politiche: garantire parità di genere e accesso alle nuove generazioni è una priorità. Nel settore primario c’è bisogno di imprenditoria giovanile e femminile.”
Come al solito, tanto scilinguagnolo per non dire un cazzo.
Una cosa è certa: in italiland se non sei figlio d’arte, con casale, terra e produzioni avviate da decenni non cavi un ragno dal buco. E già così è difficile, in un mestiere che non si improvvisa sui banchi di scuola, dopo aver frequentato webinar, seminari e corsi che, all’università della montagna, ti insegnano a tutelare le biodiversità accarezzando i lupi. Non avete ancora capito che è dall’asilo che vi prendono per il culo con il miraggio di un futuro, ovviamente secondo un modello da pubblicità automobilistica, tutto iperbole e competizione. E intanto vogliono che produciate, vi indebitiate e viviate da schiavi. Per morire vaccinati.
A proposito: e l’asta quando si terrà? Non c’è nessuno che lo sa.

Alberto Cazzoli Steiner

Ecovillaggi, non boschi in città

Polemizzare non serve a nulla, specialmente in questo momento che ha visto sbocciare dal nulla il fior fiore di nuovi maître-à-penser, con i loro canali youtube a pagamento freschi di conio, presi d’assalto da chi anela ad una certezza, uno spiraglio di verità, un viatico contro la solitudine.
Per i più intraprendenti e spregiudicati l’immondo virus ha aperto la porta a nuovi modi per sbarcare il lunario.
E veniamo a questo articolo, nel quale analizzerò ciò che apparentemente potrebbe sembrare il deja vu di comuni nate negli anni 70, e miseramente fallite, per giungere a tracciare linee guida dedicate a come dovrebbero essere le realtà fondate anzitutto su principi spirituali e coesivi, naturalmente intesi nel senso di ciò che a ciascuno è più congeniale.
Fermo restando che, fin dall’età di sedici anni, il mio ideale rimane il kibbutz israeliano nel suo connubio di torah, zappa e mitraglietta, e che trovo superato solo dalla forza coesiva degli Amish, bisogna tenere presente che ecovillaggio è un termine che, in sé, non significa nulla: in quanto sostantivo che contempla innumerevoli declinazioni, è sovente abusato e frainteso, oltre che utilizzato fraudolentemente per indicare realtà che dell’ecovillaggio non hanno proprio nulla.Non è infrequente, infatti, che chi si accosta per la prima volta ad una esperienza ecovillaggista, veda andare deluse le proprie aspettative. In realtà quell’esperienza porta un insegnamento: non si tratta della realtà giusta, non è quella che vibra sintonicamente con le vibrazioni dell’aspirante ecovillaggista.
Ma c’è chi più o meno consapevolmente rema contro, anche ai piani alti: Confagricoltura, per esempio, che ha recentemente affermato l’opportunità di far tornare la natura nelle città. Peccato che la loro idea di natura in città coincida con variazioni sul tema del bosco verticale alla Boeri.
Nel frattempo il 10 marzo sono scaduti i bandi per la forestazione delle 14 città metropolitane e, palesemente, non è importato nulla a nessuno: sembra sia insostenibilmente faticoso riprogettare quote urbane secondo un concetto di rete ecologica.
Eppure, invece di vagheggiare l’improbabile trasloco di boschi in città, sarebbe semplicissimo onorare e rispettare natura e boschi lasciandoli dove si trovano, facendo manutenzione e riforestando dove si sono diradati. Niente, troppo poco costoso e quindi ininfluente ai fini dell’alimento del bisnèss e relative corruttele, oltre che non visibile per le archistar, che non possono proporre le loro costosissime puttanate, osannati da plebe ignorante e da amministratori in malafede.
La storia sociale ci insegna come le città, per quanto gradevoli possano essere, costituiscano inevitabilmente un modello artefatto, il risultato di un’antropizzazione contro natura. Non per caso fu nelle città, e nel loro malsano putridume, che si svilupparono i peggiori morbi letali.
Chi desidera avere la natura a portata di mano potrebbe, anzi dovrebbe, andare a ripopolare i numerosi borghi abbandonati dei quali è costellata la Penisola, recuperandone estetica, funzionalità e vita sociale, che sicuramente si svolgerebbe a ritmi ben diversi da quelli forsennati delle metropoli.
I due temi, ecovillaggio e giardino verticale, sembrano agli antipodi ma sono invece strettamente connessi: affronteremo quindi entrambi volo d’uccello.
Inizio con l’ecovillaggio, anzi con come non dovrebbe essere un ecovillaggio, riportando anonimamente la testimonianza di una persona che, l’estate scorsa, ha vissuto in un ecovillaggio da incubo:
«Molte persone sono interessate a conoscere come sia la vita in un ecovillaggio, voglio perciò raccontare la mia esperienza svoltasi nei mesi estivi in un ecovillaggio di montagna a circa 600 m di altitudine, che per correttezza non citerò.
Cercherò di essere più obiettivo possibile, ma so che sarà difficilissimo, e chiedo scusa in anticipo se sconfinerò in giudizi soggettivi e personali.
La struttura abitativa, non raggiungibile in auto, è una vecchia casa in pietra e legno, con annessi rustici, una stalla con alcuni animali, un deposito attrezzi, un pollaio, una conigliera, in mezzo ad un bosco e circondata da prati. Poco lontano c’è una fontana con l’acqua potabile che viene utilizzata per i fabbisogni domestici.
Quando ci sono stato io ci abitavano otto persone adulte, tra queste un paio di mamme con due bambini.
L’ecovillaggio tenta di strutturarsi per essere più possibile autonomo e autosufficiente, ma l’obiettivo è molto difficile da realizzare.
Non c’è elettricità e ovviamente non c’è internet, inoltre la copertura telefonica è assente: niente telefoni cellulari, computer, televisori, radio, aggeggi elettronici. Niente frigoriferi, lavatrici, ferri da stiro, frullatori, minipimer, spremiagrumi. Niente.
L’acqua corrente c’è, ma fredda. Era gelida d’estate, non oso pensare in inverno.
Ho chiesto come mai non abbiano pensato a pannelli fotovoltaici, ma mi è stato risposto che, oltre a non essere contemplati dalle loro esigenze, non hanno soldi, il tetto è messo male ed inoltre non saprebbero come trasportarli e come issarli sul tetto.
Riscaldamento solo mediante stufa a legna, in funzione tutto il giorno perché viene utilizzata per riscaldare e cucinare.
Un bagno in comune per 8 persone, piccolo e freddo, con una turca e un secchio per gettare l’acqua. Niente bidet, ma unicamente una vecchia vasca da bagno incrostata nella quale ci si fa il bagno una volta alla settimana, quando viene utilizzato un bollitore a legna per scaldare l’acqua.
In ogni caso ci si lava poco, e l’igiene credo sia l’ultimo dei pensieri.
I vestiti sono sempre i soliti, come detto non c’è lavatrice e ogni tanto vengono lavati alla fonte e stesi vicino alla stufa, assumendo così un vago aroma di fuliggine.
In ogni caso il colore predominante dei capi d’abbigliamento è il grigio-sporco, vuoi perché vengono lavati raramente, vuoi perché vengono utilizzati solo cenere o lisciva autoprodotti.
Il fabbisogno alimentare è assicurato da un orto e una serie di alberi da frutto, da alcuni animali d’allevamento. Nel periodo considerato c’erano una mucca con vitello, delle capre in un recinto, alcuni conigli in gabbia altrimenti avrebbero mangiato tutti gli ortaggi, galline lasciate libere, bellissime da vedere razzolare, ma che entravano dappertutto, anche sotto il porticato dove si mangiava lasciando i loro bisogni in giro.
C’erano alcune arnie, purtroppo vuote perché le api erano morte, ed alcuni cani, che spesso abbaiavano per ore durante la notte, e numerosi gatti malconci e poco in salute. Uno in particolare era molto malato, aveva gli occhi cisposi, pelo sporco, respirava malissimo e restava sempre accucciato sotto la tavola.
Ho chiesto loro se non fosse il caso di farlo vedere da un veterinario, e mi hanno guardato sbigottiti, come se avessi pronunciato un’eresia.
Le attività iniziavano la mattina molto presto, e c’era da fare tutto il giorno. Gli uomini facevano legna o portavano gli animali al pascolo, tagliavano il fieno per le bestie d’inverno, zappavano l’orto, eseguivano lavori di manutenzione, le donne preparavano il cibo, accudivano i figli, raccoglievano verdure nell’orto, lavavano il bucato.
I due bambini, un maschio e una femmina, erano piuttosto selvatici, sempre sporchi e poco curati, e intrattenevano con gli adulti relazioni poco rispettose: molte parolacce ed espressioni scurrili.
Giocavano nei boschi tutto il giorno, una cosa meravigliosa e molto wild, ma appena chiedevi loro un favore rispondevano male o facevano finta di niente.
I padri non ho ben capito né chi fossero né se facessero parte della comunità. Ho provato ad informarmi ma mi è stato risposto che non era importante chi fosse il padre, che loro erano madri autonome che senza un compagno vivevano benissimo e che la struttura familiare patriarcale era superata
(credo che il nostro ignoto autore avrebbe potuto risparmiarsi il giudizio sui bambini, assolutamente non funzionale alla descrizione delle caratteristiche dell’ecovillaggio. Non l’ho cassato per integrità informativa, pur essendomi formato l’opinione che i bambini costituiscano per il nostro un fastidio a prescindere, anche nella vita “civile”, e che probabilmente non sia genitore – Giudizio per giudizio, NdA).
Il cibo era poco vario e più o meno sempre lo stesso: zuppa di verdure con pezzi di carne, legumi, patate, uova, frutta fresca o secca, conserve di sottaceti, olive. Con buona pace per i vegetariani o vegani, mi chiedo cosa possano mangiare in un ecovillaggio come questo: solo frutta e verdura?
Ovviamente non essendoci né frigorifero né congelatore non si poteva conservare nulla, per cui si consumava tutto al momento e, in ogni caso, si mangiava assai poco, i pasti erano molto frugali e tutti erano abbastanza magri.
Nel periodo estivo, quando sono stato io, c’era molta frutta e verdura, l’orto produceva in abbondanza, ma mi sono domandato cosa mangiassero in inverno quando tutto era coperto dalla neve.
L’idea di fondo della comunità era la più completa autosufficienza, ma alcune cose erano impossibili da ottenere: la benzina per le varie motoseghe, per esempio, non si può produrre, e nemmeno l’olio per lubrificare la catena, e quella era una delle attività principali da fare, tutto l’anno, visto che la stufa andava 24 ore al giorno, e servivano quintali e quintali di legna, impossibile da fare con l’ascia e
addio rapporto idilliaco con la natura: rumore di motoseghe e odore di benzina tutto il giorno, oltre all’inquinamento che ne conseguiva.
L’alternativa sarebbe stata non scaldarsi, non fare da mangiare, non lavarsi una volta alla settimana con l’acqua calda.
Loro tentavano di tutto per non dover dipendere da fattori esterni: niente caffè, the, zucchero, raramente latte o formaggio, niente pasta o cereali, niente alcolici (ogni tanto spuntava qualche bottiglia di vino molto tannico, regalata da qualche contadino).
In compenso tanto fumo, di tabacco e di altro tipo.
La stanza destinata agli ospiti era un bellissimo sottotetto con pavimento in legno, accessibile tramite scala in legno, molto suggestivo e romantico, con una serie di materassi dall’aspetto poco igienico messi per terra, ma tant’è, ho sempre dormito nel mio sacco a pelo.
L’atmosfera generale, mi dispiace ammetterlo, non era di persone felici e soddisfatte, ma piuttosto di gente che voleva dimostrare ad ogni costo di potercela fare, ed anche le dinamiche tra di loro erano più improntate ad un rapporto di convivenza forzata piuttosto che di amicizia, e questo si rifletteva anche nelle conversazioni.
Lo so, il mio è un giudizio esterno, parziale e soggettivo, ma forse siamo noi che ci immaginiamo comunità ed ecovillaggi colmi di amore, felicità, benessere e serenità. E la serenità è proprio quella che non ho riscontrato in questo ecovillaggio.
Di fatto erano tutti troppo impegnati a procurarsi da che vivere, per poter creare armonia comunitaria, e alla sera erano tutti esausti e stanchissimi, tanto da andare a letto anche alle 9 o poco più. In ogni caso non c’era la luce, solo candele, e nemmeno TV o altri intrattenimenti
(Scusa, Ciccio, perché invece che in un ecovillaggio non sei andato a Ibiza? – NdA).
Perdonatemi se sono stato forse troppo critico e poco obiettivo, ma è difficile, a volte, mettere da parte il giudizio e mi rendo conto che, pur tentando di essere più aperto possibile, anch’io sono pieno di limiti personali.»

E questo è quanto e, concedetemelo, più che il giudizio potè il pregiudizio: spalare merda sulla faccia altrui per sentirsi migliori è una delle pratiche più imbecilli e frustranti che esistano, che denota che quanto a crescita interiore siamo ancora ai primordi. Io in un posto del genere non ci sarei mai andato, ed anche ove mi fossi reso conto di avere sbagliato tiro (cosa improbabile perché se questi non hanno internet e non sono sui social non è che puoi prenotare via airbnb ma solo via passaparola, non raccontiamoci palle) avrei semplicemente voltato i tacchi, arrivederci e grazie senza tante menate.
Ed ora passiamo al tema proposto da Confagricoltura: collegare architettura e natura valorizzando le risorse boschive. Mi riferisco, in particolare, ai concetti espressi nel webinar Architettura e Natura: bioedilizia, bioeconomia forestale, eco-design.
Premesso che “a partire dagli anni delle rivoluzioni industriali fino ad oggi, passando per gli anni del boom economico, la contrapposizione tra città e natura è diventata sempre più forte, segnando una vera e propria rottura tra le due parti” l’auspicio di Confagricoltura è che ora la contrapposizione possa cedere il passo al legame, portando la natura in città.
Boschi verticali e foreste urbane – Confagricoltura non accenna però a quelle commestibili – non devono essere intesi come ornamento ma anche e soprattutto come “moltiplicatori di biodiversità e sistemi di regolazione del clima e mitigazione della biosfera all’interno del sistema-città: non casette sugli alberi, ma vere e proprie case di alberi.”
Bella frase, suona bene, soprattutto messa per iscritto. Petrolini l’avrebbe ripetuta a tormentone come “più fulgida e bella che pria”.
Confagricoltura spezza una lancia a favore della filiera foresta-legno, indispensabile per la produzione di risorse naturali rinnovabili, caldeggiando l’impiego del prezioso materiale per mobili, carta, cartone oltre che per fini energetici, esaltandone altresì il ruolo nella bioedilizia, con soluzioni che integrino design, sostenibilità e tecnologia per adeguare abitazioni e spazi all’aperto a nuove esigenze di multifunzionalità.
Il ruolo della silvicoltura, a partire dalla gestione attiva dei boschi considerati finalmente come risorsa essenziale per la collettività ed anche rilevanti economicamente per le filiere agro-forestali, dovrà essere strategico
Ricordo che la filiera foresta-legno conta circa 80mila imprese, per oltre 500mila unità lavorative occupate e, con un saldo commerciale positivo di più di 40 miliardi di euro, è il secondo settore produttivo dell’industria manifatturiera nazionale.
Insomma, due posizioni estreme: da una parte i duri e puri dell’ecosostenibilità militante, dall’altra il boschetto delle fate che si arrampica su, come ebbe a dire un architetto mia amica, palazzi di lattuga per camuffare architetture pessime con quattro spelucchi rampicanti.
I termini ecovillaggio ed architettura sostenibile hanno una cosa in comune: non significano nulla, sono solo esercizi verbali e cadfilosofici per frustrati e furboni, e credere che piantare arbusti per migliorare la qualità dell’aria è da illusi.
Disponiamo, fortunatamente, di migliaia di km2 di riserve naturali e sarebbe sufficiente tutelare in modo concreto ciò che già abbiamo, realizzare parchi urbani e curare quelli esistenti, curando parallelamente il recupero delle centinaia di magnifici borghi immersi nel verde.
In realtà i borghi sarebbero migliaia, ma molti insistono su aree logisticamente improponibili, prive di efficienti vie di comunicazione, soggette a smottamenti e terremoti, problematiche per l’approvigionamento idrico. Mi limito quindi ad immaginare il recupero di quelli che, concretamente, sarebbe possibile riabitare. Con un’avvertenza per l’uso: scordarsi aiuti pubblici, contributi agevolati o finanziamenti bancari a meno che non si desideri l’avventura di un percorso di guerra.
Le istituzioni favoriscono a parole il recupero dei borghi abbandonati, l’incentivazione dell’agricoltura per giovani imprenditori perché porta consenso ma, alla prova dei fatti, disseminano il percorso di trappole esplosive: nell’ultimo decennio non si contano i bagni di sangue dei quali sono state vittime giovani imprenditori agrosilvopastorali, spesso laureati all’Unimont ed in altre prestigiose università.
Perché, mettiamocelo in testa, senza il sostegno di una tradizione di famiglia imprenditori agricoli non ci si improvvisa. Esattamente come non si può pensare di vivere allo stato brado nei boschi come trogloditi.
Concludo con le linee guida, una su tutte: anni di esperienza in materia mi hanno indotto a ritenere vincenti due scelte, antitetiche fra loro.
La prima consiste nell’incontrarsi fra amici con i quali si intrattengono rapporti consolidati, stabilire che si intende cambiare vita, verificare il più possibile la solidità dell’intento, stabilire il quantum in senso finanziario, definire l’area di ricerca e le caratteristiche di massima di terreno e fabbricati ed iniziare la ricerca. Ogni passaggio, ogni casale, cascina, podere, borgo esaminato costituirà inoltre un passo in più verso la reciproca conoscenza, prova ne sia che alcuni abbandoneranno ancora prima di iniziare. Da cosa nasce cosa, forse, e se agli auspici seguiranno i fatti si giungerà presto ad una conclusione concreta: acquisto, ristrutturazione, definizione degli aspetti energetici e termici, impianto di nuove specie arboree e recupero di quelle esistenti, creazione di uno spazio orticolo.
La seconda consiste nell’individuare una realtà in possesso dei requisiti adatti, progettarne il recupero, stilare una relazione di fattibilità e proporne l’acquisto a terzi, perfetti sconosciuti individuati mediante annunci. Spesso danno più soddisfazione gli sconosciuti rispetto ad amicizie che si credevano consolidate.
Il tutto procede esattamente come una qualsiasi operazione immobiliare: acconto alla prenotazione, acconti a stato di avanzamento lavori, limitate facoltà di personalizzazione rispetto al capitolato, acquisto finale e frazionamento. Il resto sono dettagli gia visti sopra e comunque già oggetto del progetto.
La terza ipotesi, assolutamente nefasta e adatta per intellettualoidi allo spritz, va da sé sinistrensi, consiste nell’illudersi che una promozione su un social, in un gas o in una qualsiasi realtà considerata ricettiva possa sortire esiti che non siano la vuota chiacchiera e la conseguente noia.
È nella connaturato all’umano, che vuole chi tiri il carretto, o almeno la volata, per poi aggregarsi, se del caso con qualche mugugno d’ordinanza camuffato da proposta, che non inficia nulla e va lasciato liberamente eiaculare. E poi si continua imperterriti a fare ciò che già si è deciso. Namasté.
Sotto il profilo energetico l’eolico, che non può essere installato ovunque, è quanto di meno ecosostenibile possa esistere: è un mostro che deturpa il paesaggio, rende nella migliore delle ipotesi il 35 per cento della capacità nominale ed è causa di sconvolgimento del microclima locale e della moria di volatili che incappano nelle pale.
Chi desidera l’autosufficienza elettrica può ricorrere al fotovoltaico, meglio se ad accumulo, tenendo presente che i tetti degli edifici, oltre a venirne sminuiti sotto il profilo estetico, non presentano una superficie sufficiente a garantire il fabbisogno domestico e lavorativo. È quindi necessario dedicare un’area soleggiata di superficie opportuna. All’occorrenza l’impianto può essere integrato dalla rete pubblica. Ovviamente, parlando di ecovillaggio dovrebbero essere banditi i condizionatori.
Per il riscaldamento è possibile ricorrere al metano, all’occorrenza autoprodotto mediante fermentazione aerobica in lagunaggio per usi di cucina e per l’acqua calda sanitaria grazie alle deiezioni animali, allo stallatico, agli scarti domestici, agli sfalci dell’orto. Naturalmente occorre una massa di portata adeguata, magari ricorrendo con le opportune prescrizioni di legge, al conferimento da parte dei vicini. Una volta all’anno il laghetto del lagunaggio va drenato e la morchia di risulta, essiccata, costituisce un ottimo concime.
Ove non vi sia un quantitativo sufficiente di capi di bestiame è possibile ricorrere alla semplice soluzione del butano nel cosiddetto bombolone posizionato all’esterno per usi di cucina, acqua calda sanitaria e riscaldamento.
Altra valida soluzione è il geotermico, da usare con attenzione dopo aver sondato attentamente, per quanto possibile, la natura del sottosuolo e delle sue cavità, specialmente se l’ecovillaggio trovasi in zona a rischio sismico, vale a dire quasi tutta la Penisola, specialmente sui crinali appenninici.
Il geotermico costa poco in esercizio ma molto in installazione: un impianto a pompa di calore dimensionato per il riscaldamento di una superficie di 300 m2 non costa meno di 45mila euro, può però beneficiare del contributo al 65%.
Tendo a escludere il pellet, a meno che non si sappia con cosa viene prodotto ed in ogni caso la resa non è superiore a 5 kWh/kg. Stesso discorso per la legna, che ha normalmente una resa inferiore a quella del pellet: bello e d’effetto vedere scoppiettare i ciocchi nel camino, conviviale cuocere pizze o grigliate ma deve finire lì, altrimenti il bosco del nostro ecovillaggio ben presto se ne andrebbe in legna da ardere, fermo restando che ci si troverebbe in men che non si dica i forestali in casa.
Quanto alle modalità di distribuzione non mi soffermo: sono un fautore del sottopavimento ma ciascuno ha le proprie preferenze.
L’acqua piovana può essere raccolta in apposita cisterna centrale munita di adduttori periferici ed essere utilizzata per l’orto, oltre che per raffrescare gli edifici abitativi facendola correre in apposite tubazioni inserite nelle pareti.
Le stesse pareti – le necessità di recuperi e ristrutturazioni non mancheranno – possono essere realizzate con materiali ad elevata tenuta termica, in modo da risparmiare il più possibile sul riscaldamento. Paglia e terra cruda costituiscono un ottimo materiale, insieme con il legno. Fondamentale, in ogni caso, il ricorso ai materiali locali.
Gli accorgimenti per ottimizzare la tenuta termica sono numerosi, bisogna però fare attenzione alle normative vigenti che, spesso, sembrano studiate apposta per mettere i bastoni fra le ruote. E questo vale per ogni aspetto o materiale afferente il recupero.
A questo punto l’esperienza mi suggerisce di fare, nel rispetto di quelli che abbiamo stabilito essere i nostri parametri di ecosostenibilità e delle normative generali vigenti, meglio se previo consulto con il tecnico comunale e con esperti professionisti locali ed in ossequio, nella misura del possibile e del buon senso, al progetto approvato.
Contateci: arriverà, prima o poi, qualcuno a rilevare delle irregolarità e ad elevare opportuno verbale. A quel punto si fa ricorso, e si sa che i ricorsi vanno avanti anni, fino a quando l’inevitabile sanatoria, condono tombale o altra norma inventata per incassare quattrini ci riporterà fra i buoni. Spesso costa meno il condono rispetto agli oneri originari, ma non è quella la questione: la questione è che sul mio devo poter essere libero di fare quello che meglio credo, nel rispetto della natura e della sicurezza. Se la cosiddetta autorità mi impedisce di vivere, ed in campagna e in montagna è così, recuperando edifici rustici con norme di fatto inapplicabili io ho il dovere di ribellarmi. Usando le stesse armi dell’oppressore.
Il mio ecovillaggio ideale, infine, deve essere non solo connesso ma presentare soluzioni ammissibili alla legge 232/2016, la cosiddetta impresa 4.0, per esempio nel ciclo della produzione casearia e della trasformazione agroalimemtare. Escludo ovviamente le mungiture, altrimenti ricadiamo nelle stalle lager, certamente indegne di un ecovillaggio.
Per finire: per impiantare un ecovillaggio occorrono soldi, sono finiti i tempi dell’okkupazione, che per quanto mi consta non sono mai esistiti.
Fondamentale infine la statuizione delle modalità decisionali e la ripartizione delle spese di gestione e dei compiti: chi fa che cosa e con quali punti di verifica, nonché la definizione, che deve avvenire già in sede di progetto, delle attività da svolgersi per il sostentamento.
Intendiamoci: wild fino ad un certo punto, almeno per come la vedo io, e senza pensare di poter lasciar perdere qualsiasi attività lavorativa esterna, almeno nei primi anni. E ciascuna persona o nucleo familiare deve avere un proprio spazio privato, che non sia una stanza, ma l’equivalente di un appartamento dove, all’occorrenza, potersi isolare e tenere proprie cose personali. Vi saranno ovviamente spazi comuni, lavorativi e ludici, lavanderie, magazzini.
Per non tediare con cose già scritte rimando a Sì all’ecovillaggio, no al pauperismo pubblicato su queste pagine il 20 dicembre 2020 e dal quale traggo l’incipit: “Neppure questa volta abdico al mio stile tranchant, chiaro e diretto: vivere in un ecovillaggio non salva dalla fame, da un’economia di sussistenza, da rinunce che possono essere vissute in modo doloroso a meno che non si sia dei fautori di un pauperismo francescano.
Ed anche in quel caso, se il pauperismo è stato immaginato in salotto piuttosto che in un cerchio di condivisione o in parrocchia, e vissuto nel corso di qualche ritiro spirituale, il contatto con la realtà può essere traumatico.
Non vedo, in ogni caso, perché perseguire l’ecosotenibilità o vivere in un ecovillaggio debbano esporre a giorni miserevoli, credo anzi che con gli opportuni accorgimenti si possa vivere bene, addirittura agiatamente.
Dipende da che cosa si coltiva, alleva, produce, trasforma e da come lo si fa, oltre che dai plus che si è in grado di offrire agli ospiti in materia di produzioni di nicchia, consulenze, benessere fisico e spirituale.
Non mi dilungo: chi mi segue ha oltre 600 articoli scritti in sette anni sui miei vari blog e siti … per sapere come la penso e per conoscere svariate tecniche di approccio, realizzazione di una residenza condivisa in città ed in natura.
Vivere in una residenza condivisa, in campagna o in montagna, costituisce comunque un valido mezzo per contrastare i tanto opprimenti quanto odiosi controlli di polizia, oltre che la frequentazione, ed anche solo la visione, di polli in batteria in forma di maccheinomani detti anche mask addicted.
Appare evidente come le maggiori aree di disagio coincidano con le grandi città: a Bari,Napoli, MIlano, Roma o Torino la qualità della vita non sarà mai, né è mai stata, quella di Rimini, Orvieto, Parma o Treviso.”

Per approfondimenti ritengo altresì utile la lettura di Scomparire: autosostenibilità, punto di arrivo pubblicato su Decumanus il 28 aprile 2020 e di È tempo di ecovillaggio anch’esso pubblicato su Decumanus il 7 dicembre 2020.


Alberto Cazzoli Steiner

Valsusa, se il nemico è in casa

La notizia è offuscata dall’ossessione compulsiva per tamponi, vaccini, morti, guariti e intanto Giovanna Saraceno, pisana 36enne presente in Valle Susa sin dal 2005 per sostenere la lotta NoTav, è ricoverata alle Molinette di Torino con frattura orbitale dell’occhio destro e due emorragie cerebrali, dopo che un lacrimogeno l’ha colpita al volto.
L’episodio è gravissimo poiché non costituisce un evento criminale isolato bensì la conseguenza di un crescendo di violenze che sempre più paiono finalizzate alla ricerca del morto. Detto di passaggio: gli sbirri utilizzano lacrimogeni al CS, più volte vietati dalle varie convenzioni internazionali.
Giusto per farlo sapere al popolo delle frigne, a chi cerca i ristori, l’elemosina di stato, a chi si prostra agli aguzzini diventando egli stesso sbirro delatore, a chi recita la farsa della museruola all’aperto e della distanza sociale, che è come farsi una sega con le mani legate dietro la schiena: fatevi un giro in Valle Susa, dove da vent’anni la gente viene arrestata per nulla, manganellata, ferita, uccisa. Altro che amaccheina.
E questo semplicemente perché non vuole che la propria terra, la propria casa, la propria vita, la propria salute siano devastate da un’opera inutile, antieconomica destinata a violare irrimediabilmente l’ambiente e, come si è saputo alcuni anni fa, a seppellire rifiuti tossici nel ventre della montagna come è costume delle mafie delle grandi opere. Pozzuolo Martesana, che era una tavola da biliardo ed ora è una collinetta, con gli sbvancamenti della BreBeMi docet.
Anche se l’orazione funebre per la Tav Torino-Lyon è già stata pronunciata per insostenibilità di costi e di trasffici, la valle rimane militarizzata all’inverosimile perché la gente, già acerrima oppositrice della ferrovia ad alta velocità, non vuole che si costruisca un nuovo autoporto a San Didero: in valle ne esiste già uno, fortemente sottoutilizzato in ragione dell’ormai scarsissimo traffico merci. L’unica che ne trarrebbe vantaggio è l’allegra confraternita del cemento, che rispetto al devastante danno ecologico ha l’atteggiamento di Rhett Butler in Via col vento: francamente, se ne infischia.
E intanto nel territorio di San Didero e degli altri paesi e villaggi polizia, carabinieri e militari impediscono persino lo svolgersi delle normali incombenze quotidiane: andare al lavoro, fare la spesa, attraversare la strada. Nemmeno a Belfast.
I valsusini, dai quali credo che gli italilandesi dei proclami su feisbuc avrebbero molto da imparare, hanno ben presente come resistere significhi sempre più lottare per sopravvivere, e un video pubblicato sulla pagina Facebook del Movimento NoTav mostra con chiarezza come le cosiddette forze dell’ordine, con il favore delle tenebre, sparino per colpire le persone.
La violenza perpetrata dagli sbirri ogni volta che la popolazione valsusina si oppone ai cantieri dell’alta velocità ed alle opere collaterali è sempre più inaccettabile, specialmente ora che cittadini e amministratori pubblici sono in mobilitazione permanente per opporsi alle operazioni propedeutiche alla costruzione del nuovo autoporto, cantiere collaterale del progetto ormai monco della ferrovia ed ecomostro irrazionale rispetto alle sue funzioni dichiarate, foriero di un impatto ambientale pesante e permanente sugli abitanti.
Va detto che, caso unico nella storia della Penisola, nella storia giudiziaria del movimento NoTav non mancano esempi di sovradimensionamento dei reati, come nel caso del cosiddetto “processo del compressore”, che nel 2013 vide quattro militanti accusati di terrorismo a fronte del danneggiamento di un mezzo di cantiere, piuttosto che nel “processo del casello” riferito ai fatti del 3 marzo 2012, quando trecento manifestanti occuparono per trenta minuti il casello dell’autostrada di Avigliana alzando la sbarra per permettere agli automobilisti di uscire senza pagare il pedaggio, mentre volantinaggio e speakeraggio spiegavano le motivazioni della protesta.
La manifestazione al casello si concluse senza incidenti o contatti con le forze di polizia, e il danno alla Sitaf, Società di gestione autostradale, per mancati introiti venne quantificato in soli 777 euro.
E veniamo ai nostri giorni: la sera di lunedì 12 aprile, in pieno coprifuoco, oltre 1000 agenti antisommossa con idranti e lacrimogeni scortavano le ruspe fino ai terreni dell’ex autoporto di San Didero, caricando il presidio NoTav che da mesi occupa l’area boschiva.
Da allora in questa parte della Valsusa vige l’ennesimo stato d’assedio, con una massiccia presenza poliziesca in questi giorni distintasi per le cariche sui manifestanti, l’uso dei gas fin dentro i paesi, l’incendio dell’auto di un’attivista, lo spargimento nei campi di cartucce di lacrimogeni inesplose, lo schieramento di truppe per impedire l’apertura dei mercati cittadini.
Il movimento NoTav ha risposto con migliaia di persone unite in un corteo contro questa ulteriore aggressione. Ma la guerra continua.


Alberto Cazzoli Steiner

Il costo ambientale di una bibita in lattina

È evidente che non bevo una Guinness in lattina almeno dal 1989.
Perché sia evidente è presto detto: al supermercato ho fatto inavvertitamente cadere alcune lattine della scura di St. James Gate, udendo un tonfo strano. Raccolgo le lattine con l’intento di rimetterle nello scaffale, anzi di acquistarle visto che la caduta le aveva ammaccate, e, scuotendole, percepisco l’inconfondibile rumore di un oggetto all’interno.
Considero diverse ipotesi: un pezzo di dentiera di un operaio, caduto accidentalmente nella nera mistura, un animale morto, Unabomber che è tornato a colpire… impugno e scuoto altre lattine, stesso rumore soffocato. Propendendo quindi per una sorpresa tipo Kinder non mi resta che appagare la mia curiosità: googlando scopro invece che … dal 1989 nelle lattine si trova una pallina di plastica del diametro di circa due centimetri provvista di un foro del diametro di 0,61 mm, che viene chiamata agente schiumificante proprio perché ha il compito di mettere in movimento le molecole di carbo-azoto che formano la famosa schiuma setosa della birra.Cito dal sito Everything2, dal quale ho tratto la spiegazione: “La birra viene versata nella lattina insieme all’azoto e all’anidride carbonica e, durante il processo di pastorizzazione, l’azoto in soluzione si trasforma in gas aumentando di circa due atmosfere la pressione interna della lattina, costringendo la birra ad entrare nella pallina.
Quando il consumatore apre la birra, avviene la decompressione del contenuto e l’azoto contenuto nello schiumificante si espande proiettando un getto di birra attraverso il foro e, fuoriuscendo dalla soluzione crea uno strato di schiuma simile a quello presente nelle birre dei pub.”
All’apertura della lattina si percepisce nettamente un sibilo da decompressione, ed il liquido affiora al boccaporto con una certa veemenza, in ogni caso non sufficiente perché la birra trabocchi.
Tutto questo è molto interessante, e mi ha fatto ricordare perché da almeno 22 anni non bevo una Guinness: perché non mi piace. Ed ora, con la pallina di plastica, mi piace ancora meno.Se è vero che, a livello mondiale, l’87 per cento delle lattine di bevande viene abbandonato ovunque e non conferito alla raccolta differenziata, la durata pressoché eterna della pallina costituisce un problema nel problema.
Purtroppo è un dato di fatto: ogni minuto vengono gettati milioni di lattine, che non inquinano solamente con la loro presenza e la cui biodegradabilità è misurabile in millenni, ma pur assommando il loro valore intrinseco pochi centesimi, hanno costituito un costo notevolissimo in termini di impiego di risorse all’atto della loro realizzazione.
Tutte le chiacchiere sullo sviluppo sostenibile, che è un bell’ossimoro, sulla decrescita felice e sulla resilienza, non si sa di cosa rispetto a che, si scontrano con l’argomento lattine che, poiché la produzione del loro contenuto è saldamente in mano a colossi che in determinati luoghi non pagano nemmeno l’acqua, viene semplicemente ignorato.
Proviamo a non pensare al prezzo irrisorio che paghiamo per una lattina di Coca piuttosto che di Monster, birra e via numerando ma a parametrarne il costo sostenuto dall’ambiente.
Iniziamo da una miniera di bauxite, attiva 24 ore al giorno: ne ho trovato una in Tasmania, che si vanta di usare torce ecofriendly e di dare lavoro a trenta persone. Per chi non lo sapesse la Tasmania è in Australia e, dopo essere stata chimicamente ridotta e purificata a freddo e a caldo utilizzando una tonnellata di ossido di alluminio per ogni due tonnellate di estratto, la bauxite viene inviata, con un viaggio via mare della durata di un mese, presso aziende specializzate svedesi e norvegesi dove verrà ridotta in billette, o lingotti, che verranno successivamente laminati a caldo sino allo spessore di 3 millimetri ad una temperatura di 500 gradi centigradi, e trasformati in fogli stoccati in rotoli.
Le bobine vengono caricate su un camion e trasferite presso un laminatoio a freddo, dove assumono lo spessore definitivo di 0,3 mm.
I film così ottenuti vengono inviati in ogni parte del mondo ove vi siano stabilimenti per la produzione di bibite in lattina, per essere punzonati, fustellati, piegati e trasformati in lattine.
Queste vengono ripulite dagli sfridi del processo, lavate, sgrassate e laccate e flangiate per la successiva apposizione del coperchio. Vengono infine verniciate e spruzzate internamente con un film protettivo per evitare che certe bevande possano corrodere il metallo.
A questo punto le lattine possono essere pallettizzate e stoccate per l’utilizzo al momento del bisogno, una volta inviate all’imbottigliamento, dove vengono nuovamente lavate ed infine riempite del contenuto.
Una curiosità sul fosforo presente in una certa bibita addizionata con caffeina, la più bevuta al mondo e che costiuisce una vera bomba glicemica: viene prevalentemente estratto negli Stati Uniti, in miniere a cielo aperto attive senza soluzione di continuità, e che sono vere bolge infernali dove lavorano solo latinos ed orientali. Il processo di estrazione porta alla luce anche cadmio e torio radioattivo.
Le lattine riempite vengono sigillate con il coperchio di alluminio, quello che con l’anello di apetura e che in gergo si chiama pop-top, al ritmo di millecinquecento al minuto, ed introdotte nei cartoni stampati delle confezioni, caricate sui pallet ed inviate ad un distributore locale che provvedere alla consegna ai punti di vendita.
I cartoni sono realizzati con pasta di legno, generalmente tratta dalle foreste della Svezia, della Siberia o della British Columbia, e le statistiche ci dicono che, una volta entrata in un supermercato, una lattina viene venduta entro tre giorni, consumata entro due e consegiuentemente buttata.
Morale: la nostra lattina di birra, o della bibita costituita da acqua zuccherata fosfatata, addizionata di caffeina ed al sapore di caramello, costituisce l’88% dei rifiuti di alluminio, difficilmente riciclabile proprio perché buttato per ogni dove.
Le aziende sono quindi costrette, dal tritacarne di consumi sempre più dissennati, inutili e massicci, a ricavare i tre quinti dell’alluminio dal minerale vergine, con dispendio energetico 25 volte superiore a quello del riciclo.
Noi non ce ne rendiamo conto, ma la produzione di un qualsiasi oggetto costa, in termini energetici, dalle 10 alle 100mila volte il suo peso. Per fare due esempi: fabbricare una tonnellata di carta richiede l’utilizzo di 98 tonnellate di risorse, comprese quelle idriche, produrre un litro di succo d’arancia costa l’equivalente di tre litri di idrocarburi e di mille di acqua.

Alberto Cazzoli Steiner

Macchine indietro sui decreti Ogm?

Riprendiamo, senza modifiche o commenti, quanto pubblicato dal quotidiano Il Manifesto venerdì 15 gennaio 2021:


«Respinti i decreti ogm dell’ormai ex ministra Bellanova – Accolto l’appello lanciato da decine di associazioni agricole bio e degli ambientalisti
La Commissione agricoltura della Camera ha frenato la spinta per introdurre nei campi italiani organismi geneticamente modificati (Ogm) “vecchi” e “nuovi”, cioè ricavi utilizzando le New Breeding Techniques. Lo ha fatto approvando con condizioni gli schemi di parere in merito ai quattro decreti legislativi che portano la firma della ormai ex ministra dell’Agricoltura Teresa Bellanova.
La decisione è stata commentata dalla coalizione che aveva denunciato i rischi legati alla votazione prevista in Commissione: “Grazie all’apertura al dialogo con le organizzazioni agricole biologiche e contadine, le associazioni di tutela ambientale e dei consumatori da parte dei relatori incaricati, e al sostegno dei membri della Commissione agricoltura della Camera, questo tentativo è stato per il momento sventato” sottolineano in un comunicato stampa.
Sarebbe così superata la brutta pagina del parere positivo espresso dalla Commissione agricoltura del Senato a fine dicembre. “Il futuro ministro dell’Agricoltura sarà chiamato a rispettare i vincoli posti dai pareri espressi alla Camera” sottolineano in un comunicato le 25 organizzazioni, tra cui Slow Food, Aiab, FederBio, Greenpeace, Legambiente, Wwf, segnalando l’importanza di aver chiesto lo stralcio anche di quei passaggi che avrebbero di fatto negato “la possibilità per gli agricoltori di svolgere attività quali il reimpiego delle sementi o lo scambio di parte del raccolto come sementi o materiale di moltiplicazione.” Piccole rivincite per l’agricoltura contadina.
Due sono gli elementi ricorrenti nei quattro pareri approvati (i testi consultati dal manifesto sono disponibili sul portale della Commissione agricoltura): da una parte, che lo schema dei decreti in esame, «nella parte in cui richiama, in via diretta o indiretta, gli Ogm», appare non coerente con il quadro normativo di riferimento, dato che in Italia “vige il generale divieto di sperimentazione e coltivazione di piante geneticamente modificate in campo aperto”; dall’altra, che “il divieto di coltivazione degli Ogm deve ritenersi esteso, coerentemente alla pronuncia della Corte di Giustizia dell’Unione europea del 16 luglio 2018, anche ai prodotti ottenuti mediante l’impiego di nuove tecniche di miglioramento genico (New breeding techniques-NBT) o genome editing, in considerazione degli elevati rischi per l’ambiente e la salute umana.”
Adesso tocca al ministero rispettare la volontà democratica espressa alla Camera. Alla vigilia del voto, il 12 gennaio, l’Associazione italiana per l’agricoltura biologica (Aiab) aveva indirizzato ai parlamentari coinvolti e alla ministra Bellanova una lettera firmata dal professor Salvatore Ceccarelli, genetista. Secondo Ceccarelli vecchi e nuovi Ogm “hanno la stessa debolezza e quindi non possono rappresentare una soluzione durevole alla suscettibilità delle piante ai parassiti. Questo accade – spiega Ceccarelli – a causa di un principio fondamentale della biologia che si chiama Teorema Fondamentale della Selezione Naturale (Fisher, 1930). Sulla base di questo principio, di fronte a una pianta resistente a un parassita, quel parassita, se possiede sufficiente variabilità genetica, evolve e riesce così a superare quella resistenza.”
La letteratura scientifica riconosce che negli Stati Uniti, dove tanti coltivano mais e soia Ogm, l’agicoltura industriale è costretta a far largo uso di glifosate: le erbe infestanti sono più forti degli Ogm. Meglio scegliere un’altra strada.»

ACS
Link all’articolo: https://ilmanifesto.it/respinti-i-decreti-ogm-dellormai-ex-ministra-bellanova/?fbclid=IwAR2_-9kl86jBY-JqYQnE7fJ3KYrF775Bbemmy3NiEununWCRw1g8BXGR-bIhttps://ilmanifesto.it/respinti-i-decreti-ogm-dellormai-ex-ministra-bellanova/?fbclid=IwAR2_-9kl86jBY-JqYQnE7fJ3KYrF775Bbemmy3NiEununWCRw1g8BXGR-bI

Sì all’ecovillaggio, no al pauperismo

Neppure questa volta abdico al mio stile tranchant, chiaro e diretto: vivere in un ecovillaggio non salva dalla fame, da un’economia di sussistenza, da rinunce che possono essere vissute in modo doloroso a meno che non si sia dei fautori di un pauperismo francescano.
Ed anche in quel caso, se il pauperismo è stato immaginato in salotto piuttosto che in un cerchio di condivisione o in parrocchia, e vissuto nel corso di qualche ritiro spirituale, il contatto con la realtà può essere traumatico.
Non vedo, in ogni caso, perché perseguire l’ecosotenibilità o vivere in un ecovillaggio debbano esporre a giorni miserevoli, credo anzi che con gli opportuni accorgimenti si possa vivere bene, addirittura agiatamente.
Dipende da che cosa si coltiva, alleva, produce, trasforma e da come lo si fa, oltre che dai plus che si è in grado di offrire agli ospiti in materia di produzioni di nicchia, consulenze, benessere fisico e spirituale.
Non mi dilungo: chi mi segue ha oltre 600 articoli scritti in sette anni sui miei vari blog e siti
cesec-condivivere.myblog.it attivo dall’aprile 2013 e fino al 7 luglio 2016
questo sito vigente dall’8 lulio 2016
decumanus.it vigente dal 23 apile 2020
riabitareantichepietre.wordpress.com vigente dal 30 marzo 2015
arcaniludi.wordpress.com attivo dal marzo 2013 e fino al 6 settembre 2015 (privato)
lafucinadellanima.wordpress.com attivo dall’8 agosto 2015 al 19 aprile 2020
lafucinadellanima.it vigente dal 22 aprile 2020
per sapere come la penso e per conoscere svariate tecniche di approccio, realizzazione di una residenza condivisa in città ed in natura.
Vivere in una residenza condivisa, in campagna o in montagna, costituisce comunque un valido mezzo per contrastare i tanto opprimenti quanto odiosi controlli di polizia, oltre che la frequentazione, ed anche solo la visione, di polli in batteria in forma di maccheinomani detti anche mask addicted.
Appare evidente come le maggiori aree di disagio coincidano con le grandi città: a Bari,Napoli, MIlano, Roma o Torino la qualità della vita non sarà mai, né è mai stata, quella di Bolzano, Rimini, Orvieto, Parma o Treviso.

Al fine di una semplice riflessione propongo pertanto l’articolo che segue, da me tradotto e adattato, il cui originale è stato pubblicato oggi, 20 dicembre 2020, dall’Agenzia Associated Press, con il titolo Pandemic exposes the vulnerability of Italy’s “new poor”, la pandemia mette a nudo la vulnerabilità dei nuovi poveri.
Nei giorni scorsi un inviato di Associated Press ha intervistato una “persona qualsiasi”, individuata tra le migliaia che quotidianamente si avvalgono dell’assistenza della Caritas Ambrosiana.
La scelta è caduta su una donna 49enne, single e madre di tre figli, Elena Simone, ritenendola rappresentativa delle centinaia di migliaia di nuovi poveri causati dalle restrizioni alla libera circolazione, economiche e produttive adottate da questo governo infame con la scusa dell’immondo virus. L’intervistata vive a Novate Milanese, nei sobborghi di Milano
Elena Simone, estromessa dal mercato del lavoro in occasione della crisi finanziaria globale del 2008, si è barcamenata ricorrendo ad una miriade di piccoli lavori con i quali è riuscita a provvedere a se stessa ed ai propri figli. Ma le chiusure dovute non solo all’incapacità di proteggere adeguatamente i cittadini ma anche ad un preciso disegno di abbattimento dell’economia produttiva nazionale, le hanno dato il colpo di grazia.
Nella scorsa primavera Elena integrava il lavoro presso una mensa scolastica con le pulizie in alcune abitazioni, ma ha perduto entrambi i lavori con il primo blocco primaverile a causa delle scuole chiuse e delle persone confinate nelle proprie abitazioni. Quando il blocco è terminato Elena non è riuscita ad inserirsi nuovamente nel mercato del lavoro.
“C’è stato un periodo in cui mangiavo solo carote”, ricorda dalla sua cucina decorata con personaggi di peluche colorati a forma di verdure, affermando la necessità, per la prima volta nella sua vita, di avere bisogno di aiuto per mettere il cibo in tavola.
Su sollecitazione di un amico si è iscritta ai negozi di alimentari gestiti dalla Caritas Ambrosiana, e la sua copertura durerà fino a gennaio. Ma lei confida di essere fuori dagli elenchi di beneficenza per allora, per lasciare spazio alle persone ancora più bisognose rispetto a lei.
La Caritas Ambrosiana è un’organizzazione benefica dell’arcidiocesi di Milano, che oggi si occupa di oltre cinque milioni di persone.
Francesco Chiavarini, portavoce dell’organizzazione, afferma che la pandemia sta rivelando per la prima volta le profondità dell’insicurezza economica in una regione come la Lombardia, che genera il 20 per cento del prodotto interno lordo del paese.
La Caritas Ambrosiana ha fornito aiuto a 9.000 persone durante la chiusura primaverile, ed un quinto di queste ha riferito come la situazione finanziaria sia drasticamente peggiorata a partire dalle 10 settimane di chiusura. A queste persone, a partire dallo scorso mese di ottobre, si sono aggiunte quasi 700 famiglie che per la prima volta hanno chiesto aiuti alimentari.
Sono oltre 40 le organizzazioni che, nella capitale finanziaria, forniscono cibo su base giornaliera. Una delle più grandi, Pane Quotidiano, serve circa 3.500 pasti al giorno, a pari merito con l’Opera San Francesco e molti dei bisognosi una volta lavoravano come collaboratori domestici o in ristoranti e hotel, particolarmente penalizzati dalle restrizioni e, afferma Francesco Chiavarini: “Il fenomeno è più diffuso di quanto credessimo, soprattutto per una città ricca come Milano, e questi lavori, andati perduti, non sappiamo quando o se verranno ripristinati.”
Circa i nuovi poveri, Coldiretti è in grado di stimarne il numero: 300mila, dato ricavato sulla base dei sondaggi delle numerose associazioni di beneficenza che operano nella regione.

I ricercatori dell’Università Bocconi di Milano hanno affermato in un documento di lavoro dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico lascoperta dell’acqua calda: a pagare il prezzo più alto delle restrizioni sono stati i cosiddetti colletti blu, la metà dei quali ha dapprima registrato un calo anche del 50 per cento delle retribuzioni, rispetto al 20% dei lavoratori di fascia alta, ed a molti non non è stato concesso il lusso di lavorare a distanza: le pulizie domestiche o industriali non le puoi fare in smart working.
“Quello che stiamo vedendo è un aumento sostanziale della disuguaglianza”, ha afferamto il ricercatore bocconiano Vincenzo Galasso, confermando che coloro che non sono garantiti da solidi contratti di lavoro sono i più esposti alla miseria.
Simone, per esempio, ha scoperto troppo tardi che il suo contratto in mensa la descriveva come una lavoratrice occasionale, il che significa che non aveva diritto a richiedere il sostegno del governo per sostituire il reddito perso e, ovviamente, i suoi lavori di pulizia erano rigorosamente in nero.
Anche quando i lavoratori erano qualificati per il regime di licenziamento a breve termine pubblico-privato italiano, i soldi sono arrivati ​​in ritardo e generalmente di importo inadeguato a coprire le spese di base di una famiglia, considerando che la copertura di base è di 400 euro mensili, ma gli affitti in una città come Milano partono da circa 600 euro.
La sicurezza alimentare sta emergendo come una questione chiave con l’arrivo dell’inverno e Progetto Arca, che gestisce rifugi e altri servizi sociali a Milano, ha iniziato nel novembre scorso a gestire un camion di cibo il mese scorso per sostenere i senzatetto privati di sostentamento dalla chiusura di molti ristoranti e stabilimenti che assicuravano loro un minimo di nutrimento.
E non sono solo i senzatetto a fruire del servizio, se è vero che una notte un uomo ben vestito ha aspettato finché la fila non si era dissipata per poi identificarsi come avvocato, ma rifiutando ulteriori informazioni e chiedendo di non essere fotografato mentre portava via due pasti caldi e due sacchi di cibo per il giorno successivo, uno per il suo compagno che aspettava a casa.
Finora, le moratorie del governo sugli sfratti e il licenziamento dei lavoratori a contratto hanno contribuito a mantenere un limite a quella che gli operatori di beneficenza vedono come una crisi di povertà emergente. “Quando saranno tolti, vedremo il prezzo reale che dovremo pagare per questa pandemia”, ha detto Francesco Chiavarini, aggiungendo: “Celebriamo Milano come capitale dell’innovazione, ma da nessuna pèarte la povertà è evidente come in Lombardia, e sotto questi grattacieli di cui andiamo tanto fieri c’è un mondo nascosto di persone che vivono in condizioni di reale precarietà.”

traduzione e adattamento Alberto Cazzoli Steiner


Link originale: https://www.mail.com/int/scitech/healt/10404578-pandemic-exposes-vulnerability-italys-new-poor.html#.1258-stage-set2-6.

Ci siamo: l’oro blu quotato in borsa

Nell’indifferenza generale si è perpetrato uno dei più infami attentati alla libertà, attuato su una delle risorse più vitali del pianeta: l’acqua, da qualche giorno quotata in borsa.

Il prezioso liquido è da tempo oggetto di conflitti, anche armati, e di ignobili speculazioni: basti pensare al mercato delle acque minerali e delle bibite gassate, vera e propria spazzatura destinata a far ammalare, mutare i caratteri sessuali e rendere infertili le persone, confezionate in paesi del terzo mondo, compresa l’italiland, deviando corsi d’acqua e sottraendola alle popolazioni aventi diritto, senza ritegno e senza pagarne il costo al di là di oneri di concessione assolutamente risibili se parametrati al fatturato.
Solo due esempi. Nel mondo: Coca-Cola; in italiland: San Benedetto – Nestlè, che depreda l’acqua di faglia in prossimità della Laguna di Venezia.
Poiché ritengo inutile ripetere discorsi che faccio, inutilmente, da anni, prendete queste righe come un’orazione funebre. A tale scopo richiamo un articolo che scrissi il 23 dicembre 2015 sul vecchio blog cesec-condivivere su myblog: Acqua pubblica: alla piccola Marta hanno tolto il diritto di sognare.
Dopo averlo letto andate nell’ufficio di presidenza di A2A piuttosto che Hera o di Acea, abbassate amaccheina e sputate in faccia a tutti quelli che incontrate. Tutti, perché anche l’ultimo degli impiegati, non ribellatosi perché tiene famiglia, è complice.

ACS

Chi ha avuto molto deve dare molto: addio a Giulia Maria Crespi

CV 20200722 GMC FAI TorbaÈ scomparsa il 19 luglio, all’età di 97 anni, Giulia Maria Crespi, fondatrice e Presidente Onoraria del FAI, Fondo Ambiente Italiano, discendente dalla famiglia di cotonieri lombardi ancora oggi nota per la città operaia di Crespi d’Adda.
«Chi ha avuto molto deve dare molto» era una delle affermazioni che pronunciava spesso, ed alla quale seguivano i fatti, essendo stata educata secondo i sani, severi ed ormai volatilizzatisi principi della borghesia lombarda.
Nel 1962 entrò nella gerenza del quotidiano Il Corriere della Sera, di proprietà della famiglia, contribuendo a svecchiarlo ed a dirottarlo dall’area conservatrice chiamando alla direzione Giovanni Spadolini e, successivamente, Piero Ottone ed assumendo Pier Paolo Pasolini, Goffredo Parise e, dal 1967, Antonio Cederna, giornalista esperto in temi ambientali e fratello di quella Camilla che, già ritenuta mandante morale dell’omicidio del commissario Calabresi per il libro che scrisse all’indomani dell’attentato di piazza Fontana, con il calunnioso libello ‘Giovanni Leone, la carriera di un presidente’ ne provocò le dimissioni.
Ma non siamo qui per parlare di spazzatura comunista.
Possiamo collocare l’embriogenesi del FAI nell’anno 1967 quando, con Renato Bazzoni conosciuto nelle fila di Italia Nostra, organizzò Italia da salvare, notevolissima mostra fotografica che per prima denunciava il degrado urbanistico e ambientale dell’Italia del boom economico.
L’anno successivo fondò l’Associazione Alessandro Manzoni ma il progetto non decollò ed infine, nel 1975, insieme a Renato Bazzoni, Alberto Predieri e Franco Russoli, costituì il FAI dotandolo di 500 milioni di lire per acquistare il Monastero romano-longobardo di Torba, in provincia di Varese, dimostrando che non solo nei paesi anglosassoni un’associazione privata poteva gestire un bene destinato alla fruizione pubblica.
Giulia Maria Crespi affermò spesso di non credere molto nel FAI, che infatti vivacchiò praticamente sconosciuto sino alla metà degli anni ’80, acquisendo notorietà grazie alla donazione dell’Abbazia e del borgo ligure di San Fruttuoso da parte dei principi Doria Pamphilj, alla quale seguirono a ritmo serrato il Castello della Manta in provincia di Cuneo, la Villa del Balbianello sul lago di Como e Villa Della Porta Bozzolo a Casalzuigno in provincia di Varese.
Venne acquistato il Castello di Masino, una delle più importanti regge piemontesi allora in rovina, ed iniziarono le Giornate FAI e le altre manifestazioni che resero popolare l’associazione facendole perdere lo spirito elitario delle origini.
Arrivarono la gestione del Giardino della Kolymbethra di Agrigento e quella del Parco Villa Gregoriana a Tivoli.
Il resto è cronaca, con 60 siti ed oltre duecentomila iscritti. Purtroppo lo spirito iniziale del FAI si è smarrito, trasformando l’associazione in una sorta di comitato d’affari che non ha disdegnato né di sfruttare lavoratori e volontari, né di inserirsi, anche in modi non ortodossi, in realtà non pertinenti con la missione istituzionale.
Ma non c’è solo il FAI: non va dimenticato che Giulia Maria Crespi, da sempre punto di riferimento nelle grandi battaglie ambientaliste, fu colei che introdusse l’agricoltura biodinamica, insegnata e praticata nella sua grande azienda agricola di Bereguardo, sulle rive del Ticino e dove ha chiesto di essere sepolta.

ACS

Consigli per gli acquisti: investire sui vaccini

Ed eccoci di fronte all’ennesima buffonata: il quaquarnicchio* (* da: uomini, mezzi uomini, quaquaraquà, quaquarnicchi, quaquarnicchio pd5s) vende la Fontana di Trevi e il Parco della Vittoria e con i proventi acquista 400 milioni di dosi di vaccino anti-immondo virus.
Non è chiaro perché 400 milioni: se gli italilandesi assommano a 60.317.000 unità, significa forse che altre dosi andranno alle popolazioni dell’Impero e del Regno di Albania?
I conti, ugualmente, non tornano. Sommando 6.500.000 eritrei, 109.200.000 etiopi, 6.600.000 libici, 16.000.000 somali, arriviamo a 138.300.000 anime. Aggiungendo il Dodecanneso, 200.000, e Tientsin, 15.600.000, siamo a 154.100.000, che diventano 157.100.000 con il Regno di Albania.
Bene, ed ora bambini seguitemi alla lavagna: 60.317.000 italilandesi + 157.100.000 nelle Colonie + 40.000, corrispondenti al 10% di 400.000 dosi, che daremo come perse per rotture od altre ragioni, ci porta ad un totale di?
257.457.000!
Bravo Carletto! si vede che hai dimestichezza con i negri, visto che il tuo nonno nella fabrichétta ne impiega tanti in nero.
Ed ora 400.000.000 – 257.457.000 fa… ve lo dico io: fa 142.543.000. Questa, posto di vaccinare tutti-tutti-tutti, ma proprio tutti, è l’eccedenza, il surplus, di vaccini.
Vediamo… chi di voi bambini mi saprebbe dire quale sarà la sorte di questi vaccini?

Li regaliamo alla Cina che ce li rivende a 250 euro l’uno per vaccinare i migranti?
Brava Gaia, un’ottima ipotesi! il buon sangue della tua famiglia di intellettuali di sinistra non mente.
A degno corollario di questa scenetta (non tanto) surreale, un’annotazione: come si fa ad acquistare vaccini non ancora esistenti, non solo perché non ancora prodotti ma anche perché in fase di studio?
Mistero, collocato in un non meglio specificato futures…CV 20200614001“Il tuo capitale è a rischio, questo non è un consiglio d’investimento” avverte sulle proprie pagine web eToro, una delle più note e longeve piattaforme mondiali di social trading, che offre investimenti in azioni e criptovalute, trading CFD ed altre modalità di impiego del risparmio.
Per chi non lo sapesse i CFD, Contract For Difference, sono strumenti cosiddetti derivati mediante i quali l’acquirente, a fronte della corresponsione di un tasso di interesse, percepisce il rendimento di un’attività finanziaria mentre il venditore del contratto, incassati gli interessi, si impegna a pagare il rendimento dell’asset cosiddetto sottostante.
Le parti si accordano per scambiarsi il flusso finanziario derivante dal differenziale tra i prezzi di un’attività finanziaria sottostante rispettivamente al momento dell’apertura (accensione) del contratto ed al momento della sua chiusura (conclusione).
Attraverso i CFD si opera quindi sulle differenze di prezzo dei contratti, guadagnando o perdendo in funzione della differenza tra il prezzo di acquisto ed il prezzo di vendita del sottostante, moltiplicato per il numero di CFD scambiati.
È possibile acquistare o vendere allo scoperto (fonte: Borsa Italiana).
Per chiarire il significato di acquistare o vendere allo scoperto ricorriamo a Wikipedia: la vendito allo scoperto, chiamata anche vendita a nudo (in lingua inglese short selling, o semplicemente short) è un’operazione finanziaria che consiste nella vendita di titoli non direttamente posseduti dal venditore, ma presi in prestito dietro il versamento di un corrispettivo, con l’intento di ottenere un profitto a seguito di un movimento ribassista in una borsa valori.
Si tratta di strumenti finanziari complessi e non alla portata di chiunque, soprattutto non del piccolo risparmiatore, poiché presentano un elevato rischio di perdere denaro alla stessa velocità di una mano a poker.
Il Web abbonda di riferimenti, ivi compresa l’esortazione contenuta in un articolo de Il Sole24Ore pubblicato il 18 marzo scorso, in piena pandemia e data come vedremo proseguendo nella lettura non casuale, a vietarne l’effettuazione: Cosa sono le vendite allo scoperto e perché vietarle (non sempre) funziona.
Ciò premesso, nello scorso mese di marzo si contavano cinque aziende intente a sviluppare un vaccino contro il coronavirus, e la propaganda di eToro volta a sollecitare l’interesse di potenziali investitori testualmente declamava: “Mentre la pandemia di Covid-19 si fa strada in tutto il mondo e i paesi cercano disperatamente di contenere il virus, la necessità di un vaccino risulta evidente. E il tempo è essenziale. Queste aziende sono coinvolte in una gara contro il tempo per sviluppare un vaccino per il Coronavirus che possa essere immesso sul mercato il prima possibile. Quale sarà la prima a commercializzarlo?”
“eToro” risponde un esperto che intende rimanere anonimo, alla mia domanda sull’affidabilità “è seria ma si rivolge a gente con poca conoscenza finanziaria, che approccia gli investimenti con mentalità da scommettitore e quindi ha un approccio aggressivo sul marketing. Quindi si, è tutta speculazione.”
Le aziende sulle quali eToro proponeva di investire erano:
il colosso farmaceutico britannico GlaxoSmithKline, uno dei principali produttori mondiali di vaccini, famoso per aver introdotto sul mercato i vaccini per il Papillomavirus umano e quelli per l’influenza stagionale e che, secondo il disclaimer di eToro: “attualmente sta fornendo ad un’azienda biotecnologica cinese la tecnologia necessaria per sviluppare un vaccino per il Covid-19.”
la francese Sanofi, che “ha un team di scienziati negli Stati Uniti che lavora al vaccino in collaborazione con la BARDA, Biomedical Advanced Research and Development Authority, usufruendo dei progressi fatti in precedenza dall’azienda su un vaccino per la SARS. Anche la SARS fa parte della famiglia dei Coronavirus, e questo può dare a Sanofi un vantaggio nello sviluppo di un vaccino per il Covid-19.”
Regeneron Pharmaceuticals, l’azienda biotecnologica newyorkese che “sta sviluppando un trattamento che potrebbe proteggere le persone dal contagio del Coronavirus. Il trattamento utilizza anticorpi di topi geneticamente modificati con sistemi immunitari per imitare quelli degli esseri umani. L’azienda sostiene che potrebbe essere pronta per i test sull’uomo già ad agosto.”
Gilead Sciences, azienda biofarmaceutica statunitense che “sta lavorando su un trattamento per i pazienti affetti da Covid-19, che ha già aiutato un paziente negli Stati Uniti e che sarà presto inviato in Asia per test clinici in fase avanzata più completi. Questi studi determineranno se il trattamento può invertire l’infezione, aiutare i pazienti a guarire più velocemente e ad essere dimessi dall’ospedale più rapidamente.”
Johnson & Johnson, il colosso farmaceutico americano che “ha collaborato con la BARDA, Biomedical Advanced Research and Development Authority, per sviluppare trattamenti per il Covid-19. Il colosso farmaceutico americano sta utilizzando la tecnologia della sua piattaforma vaccinale sviluppata in precedenza per un vaccino sperimentale contro l’Ebola.”
Gli analisti della piattaforma, affermando che le azioni delle aziende sopra nominate avrebbero sicuramente segnato vantaggiose variazioni durante lo sviluppo di una soluzione, esortavano gli investitori ad aggiungerle alla Lista Preferiti per seguire gli sviluppi.
Da quei giorni, come scrive oggi Borsainside esortando ad investire sui titoli azionari delle società impegnate nella ricerca del vaccino anti-coronavirus, la posta in gioco si è fatta sempre più alta e la concorrenza sempre più forte rendendo sempre più concreta la possibilità di conseguire lauti guadagni.
“Tra le idee di investimento maggiormente prese in considerazione dai traders negli ultimi tempi ci sono quelle che puntano sui titoli azionari delle società che sono impegnate nella ricerca contro il coronavirus. Senza andare troppo lontani, l’andamento su Borsa Italiana del titolo Diasorin ha dimostrato quanto sia importante per le società medicali e della diagnostica riuscire ad arrivare per primi su determinati risultati che si inseriscono nella più grande lotta contro il coronavirus. Nel caso specifico di Diasorin la definizione di uno strumento rapido per la diagnosi precoce del Covid-19, significò un forte apprezzamento del valore delle azioni.
La citazione di Diasorin è solo un esempio per aiutare a capire quanto pesante sia la posta in gioco nella competizione tra le società del settore medico impegnate nella ricerca contro il coronavirus” afferma Borsainside, segnalando che nel frattempo le società farmaceutiche meritevoli di attenzione sono passate da cinque a diciotto.
A quelle citate in apertura si sarebbero infatti aggiunte Advent, Altimmune, Biontech, Cytodyn, Heat Biologics, Inovio Pharmaceuticals, Moderna, Novavax, Pfizer, Roche, Takeda, Vaxart e Vir Biotechnology, quasi tutte quotate nei listini della borsa di Wall Street e tutte in grado di presentare fatturati molto consistenti.
Dal punto di vista dell’investitore, acquistare le azioni di queste società costituirebbe un’opzione da prendere seriamente in considerazione.
Gli esperti di Borsainside avvertono: “poichè le società sono tante ed è logico pensare che solo poche di esse possano giungere traguardi concreti, è meglio investire in questi titoli attraverso strumenti derivati come ad esempio il CFD Trading: investire in borsa mediante i contratti per differenza significa infatti speculare sull’andamento dei prezzi delle azioni senza diventare azionisti.”
Va detto che fra i piedi dei giganti della sanità impegnati nella ricerca del vaccino si muovono numerosissime società più piccole attive nel segmento, gettatesi a capofitto nella ricerca per poter compiere il grande salto di qualità da tempo atteso.
Ma l’obiettivo non è solo il vaccino. La competizione in atto riguarda anche la realizzazione di trattamenti per la cura degli effetti del Covid-19.
Naturalmente, come sempre accade in momenti di confusione e spinte propulsive incontrollabili, le voci si sprecano e molte sono diffuse artatamente per gettare discredito sugli avversari piuttosto che promuovere l’una o l’altra azienda. L’investitore, o meglio il suo analista, deve quindi prestare la massima attenzione, effettuando attente scremature delle fonti prima di scegliere su chi investire, ben sapendo come il predomio degli americani in ambito biotech sia notoriamente indiscutibile.
Tra le date significative della maratona dobbiamo ricordare il 15 aprile, quando Advent si dichiarò pronta ai test su 550 volontari sani e, una volta superata la sperimentazione clinica, il vaccino sarebbe potuto essere disponibile da settembre
Non va assolutamente dimenticata inoltre la data fatidica del 2 maggio, quando i media riportarono la notizia della terapia con plasma iperimmune, in corso di sperimentazione a Mantova, Pavia e Padova.
Ed infine l’8 maggio, quando venne riportata la notizia che, con l’approssimarsi dell’estate, il virus avrebbe perso potenza, contagiosità e probabilmente letalità.
Conclusione: qualcuno, leggendo queste righe, si sarà stupito e magari anche indignato per il fatto che vi sia gente, e mi riferisco ai comuni mortali, non ai tycoon della finanza mondiale, interessata a speculare sui vaccini, investendovi 1.000 o 5.000 euro piuttosto che 25mila?
Io posso assicurare che non mi sono affatto stupito a scriverle.

Alberto Cazzoli Steiner

Ritrovare l’autonomia alimentare nell’Europa dei muri che uniscono

L’immondo virus, inventato per imprigionare corpi, istupidire menti ed annichilire anime facendo tracimare la parte peggiore degli esseri cosiddetti umani, può rappresentare un’irripetibile opportunità di crescita nella decrescita, possibile attraverso una consapevole rivalutazione dei localismi.
Coerentemente con i temi trattati da CondiVivere mi riferisco, in particolare, all’incombente grave crisi alimentare mondiale.
Dal loro limitato orizzonte gli italilandesi festeggiano l’apertura degli stabielli ai transiti interregionali, oppure la contestano come dimostrano gli ignobili insulti lanciati dai liguri ai milanesi riversatisi sulle si fa per dire spiagge della regione.
Ma nessuno che alzi lo sguardo oltre la siepe, nessuno che al di là delle chiacchiere da social bar sia in grado di comprendere come la festa non sia affatto finita, e che il peggio stia per arrivare. E non mi riferisco a divisori di plexiglass tra i banchi di scuola, non mi riferisco a vaccini o microchip, ma alla fame.
A causa della riformulazione in atto del concetto di trasporto, ed alle restrizioni all’esportazione attuate da numerosi stati sin dall’inizio della crisi, il libero scambio si è grippato, nessun paese è immune dalla riduzione e dall’interruzione dei flussi e ciò porterà a riconsiderare, tra gli altri aspetti, quello della possibile cessazione della globalizzazione delle disponibilità e, in subordine, quello della stagionalità.
La questione non riguarderà tanto banane, mango, papaya, ananas ed altri frutti, germogli, bacche, legumi esotici che potrebbero scomparire dagli scaffali dei nostri supermercati, o tornare ad essere delle costose rarità, quanto prodotti di necessità primaria, come le granaglie, che rappresentano oltre il 90% delle importazioni e dai quali i fabbisogni alimentari della penisola dipendono in misura prossima al 60 per cento, senza dimenticare la soia americana destinata alla nutrizione animale.
Non ho mai creduto nel villaggio globale ma, pur propugnando da anni la costituzione di piccole comunità il più possibile autonome, non sono isolazionista.
Proprio per tale ragione desidero sviluppare l’argomento di oggi richiamando un articolo che pubblicai il 27 agosto 2016, intitolato L’Europa minore dei muri che uniscono, del quale riporto un estratto:CV 2020606 001«Ci piacciono le notizie di nicchia, quelle di cui nessuno parla perché non funzionali a fomentare odio, paura o sindrome del complotto. Quella sui muri a secco della Val Poschiavo è una di queste.
Il paesaggio montano è fortemente caratterizzato, anche culturalmente, dai muri a secco che sottendono spesso terrazzamenti sui quali – grazie ad un faticoso riporto di terra – vengono coltivate specie che danno origine a qualificate produzioni tipiche: per esempio i preziosi vigneti di Valtellina.
A dimostrazione della continuità e della contiguità antropologica sono presenti, nella medesima tipologia, anche sul versante retico settentrionale, appartenente amministrativamente al Cantone svizzero dei Grigioni e costituente parte integrante del Patrimonio Mondiale Unesco anche grazie alla presenza della RhB, la Ferrovia del Bernina, pregevolissima opera di ingegneria armoniosamente inserita nel paesaggio tanto da costituirne oggi una componente imprescindibile.
Per mantenere viva la memoria delle tecniche costruttive, con l’obiettivo preciso di garantire la trasmissione della conoscenza e del sapere legati alla costruzione a regola d’arte di questi manufatti, l’Associazione Polo Poschiavo con sede nell’omonima cittadina e Unimont, l’Università della Montagna con sede a Edolo, organizzano dal 6 al 10 settembre prossimi (il riferimento è all’anno 2016 – NdR) il 3° Corso pratico finalizzato alla comprensione, realizzazione e manutenzione dei muri a secco: rivolto a muratori, apprendisti, agricoltori, professionisti prevede la realizzazione di un muro a secco con intercalate lezioni teoriche e visite ad analoghe strutture realizzate.»
L’articolo parla di muretti a secco, ma il senso è estensibile all’agricoltura nelle sue contiguità internazionali, macroregionali, locali per arrivare a quel concetto di piccolo che consente di riprendere a pensare in modo da soddisfare le esigenze della comunità, lasciando comunque spazio agli scambi.
Non è detto che lo spettro della penuria alimentare incomba sulle popolazioni più vulnerabili, per esempio sulla solita Africa subsahariana.
La rottura delle catene degli approvvigionamenti inasprirà fame e malnutrizione a causa della difficoltà di accesso al cibo dovuta all’aumento dei prezzi ed agli stoccaggi di cereali e riso.
Nel favoloso mondo di Amélie della globalizzazione nessun paese dispone oggi di accantonamenti strategici capaci di assorbire le necessità consentendo di attendere l’estinguersi della crisi.
Le stesse componenti dei mangimi che nutrono il bestiame da latte o da macello provengono dai luoghi più disparati del pianeta, insieme con fosfati, azoto minerale, fertilizzanti, petrolio per alimentare i camion che riforniscono i supermercati, metano per il riscaldamento. Il tutto prevalentemente trasportato via strada, ferrovia, mare e nuovamente ferrovia e strada sino alla consegna.CV 20200606 002La nostra illusione di sicurezza alimentare permarrà solo fino a quando i flussi del trasporto non si interromperranno, per sempre od anche solo per un mese.
Ciò accade anche perché nel corso degli anni, promuovendo l’idea di coltivare ciò che rende maggiormente, importando il resto, si è data la stura ad eccessive specializzazioni agricole, atuate su vaste aree spesso frutto di speculazioni, consumo del suolo e nocumento alla biodiversità quando non provento del land-grabbing.
Ma l’emergenza ci sta dimostrando non solo quanto sia strategicamente suicida dipendere dall’estero per prodotti di prima necessità, ma anche come le persone dalla mente non ancora offuscata si siano organizzate, autonomamente o in minuscoli consorzi di acquisto, ricorrendo a circuiti di prossimità, alla spesa in cascina, ai gruppi di acquisto solidale.
Ma ciò, per quanto sia importante sotto il profilo di una ritrovata consapevolezza, costituisce un fatto marginale, al quale si affianca un inevitabile cenno alla capacità di spesa: comprare in cascina non costa come farlo al supermercato, a dimostrazione che la qualità non può essere svenduta.
Non bisogna però dimenticare chi non ha più un lavoro, chi sta erodendo o ha eroso i risparmi, chi è già oggi alla fame e non può ricorrere all’aiuto che molte organizzazioni pubbliche e private stanno fornendo. Costoro effettuano acquisti di prodotti commercializzati a basso, quando non bassissimo, prezzo nelle varie catene discount. Nutrendosi con cibi di infima qualità, vera e propria spazzatura velenosa destinata ad ingenerare patologie anche gravi.
Impennate di prezzi di particolare gravità non se ne sono viste ma, anche a detta di militari, evidentemente tanto esperti di strategia quanto inascoltati dal circo cialtrone della politica, il rischio peggiore potrebbe essere ingenerato da un qualsiasi fattore che comporti il blocco dei trasporti, evenienza che rivelerebbe l’assoluta impotenza dovuta a magazzini privati e pubblici vuoti ed all’incapacità di produrre a livello locale in quantitativi sufficienti.
In tal caso l’ipotesi di sommosse e di assalti alle aziende agricole è considerata tutt’altro che remota.
Conclusione: la soluzione, non immediata negli esiti ma per la quale è necessaria una pronta progettazione, consiste nell’instaurazione di piccole comunità che, letteralmente, si coltivino il proprio orticello in modo da garantire l’autoconsumo.
Va tenuto presente che in regioni come la Lombardia, notoriamente la superficie coltivabile più importante d’Europa, gli appezzamenti di terreno sono sempre più concentrati nelle mani di aziende agricole di notevoli dimensioni. Ed anche questo costituisce, unitamente alle monocolture da reddito, un grosso problema.

Alberto Cazzoli Steiner